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L'analisi

Caro Panebianco, da liberale non ti capisco più

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Ho molta stima di Angelo Panebianco, sia come studioso sia come liberale. Sul primo aspetto c’è poco da dire, o da contestare, ovviamente, e chiunque si occupi di scienze politiche non può che studiare e apprendere dai suoi testi. Più complicato è invece il discorso sul liberalismo: sia perché il termine è usato in molti sensi, e spesso anche in modo spregiudicato (specialmente nel dibattito politico e in quello pubblico), sia perché la sua definizione è opinabile per natura non avendo i liberali canoni e testi a cui fideisticamente fare riferimento (come ce l’hanno i seguaci di altre dottrine). In ogni caso, ho sempre apprezzato il tasso di realismo che il nostro ha trasfuso nella sua interpretazione del liberalismo, anche se, rispetto al mio, il suo realismo ha un tratto empiristico che contraddice un po’ la tesi, a cui io resto legato, che vede (hegelianamente) nel finito l’indeterminato.

Comunque sia, a me sembra però che il professore bolognese abbia ultimamente perso il senso della realtà: non dico che non lo capisco o riconosco più, ma mi sembra che sia rimasto un po’ ancorato ai paradigmi e agli schemi del vecchio mondo. Panebianco è rimasto a mio avviso un “liberale della guerra fredda”, anche se quella “guerra” è finita da un po’ e la sua fine ha coinciso con l’ avvento di un processo, la globalizzazione, che qualche problemino al liberalismo di fatto crea. Tanto per cominciare, la globalizzazione ha significato l’affermazione, economica e poi anche culturale, dell’ultimo regime comunista rimasto in piedi, quella Cina che è diventata addirittura il secondo player mondiale dopo gli Stati Uniti.

I due fenomeni, globalizzazione e impetuosa avanzata cinese, possono essere considerati solo casualmente legati? E, più in generale, basta semplicemente, come Panebianco sembra a volte voler fare, sostituire al vecchio nemico il nuovo considerandolo un semplice intralcio, prima o poi da eliminare, alla società aperta globale che si è prefigurata? Che le cose non stiano proprio così lo suppone Panebianco stesso se si vede costretto a separare una America buona, atlantista e europeista, naturaliter alleata dell’Unione Europea, da un’America cattiva,  che è quella isolazionista e “nemica” dell’Europa, che vuole divider politicamente, rappresentata dal “sovranista” Donald Trump (amico, non a caso per il nostro, degli antieuropeisti “sovranisti” e “populisti” nostrani che vogliono giungere agli stessi “illiberali” obiettivi del magnate al potere oltre Atlantico). Che le cose non stiano proprio così, e che lo schema sia un po’ più complicato di questo assunto pari pari dalla “guerra fredda”, dovrebbe farcelo capire, a mio avviso, un altro elemento: l’Unione Europea, come concetto e come struttura politico-economica, è nata negli stessi anni in cui, crollata l’Unione Sovietica, si ponevano le basi, giuridiche ed economiche, di quella globalizzazione che un solo Paese ha favorito, come dicevo, più di tutti, cioè proprio la Cina comunista e capitalista.

Una Unione, quella europea, senza valori, basata su procedure e “parametri” astratti,  che poco o nulla ha perciò a che vedere con quella confederazione confederale del mercato comune che, in un comune fronte atlantista, aveva, con l’aiuto degli Stati Uniti, creato forme di connessione fra i suoi diversi popoli  e di benessere nei “favolosi” anni seguenti alla seconda guerra mondiale. Una Europa che non va troppo alla leggera nel fare affari con i cinesi, e pavida nel fare rimostranze contro la continua violazione dei “diritti umani” messa in atto da Pechino. Commentando il discorso di Joe Biden alla convenzione democratica, Panebianco ha scritto che “un’eventuale Amministrazione Biden significherebbe per molti versi un ritorno all’antico”: “gli  Stati Uniti torneranno a distinguere nettamente fra democrazie e dittature” e assisteremo al “recupero dei legami (quasi spezzati da Trump) con gli antichi alleati europei e asiatici”. Ora, non mi sembra che l’attuale presidente americano abbia civettato con Russia e Cina. Anzi, mai come sotto la sua Amministrazione, quest’ultima ha subito, e sta subendo, una brusca frenata alla sua opera di penetrazione in vari Paesi del mondo e soprattutto in Occidente. E sarà pure un rozzo sovranista”, ma è stato proprio Trump a riprendere la più classica delle politiche americane che era stata proprio la presidenza Obama a mettere in discussione: alleanza con i paesi sunniti e difesa di Israele e in funzione anti-iraniana. Quanto poi a certi disimpegni americani nel mondo e in Europa, essi erano iniziati già da un po’, sotto i democratici. e  prendono atto proprio dai mutati equilibri geopolitici (il Pacifico è oggi altrettanto importante quanto lo era l’Atlantico un tempo) e dall’insostenibilità per l’America di farsi, spesso senza successo, “gendarme” del mondo. Fa perciò torto alla sua comprovata onestà intellettuale, dire, come Panebianco ora dice, “accecato” sicuramente dal “pregiudizio” e dall’ideologia,  che l’antiamericanismo presente nella società europea è agevolato dal “nazionalismo” di Trump. Egli sa, infatti, che si tratta di una tendenza di lunga data, che alligna molto più a sinistra che a destra. Così come sa che al nazionalismo si è legata nel passato la più florida e paradigmatica “età liberale”: quella ottocentesca delle costituzioni e dei diritti inviolabili di espressione e di proprietà.

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