Caro Bersani, la democrazia è anche una questione di “bon ton”
09 Aprile 2011
di Redazione
Questa volta occorre con onestà riconoscere che Pier Luigi Bersani ha proprio ragione. Bersani ha denunciato con forza e rigore la condotta del Ministro degli esteri, Franco Frattini, e di quello degli interni, Roberto Maroni, che proprio in questi giorni drammatici funestati da venti di guerra e da emergenze migratorie, anziché darsi anima e corpo nell’esercizio delle loro delicatissime funzioni per la salvaguardia dei supremi interessi del Paese, passano il tempo a Montecitorio a schiacciare il bottone durante lunghe, noiose e ripetitive votazioni. Come dargli torto? Nei Paesi di democrazia avanzata i membri del Governo non si sognerebbero nemmeno di presidiare le aule parlamentari nel timore che la maggioranza possa “andare sotto”. Bersani però dimentica un piccolo ma importante dettaglio.
Nei Paesi di democrazia avanzata vigono regole di "bon ton" istituzionale in base alle quali l’opposizione non si sogna nemmeno di mandare sotto il Governo solo per la casuale assenza di alcuni parlamentari della maggioranza. Nella patria della democrazia parlamentare, il Regno Unito, ad esempio quando l’opposizione si accorge di essere in vantaggio nell’aula di Westminster, non per la presenza di problemi politici interni alla maggioranza ma unicamente per la casuale assenza di deputati dall’Aula, ebbene, in questi casi l’opposizione di Sua Maestà usa il garbo di far uscire dall’Aula alcuni dei propri deputati in modo da consentire alla maggioranza di rimanere tale.
Da noi siamo arrivati al paradosso delle imboscate sulla votazione del processo verbale della seduta precedente o dei deputati dell’opposizione nascosti in massa nei bagni della Camera per piombare in aula all’improvviso nella speranza di sorprendere la maggioranza. Siamo arrivati ai pianisti parlamentari ed alle impronte digitali. Un consiglio al simpatico segretario democratico: se vogliamo davvero costruire un Paese normale occorre cominciare dalle fondamenta. Occorre partire dalla cultura politica della nostra classe dirigente, cultura che, allevata nei quarant’anni di politica "rivoluzionaria" ed antisistema, considera tuttora l’avversario politico come un avversario da abbattere, costi quel che costi.
