Canfora, Asor Rosa e il disprezzo della cultura di sinistra per la democrazia

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Canfora, Asor Rosa e il disprezzo della cultura di sinistra per la democrazia

17 Aprile 2011

In democrazia chi perde le elezioni accusa sempre chi vince di populismo e di avere ingannato gli elettori: è un classico. Accadde in Gran Bretagna con la Thatcher. Fu odiata dalle università per i tagli e gli intellettuali si mobilitarono a favore del Labour: esemplare il caso della LSE diventata con Giddens il laboratorio di Blair. Ed è accaduto con Blair, accusato dagli intellettuali di guerra illegale contro l’Iraq e detestato. Negli Stati Uniti nel 2000 la vittoria di Bush contro Gore decisa dalla Corte Suprema, scatenò grandi contestazioni a sinistra: gli intellettuali scrissero articoli di fuoco, ma nessuno arrivò a mettere in discussione il principio di maggioranza, né tantomeno approdò all’elitismo.

Per la sinistra americana ed europea, le bestie nere – si leggano i veementi articoli di John Paul McCormick – sono proprio i teorici della democrazia elitaria. In Italia invece la sinistra è diventata elitista e la ragione di questa anomalia è nel suo Dna. Nonostante la potente macchina da guerra di magistrati, accademici, giornalisti, registi, attori, conduttori televisivi, la sinistra ex-comunista non riesce a vincere le elezioni o se vince, come nel 2006, si spacca e non riesce a governare. Invece di riflettere sulle sconfitte del 1994 e di quelle nette e ampie del 2001 e del 2008, è diventata elitista e accusa le masse con cui, quando c’era l’Urss,voleva edificare il comunismo e superare la democrazia borghese, di essere diventate il popolo bue che vota il tiranno Berlusconi.

Diversamente da quanto è successo in Europa dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Urss, in Italia gli orfani del comunismo dirigono la vita culturale del paese, sono i venerati maestri dei salotti dei vari Santoro, gli affabulatori delle pagine culturali dei più importanti quotidiani, hanno in mano le università e impiegano tutte le loro energie a cercare di abbattere Berlusconi. Quando scoppiò il caso Noemi, fecero addirittura ricerche a Casoria per vedere se fosse possibile accusare Berlusconi di pedofilia. Ci sarebbe da ridere sul virus demenziale che ha aggredito l’intellighenzia, se, come è accaduto qualche giorno fa, un barone rosso come Asor Rosa,  non fosse giunto sul manifesto a invocare un colpo di stato per rovesciare la maggioranza. In questo clima di attacco alla democrazia, Luciano Canfora, filologo e storico classico, un piazzista dell’antiberlusconismo togato, ha scritto sul Corriere il 14 febbraio un articolo sull’iniquità del concetto di maggioranza. L’articolo di Canfora è paradigmatico, dimostra l’abisso in cui sprofonda la sinistra, quando, come il filosofo di Repubblica, Umberto Galimberti, non si limita a plagiare e copiare.

 

Il principe degli affabulatori del Corriere dichiara con Sofocle che il principio di maggioranza è iniquo, perché la maggioranza degli Achei decise che le armi di Achille toccassero a Ulisse e non ad Aiace, che, soccombente, insorse, impazzì e finì suicida. Nonostante la mossa melodrammatica di Aiace sconfitto, insorto e suicida, Canfora non ci spiega perché la maggioranza degli Achei siano stati iniqui a dare le armi di Achille a Ulisse. Nell’Iliade, Aiace è un concentrato di ferocia, secondo solo ad Achille, ma il suo forte non è l’intelligenza e gli Achei non sbagliarono a dare le armi di Achille a Ulisse, perché senza l’astuzia del cavallo non avrebbero preso Troia. In guerra la forza e la volontà di vincere, non bastano: occorre l’intelligenza e l’esperienza di Enigma dimostra come un gruppo di scienziati sia riuscito ad avere ragione di uno dei più forti eserciti della storia. Nell’articolo di Canfora vi sono errori pacchiani, che farebbero arrossire qualsiasi studente che ha seguito un corso di epistemologia. Accusare di iniquità il principio politico e giuridico fondante della democrazia, utilizzando come prova una tragedia di Sofocle su un personaggio mitologico come Aiace, equivarrebbe in sede giuridica a chiedere l’eliminazione della pena per chi uccide la moglie per gelosia, utilizzando come argomento la disperazione dell’Otello di Shakespeare.

 

L’errore più grossolano di Canfora è però quello di scambiare la democrazia diretta dei greci ( nel  caso specifico, la conta tra gli Achei sotto le mura di Troia), con la democrazia rappresentativa moderna. Purtroppo, l’elitista Canfora, da buon comunista conosce Marx, ma non ha letto Schumpeter, teorico della democrazia elitaria. Ai comunisti, per i quali il marxismo era una religione, non è mai interessata la democrazia come obiettivo principale, né le varie teorie sulla democrazia, perché per essi la democrazia è stata machiavellicamente solo lo strumento per conquistare potere nella società e nello stato e fare trionfare il “moderno Principe”, come Gramsci, il mito di Canfora, chiamava il partito comunista. Per Joseph Schumpeter, autore di Capitalismo, democrazia e socialista, un testo a cui ogni elitista dovrebbe dare un’occhiata prima di definirsi tale, la democrazia moderna è una procedura attraverso la quale i leader competono per la leadership politica ed essere legittimati dal voto dei cittadini. La democrazia moderna è il metodo per selezionare la leadership politica e impedirne gli eccessi. Schumpeter da grande economista descrive come la borghesia crea il capitalismo, cancellando tutta la rete di istituzioni del mondo feudale, i privilegi economici e politici delle classi che esercitavano una funzione dominante nell’ancien régime. Canfora elimina il tempo dalla storia: ogni stato è per lui  una dittatura e a comandare è sempre un Cesare: il problema è soltanto stabilire se sia un cesarismo progressivo come quello del primo Cesare, il primo Napoleone o Lenin o un cesarismo regressivo come quello di Napoleone III, Bismarck o Mussolini. Questo, in sintesi, il basic thinking del piazzista dell’antichità moderna e contemporanea, dove tutte le vacche sono nere. Canfora non si è neppure accorto che nell’antichità il capitalismo non c’era e come la modernità abbia completamente cambiato il concetto di ricchezza. Nel capitalismo la ricchezza è il lavoro: non è cambiato il lavoro, come spiega Adam Smith, è cambiato il rapporto tra lavoro e produzione. Il capitalismo cancella i privilegi delle classi dominanti nell’ancien régime. Scompare il mondo del signore e del contadino per effetto di rivoluzioni politiche ed economiche, ma insieme a queste rivoluzioni si realizzò anche una trasformazione rivoluzionaria dell’autorità legislativa e dell’opinione pubblica. Significò abbattere barriere e schiavitù. Per questo, il massimo bene della borghesia capitalista, come scrive Schumpeter, è la libertà. Lo stato borghese può accettare la violenza illegale sotto la spinta della paura, ma solo temporaneamente, perché la libertà che disapprova perché vuole abbatterlo, non può essere schiacciata senza schiacciare insieme la libertà che approva e senza la quale non esisterebbe neppure il capitalismo. Per questo, la democrazia borghese non controlla gli intellettuali, che tendono invece a distruggerla. Solo il fascismo e il socialismo per Schumpeter riescono a controllare gli intellettuali e questo potrebbe spiegare come in Cina dal comunismo si sia sviluppato il capitalismo, che la democrazia borghese non riesce a proteggere dagli intellettuali.

Ma tutto questo Canfora non lo sa. I nostri marxisti, elitisti immaginari, non hanno ancora compreso che sono stati il capitalismo e la democrazia ad avere generato Marx e gli intellettuali moderni. Ai nostri marxisti non viene neppure in mente cosa sia la libertà e che in Urss o in Cina a molti di essi sarebbe stato messo il bavaglio, quando dissentivano. Per questo, gli intellettuali per Schumpeter sono spesso individui che maneggiano l’arma della parola, senza alcuna responsabilità, simili ai sofisti. Giocano con le parole, come Canfora, che inizia il suo articolo con una frase del Nietzsche delle Considerazioni inattuali, perché appunto aiuta a confermare la sua teoria dell’antichità moderna e contemporanea, dove tutte le vacche diventano nere. Forse sarebbe meglio ricordare l’avvertenza di Gentile, per il quali nei documenti gli storici trovano ciò cercano. Il passato diventa vivo quando lo pensiamo e ci rivolgiamo ai Greci, avrebbe detto Gentile, non per pura erudizione, ma perché in quel momento ne abbiamo bisogno per creare azione politica, nuova storia. Gentile era serio – come era serio Hobbes quando sosteneva che la storia non è una scienza come la fisica, ma un utile strumento per la politica – e non avrebbe mai ritenuto iniqua la maggioranza degli Achei che dette le armi di Achille a Ulisse. Di Gentile si può dire di tutto, ma è difficile sostenere che non comprendesse la differenza tra antico e moderno e quale rottura col passato abbia comportato la modernità. Ha fatto un certo effetto sentire Andrea Carandini, allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, uno dei mandanti dell’assassinio di Gentile, parlare di Nerone-Berlusconi all’incontro di Archeologia viva, al Palazzo dei Congressi di Firenze il 20 febbraio scorso, con Luciano Canfora e Margherita Hack tra i relatori. Forse ha ragione Canfora a dire che il tempo non esiste: almeno in Italia, dove si inneggia al golpe e all’eliminazione fisica degli avversari, il tempo si è fermato.