Caro Parlato, sui mali del mondo non prediche ma soluzioni

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Caro Parlato, sui mali del mondo non prediche ma soluzioni

27 Giugno 2008

 

La recente tragedia del mare di Sicilia ha ispirato a Valentino Parlato un vibrante atto d’accusa contro i <paesi benestanti> e il <club dei signori>.

<Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi—si legge nell’editoriale L’Umanità negata del ‘Manifesto’ del 17 giugno u.s.–che non troveremo mai |..| Persone, esseri umani che fuggono dal loro paese |..| E’ una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la colpa di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa—fino all’omicidio di massa—alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere>.

 Riccardo Barenghi de ‘La Stampa’, nella rassegna radiofonica di ‘Prima pagina’, se ne è commosso al punto da leggere l’articolo quasi per intero. Segno dei tempi e dell’inarrestabile tramonto del marxismo. Quest’ultimo—che, tra l’altro, contiene una politically uncorrect analisi della globalizzazione—è decisamente sulla linea della weberiana ‘etica della responsabilità, fondata sulla virile accettazione della complessità del sociale e sulla consapevolezza che l’agire politico, per essere efficace, deve venire a patti con le ‘potenze mondane’, se non vuole ridursi a  lamento di anime belle. Negli scritti raccolti dal curatore italiano col titolo India, Cina e Russia invano si cercherebbero una  pagina sentimental-moralistica, un presentimento del multiculturalismo, un nascosto rimpianto per la comunità e la tradizione perdute, una recriminazione antioccidentalista. La storia e il capitalismo  debbono fare il loro corso e quanto prima il mondo diverrà una indivisa unità di produzione e di scambio tanto prima si realizzerà il grande progetto illuministico  di redenzione del genere umano dalla miseria e dalla superstizione. E’ una spietatezza che i seguaci tardo-ottocenteschi del materialismo storico ripudiarono ben presto, convinti com’erano, grazie alla loro  formazione filosofica positivistica e all’acculturazione liberaldemocratica, che l’evoluzione e i ‘piccoli passi’ avrebbero fatto raggiungere la terra promessa, caratterizzata dalla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, economizzando sacrifici di uomini e distruzioni di cose. Ripudiando il positivismo, la generazione marxista successiva, credette di capire, con Lenin e in seguito con Mao, che sarebbero stati gli ‘anelli deboli’ della catena—le masse operaie e contadine di un paese arretrato come la Russia zarista, le campagne del subcontinente cinese—a far saltare il sistema e non si fece scrupolo a riproporre strategie rivoluzionarie che avrebbero  causato ecatombi di morti.

 I due diversi modi di ‘costruire il socialismo’ hanno prodotto risultati che stanno sotto gli occhi di tutti.< Le socialdemocrazie europee —ha riconosciuto onestamente Emanuele Macaluso in una lettera inviata al ‘Manifesto’–con errori e difficoltà, sono state le uniche alternative ai partiti conservatori, hanno riformato e salvaguardato il welfare e garantito le libertà individuali e la laicità dello Stato>. Se si pensa ai modi in cui sono crollati o si stanno riformando dall’interno i comunismi reali, alle miserie e alle contraddizioni dei pochi regimi rimasti fedeli alla lettera e allo spirito del marx-leninismo, ci si chiede, dinanzi a tanta ‘fetida ruina’: ma con quale autorità morale e intellettuale mettono sotto processo l’Occidente chierici militanti che, nel caso del ‘Manifesto’, hanno criticato il totalitarismo stalinista in nome del (ben peggiore) totalitarismo maoista? Forse per aver condannato l’invasione della Cecoslovacchia, senza mai venir sfiorati dal sospetto che le repressioni e le persecuzioni del dissenso politico sono l’effetto scontato del collettivismo e della soppressione del mercato, come ben sapevano gli anarchici alla Proudhon? Certo, la condanna di ogni forma di violenza è sempre benemerita ma siamo poi sicuri che Parlato e i suoi amici abbiano compreso la natura delle ‘forme di governo’ un tempo a loro care? Nell’articolo Trent’anni dopo, onore a Mao (‘Il Manifesto’9 settembre 2006), Rossana Rossanda scriveva : <A Mao dobbiamo l’esistenza della repubblica popolare, Mao ha fatto per il 70% le cose giuste e per il 30% le cose sbagliate.|…|Onore a Mao> E in un delirio apologetico, che raccordava rivoluzione culturale, sessantottismo e no-global, aggiungeva: < Nel 1958 | Mao | va oltre: la Cina vivrà di se stessa, non come un immenso paese verticalizzato da un comando centrale, ma come il sommarsi di migliaia di autogestioni collettive, che tenteranno, in un salto senza precedenti, di abolire la differenza fra agricoltura e industria, mettendo in comune forze, tempi e obiettivi della produzione ma della riproduzione sociale. Non solo lavorare assieme, ma mangiare, studiare e vivere assieme. E’ un immenso sforzo e sarà un immenso scacco, dove è stato l’errore?  Anche qui curiosamente, il tema d’uno sviluppo tutto locale, del tutto decentrato e autogestito, già affiorato in certe comuni del 1968, riaffiorerà in forme diverse nel movimento no-global>.

 Con questo non condividiamo anche noi, con Valentino Parlato, la pena infinita che suscitano le immagini di uomini, donne, bambini aggrappati ai tubi roventi delle tonnare per scampare alla morte per annegamento? Tutt’altro. Grazie ai secoli di cristianesimo, che ci stanno alle spalle, sappiamo bene cosa rispondere alla domanda :<per chi suona la campana>. Avendo tutti un cuore—a destra e a sinistra, laici e cattolici, credenti e non credenti–la tragedia dei clandestini ci colpisce tutti, sia pure con diversa intensità: il loro dramma ci fa vergognare della nostra umanità, ci fa sentire in colpa come  capita ogni volta che pensiamo alla nostra agiatezza occidentale e alla miseria dei tre quinti del pianeta. Ma  l’ennesima sfida morale al nostro acquisito sentimento della radicale unità del genere umano non deve indurre a confondere morale e politica, virtù e capacità. Fanno bene i pontefici romani—Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma anche i loro predecessori e altre autorità spirituali–a richiamare continuamente i popoli della terra al dovere della solidarietà cristiana. Sennonché il ‘piano etico’ può attivare  il senso di una responsabilità personale—ad es. può indurre le singole famiglie alle ‘adozioni a distanza’—o incoraggiare le associazioni umanitarie—come i missionari di Piero Gheddo—ma di per sé nulla può fare senza, per così dire, trapassare sul ‘piano politico’.Qui l’agire deve fare i conti con costi e prestazioni che ricadono sulle collettività e che, pertanto, laddove esiste un minimo di democrazia, debbono venire discussi ed approvati ‘facendo la conta delle teste’.Se ci si ferma all’’assistenza ai paesi bisognosi’ occorrono strutture adeguate, banche che reperiscano i relativi  fondi pubblici e privati, istituti, personale tecnico specializzato, mezzi di trasporto, reparti militari etc. Tutte queste belle cose hanno un prezzo: siamo disposti a pagarlo e in che misura? E chi ci garantirà dagli sprechi assurdi a causa dei quali, per fare un esempio significativo, meno del 20% del bilancio della FAO va ai paesi poveri, il resto essendo destinato a pagare sedi e funzionari dell’organizzazione? Se poi, al contrario, si pensa di risolvere la ‘miseria del mondo’invertendo radicalmente la rotta e prefigurando un altro modello di sviluppo, le difficoltà da grosse diventano titaniche. Quale paese, infatti, comincerà per primo a ridurre i consumi e, quindi, a far chiudere i battenti di non poche aziende e ad affrontare il problema di una disoccupazione che, sul breve e medio periodo, si preannuncia di massa? E come imporre sacrifici alle varie categorie sociali salvaguardando le istituzioni democratiche? <Nei nostri paesi benestanti—ha sentenziato Parlato—la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l’arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane>. Dietro questa denuncia, ispirata a un deamicisismo incattivito, cosa si trova: l’invito a uscire dalla globalizzazione, il ritorno allo ‘stato mercantile chiuso’, l’autarchia collettivista? E se il terzo mondo cresce a ritmi demografici vertiginosi cosa dovremmo fare? Aprire le nostre frontiere, accogliere tutti i ‘dannati della terra’, garantire a tutti lavoro, alloggio, assistenza sanitaria in virtù della comune appartenenza al genere umano? E di quanto si eleverà il carico fiscale a ciò necessario? E quale governo o maggioranza parlamentare oserà davvero ‘far piangere i ricchi?’.

 In realtà, non c’è soluzione agli enormi problemi che gravano sull’umanità del terzo millennio, al di fuori dei ‘piccoli passi’ (liberali o socialdemocratici che siano) e i ‘piccoli passi’, potendo essere discordanti, vanno discussi pacatamente e democraticamente, con la consapevolezza che, in questo campo, voluntas fertur in incognitum e nessuno, a destra e a sinistra, ha in tasca la ricetta infallibile.

Ma proprio per questo, se si resta nella dimensione politica, nessuno  può sentirsi autorizzato a parlare come se fosse un funzionario del Genere umano o un ministro in carica dell’Imperativo categorico La ‘critica politica’ non si fa nel vuoto, non è poesia umanitaria, non è un film pacifista dell’immortale Akira Kurosawa. Se si denuncia una prassi, un modello di sviluppo, una political culture, si deve avere in mente un’alternativa concreta, un modo credibile di incidere sul reale, che, almeno in qualche misura, sia suscettibile di rendere il mondo migliore di come lo si è trovato. Altrimenti è come prendersela con le devastazioni di un terremoto o di un’inondazione.

 Non avrebbe senso parlare di uno sconfitto della storia come l’anziano combattente Valentino Parlato se, nelle facoltà umanistiche, che hanno il compito di formare le nuove generazioni, il suo stile ideologico non fosse divenuto da tempo ‘senso comune’ e se schiere di sociologi, di letterati, di filosofi del diritto non sembrassero suoi figli e nipoti. Solo in Italia un giornale-setta che ha guardato con simpatia ai peggiori totalitarismi del secolo, da Lenin a Mao , che, ancora oggi, versa lacrime di tenerezza sulla Cuba di Fidel Castro e che, in ogni zona d’ombra (e sono tante) delle società industriali di massa vede la riprova della sua superiore intelligenza del corso storico gode di un prestigio tanto elevato che persino un quotidiano di area riformista non sarebbe disposto a pubblicarne una critica severa e serrata. In questa pregiudiziale favorevole c’è un equivoco che forse trova una sua limpida spiegazione nell’intervista rilasciata da Norberto Bobbio a ‘Repubblica’ il 21 febbraio 2001:< Sono in grado le democrazie che governano i Paesi più ricchi del mondo di risolvere i problemi che il comunismo non è riuscito a risolvere? Questo è il problema. Il comunismo storico è fallito, non discuto. Ma i problemi restano, proprio quegli stessi problemi che l’utopia comunista aveva additato e ritenuto fossero risolvibili. Questa è la ragione per cui è da stolti rallegrarsi della sconfitta e fregandosi le mani dalla contentezza dire: ‘L’avevamo sempre detto!’. O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico (insisto sullo "storico") abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia? La democrazia ha vinto la sfida del comunismo storico, ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista? ".A interpretare il senso tutt’altro che oscuro di queste parole, da una parte stanno i regimi e le ideologie che si fanno carico del ‘bisogno e della sete di giustizia’, dall’altra, si trovano democrazie (certo molto apprezzate dal Maestro torinese) e dittature che pensano solo a se stesse: è una visione della politica non ancora lambita dalla secolarizzazione giacché a uno dei due eserciti in campo si concede il vessillo della Morale e all’altro quello dell’Utile. In tal modo, però, viene azzerato il fondamento stesso della scienza politica liberale ovvero l’idea che, in un quadro di regole e di garanzie tese a salvaguardare i diritti individuali, i valori e gli interessi stanno tutti sullo stesso piano (‘siamo tutti sul mercato’come diceva Bernard Crick) e che è la competizione democratica a dover decidere quali promuovere e quali no. Se  le ‘pratiche politiche’, invece, hanno diversa dignità etica, la dèbacle toccata ai “buoni”—quand’anche meritata per aver perseguito fini eccellenti con metodi cattivissimi—non cancella rispetto e considerazione. Onore a Valentino Parlato, dunque!