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L'uovo di giornata

Caos calmo (ma non troppo) nel PD

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Giovedì pomeriggio, a Palazzo Chigi è convocato un Consiglio dei Ministri. Giuseppe Conte è già proiettato con la mente a due appuntamenti molto importanti: l’interrogatorio che dovrà svolgere l’indomani mattina al cospetto di Maria Cristina Rota – PM della Procura di Bergamo che sta indagando sulla mancata costituzione di una zona rossa tra i comuni di Alzano e Nembro all’inizio del mese di marzo – e i fervidi preparativi per l’organizzazione dei cosiddetti Stati Generali da tenersi presso Villa Pamphilj, occasione più unica che rara di rilanciare un’immagine personale che nelle ultime settimane ha perso un po’ di smalto. Dunque, tutto vorrebbe il Premier fuorché dirigere un CdM divisivo o contraddittorio tra le varie forze della maggioranza. Ma non appena la riunione comincia, ecco che Dario Franceschini sgancia la bomba e chiede la modifica di due dei provvedimenti simbolo del primo governo Conte, vale a dire i cosiddetti “Decreti Sicurezza”. Tutti sanno infatti che il Capo dello Stato aveva presentato alcune modifiche da apportare al testo e che l’intero pacchetto era assai inviso tanto al PD quanto a LeU, mentre invece i Cinque Stelle lo rivendicavano come uno dei capisaldi dell’azione del governo precedente (così come il reddito di cittadinanza, per intenderci). Ma perché il ministro dei Beni Culturali, dopo aver aspramente criticato Conte sull’indizione degli Stati Generali avvenuta senza alcuna collegialità con i colleghi di governo, ora vuole mettere sul tavolo un’altra patata bollentissima?

Il motivo è semplice e chiarissimo: il Partito Democratico, dello status quo, non ne può più. Infatti, se è certamente vero che nessuno dalle parti del Nazareno abbia voglia in questo momento di mandare l’esecutivo a gambe all’aria, è altrettanto evidente come l’insoddisfazione verso un’azione di governo praticamente impantanata sia ogni giorno più tangibile. Dossier di grandi importanza quali ILVA, Alitalia e Autostrade o questioni ancora aperte come la difficoltà nell’erogare la cassa integrazione ai lavoratori rimasti a casa durante il lockdown sembrano infatti non trovare risposta e anzi, viene fatto notare, la loro soluzione viene procrastinata all’infinito. A tutti questi elementi va aggiunto il fatto che se finora l’Italia è riuscita a portare a casa più di quanto si aspettasse in tema di aiuti europei questo è stato dovuto principalmente all’attività di Gentiloni, Sassoli e Amendola, tutti esponenti Dem.

Il ragionamento che in molti tra i Democratici si fanno è ormai questo: “ma se quelle poche cose che si sbloccano nel governo le portiamo a casa noi e,

nonostante ciò, nei sondaggi non cresciamo, al governo che ci stiamo a fare? A questo punto meglio approvare una legge elettorale proporzionale e poi tornare a votare o provare a sostituire Conte con un nostro esponente”. Ma è proprio su questo punto che nella grande casa dei riformisti italiani si sta combattendo un conflitto, per ora a bassa intensità, che potrebbe portare a contrasti durissimi nel breve – medio termine: non è un mistero che la segreteria di Nicola Zingaretti sia ormai sostanzialmente legata a doppio filo alla premiership di Conte, dato che “Zinga” ha deciso di restare alla guida della Regione Lazio e non controlla minimamente i gruppi parlamentari. Questo punto di oggettiva debolezza, viene mitigato dal fatto che a capo del governo non ci sia un altro esponente del PD il quale, a quel punto, avrebbe gioco facile nell’impossessarsi di quasi tutta la macchina organizzativa del partito, relegando Zingaretti in un ruolo marginale fino alla celebrazione di un nuovo congresso che ne sancirebbe ufficialmente la destituzione. Ma proprio perché il governo non va e alle elezioni nessuno vuole andare adesso, ecco che si affaccia sul palcoscenico politico la possibilità che un cambio di passo possa essere dato proprio dalla nomina di uno dei ministri democratici a Palazzo Chigi e i nomi sono due: Dario Franceschini e Lorenzo Guerini. Soprattutto il secondo godrebbe del benestare anche dei grillini, finora recalcitranti all’idea di poter cedere la poltrona di Premier al PD.

Dunque, all’orizzonte si profila una sfida neanche troppo velata tra l’anima più di sinistra del Partito Democratico (Zingaretti e Orlando) con quella centrista (Franceschini e Guerini) i cui effetti potrebbero rappresentare una vera mina vagante per il prosieguo della legislatura.

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