Caro Pera, finchè c’è voto c’è speranza…
09 Gennaio 2009
<Ciò che la morale cristiana afferma—scrive, Luigi Marco Bassani su ‘Libero’ del 6 gennaio u.s. in difesa del libro di Marcello Pera, "Perché dobbiamo dirci cristiani"—è che pur avendo la certezza di ciò che è bene non abbiamo né il diritto né il dovere di imporlo. Non siamo esentati da questo ingrato compito per il fatto di non conoscere il bene, ma proprio perché la visione cristiana (e anche liberale) prevede che il bene stia proprio nella non coercizione. Sappiamo ciò che è bene, e parte integrante di questa visione del bene è che essa deve essere insegnata e non imposta>.
Bassani è un sottile ragionatore e un eccellente studioso del liberalismo classico—e jeffersoniano in particolare—ma temo che l’assidua frequentazione dei teorici del mercato che ritenevano inconfutabili, sotto il profilo scientifico, le loro analisi dell’economia moderna, della ‘società aperta’ e delle libertà individuali razionalmente deducibili dai ‘diritti naturali’ non gli faccia scorgere il rischio di un ‘comtismo’ liberista, privo di dubbi su ciò che è ‘bene’ per l’umanità.
In molti incontri—peraltro sempre auspicabili—tra cattolici e liberali sembra riproporsi l’antico pregiudizio platonico che vedeva nella politica il campo di battaglia in cui si affrontano la verità e l’errore, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, la fallace teoria tolemaica e la scientifica teoria copernicana, e non invece, più realisticamente, l’arena in cui si confrontano interessi sempre parziali che i partiti e gli uomini di Stato compongono in vario modo–e, nella società democratica, in modo difforme. Qui il relativismo morale e culturale non c’entra ma semmai un prudente scetticismo in grado di renderci consapevoli che se è vero che sui valori ultimi dell’Europa e dell’Occidente (inconcepibili senza il cristianesimo) siamo—non possiamo non essere– tutti d’accordo, la nostra finitudine non ci consente alcuna sicurezza sulle loro implicazioni pratiche e politiche, regnando sovrano, al riguardo, il conflitto delle interpretazioni.
In diritto, in politica, in economia, nessuno può pretendere di avere in tasca le ricette infallibili per assicurare a ogni membro del consorzio sociale libertà, dignità, rispetto della vita umana giacché ciascuno ne intende diversamente le strategie di attuazione. Se ci fosse un nostro simile in possesso della ‘verità’ sul modo di rendere gli uomini più liberi e più felici, che senso avrebbe la democrazia? Dovremmo conferirgli un potere assoluto ed essergli grati se accetta la nostra investitura.
Qualche esempio tratto dalle cronache di questi anni potrebbe essere chiarificatore. <L’embrione è una persona?>, come credono Benedetto XVI e Francesco D’Agostino o hanno ragione i laici e i cattolici aristotelico-tomisti (quelli che parlano di ‘potenza’ e di ‘atto’) a non considerarlo tale? E’ scandaloso chiedere democraticamente alla gente quello che ne pensa e <tener conto dell’umiliante conta dei voti> allorché si mette mano alla legge sul trapianto di organi? E perché dovrebbero tutti attenersi a quanto dice in proposito Papa Ratzinger e non a ciò che pensano i bioeticisti– cattolici e non–che non sono d’accordo con lui?
Cattolico liberale –e Alessandro Manzoni, citato da Bassani, lo fu più di tanti successivi democratici cristiani– è chi ha una concezione forte e impegnativa del ‘bene morale’ ma non ritiene giusto imporla a tutti: ad es., crede che il divorzio sia un male e si guarda bene dal divorziare ma non vuole vincolare anche i credenti a un legame ‘a vita’ che per essi non contiene nulla di ‘sacro’; ritiene che l’embrione sia già una persona ma non pretende che una legge ne vieti l’utilizzazione in laboratorio per scopi scientifici anche a quanti non pensano affatto che esso abbia un’anima. Se è questo che intende Bassani e se fosse questo il pensiero delle gerarchie ecclesiastiche quale malinteso ci potrebbe più essere tra liberali e cattolici? A preoccuparmi, invece, è la tesi, espressa in chiusura di articolo, che <per cattolici e liberali autentici> il ricorso alla conta dei voti, in questioni che riguardano sfere delicate del diritto e dell’etica sociale, sia <davvero umiliante>.
Mi è sempre parso molto significativo che, in fatto di bioetica, di diritti della persona etc., guardino con diffidenza alla democrazia sia i panglossiani dello scientismo laicista sia i cattolici tradizionalisti e i loro amici atei devoti. Essendo gli uni e gli altri sicuri delle loro ‘verità’, provano un fastidio invincibile al pensiero che sia la maggioranza a dover decidere su questioni sulle quali la scienza o la teologia hanno già detto tutto quello che c’era da dire—ad es., che il feto, nelle prime settimane di vita, non si distingue dall’appendice o, al contrario, che l’anima si unisce al corpo già al momento del concepimento. Che la politica sia <senza verità> è idea che non riesce a penetrare nelle loro menti. Del resto anni fa Eugenio Garin, nell’Intervista sull’intellettuale, non affermava candidamente che la buona democrazia è quella che riesce a convincere il popolo della superiorità di Copernico su Tolomeo e, per converso, la cattiva democrazia è quella che dà la maggioranza ai tolemaici?
<Quid est veritas?> E’ il Sole che gira attorno alla Terra o viceversa?Sul terreno della scienza, l’opinione non c’entra, o è vera una risposta o è vera l’altra e, a darla, non siamo chiamati tutti ma solo gli astronomi e gli scienziati. Assai diverso, però, è il caso della politica dove non si danno problemi suscettibili di soluzione ma solo, come s’è detto, interessi differenti e spesso conflittuali, rapportati a valori tanto più coincidenti quanto più posti in alto e lontano. L’incertezza ontologica regnante nel mondo umano ci impedisce di ‘gerarchizzare’ le nostre diverse aspirazioni, dando alle une un segno più o meno positivo e alle altre un segno più o meno negativo. E’ la grande, insuperata, lezione di due autentici liberali come il credente Bertrand de Jouvenel e l’ebreo Isaiah Berlin! I diversi bisogni umani, tutt’al più, possono trovare un ‘modus vivendi’ ad opera di un ‘compromesso’ affidato ai politici di professione (che, in democrazia, vengono eletti dal popolo) ma nessuno può sopprimere l’altro a quel modo in cui una teoria vera elimina una teoria falsa.
In questa nostra valle di lacrime–in cui, peraltro, non si vive tanto male–, il ricorso alle urne non è il gioco del lotto, non è un comodo ritrovato per non ‘venire alle mani’ contando le teste invece di tagliarle, ma una espressione coerente della fede nell’eguaglianza politica e nel buon senso di tutti i cittadini. E’ quanto Tocqueville, d’altronde, aveva colto nella civic culture nordamericana: se i cittadini sono tutti eguali, retti e ragionevoli, è naturale che, in caso di disaccordo , debba prevalere il parere dei più.(Era, applicato alla politica, il vecchio adagio che <quattro occhi vedono meglio di due>, osservazione banale quanto si vuole, ma il guaio delle cose banali è che sono spesso vere…—qualcosa di simile mi pare avesse detto Oscar Wilde).
Come potrebbe essere coerente, ci si chiede, una società liberale definita da uno spazio pubblico ben delimitato e da uno Stato legislatore sottoposto a una cura dimagrante ,che invocasse l’aumento del numero dei divieti –ad es. il divieto di rifiutare l’accanimento terapeutico inteso come alimentazione delle cellule ancora vive in un corpo ormai in coma irreversibile—e non quello delle azioni lecite ,della libertà come ‘non impedimento’? Sottrarre potere allo Stato, benissimo! Ma per darlo agli individui storici e concreti uti singuli—quelli da sempre posti al centro della riflessione e delle preoccupazioni dei liberali classici—o per riconsegnarlo alle ‘comunità naturali’, famiglie, parrocchie, vicinati, tribù varie? Nel secondo caso, dovremmo rifare a ritroso il percorso travagliato che ha portato l’umanità occidentale all’affermazione dei <diritti dell’uomo e del cittadino> e, quel che è peggio, saremmo costretti a rimetterci ad autorità che non abbiamo eletto e che non possiamo ‘sfiduciare’– forse l’esperienza più penosa e insopportabile per l’homo occidentalis che da due secoli respira, sia pure con tragici intervalli, <l’aria delle città che rende liberi>. E’ questo che si vuole implicitamente quando si depreca <l’onnipotenza dello Stato>? Non un diminuito <dominio dell’uomo sull’uomo>, per adoperare un frasario vetero-marxista, ma una ripartizione di quel dominio su più soggetti, col repêchage inaspettato di chi lo esercitava un tempo, su un piede di parità con le autorità temporali?
So bene che né Pera, né tanto meno Bassani, né altri teocon vogliono ricollocare il potere all’ombra dei campanili, riconsegnandone una parte ai pastori delle anime che ieri <controllavano anche il respiro dei parrocchiani> (come ebbe a confessare sconsolato un vecchio sacerdote a un mio amico scettico e miscredente). Quando, però, si sostiene che uno Stato deve astenersi dal legiferare e dal mettere il naso dappertutto, se tale auspicio non significa rendere l’individuo ‘de facto’ e ‘de jure’ padrone di decidere il suo destino e ridargli una libertà tanto ampia da non escludere, al limite, neppure l’eutanasia, cos’altro mai può significare?
In realtà, in anni come i nostri caratterizzati dalla crescente babele di lingue e di valori, dovremmo tenerci assai stretta la libertà dell’urna: è l’unica arma disponibile se dobbiamo far valer il diritto di non essere irreggimentati, il diritto di vivere in pace e di non essere importunati dai ‘diversi’ di ogni specie, il diritto di associarci coi nostri simili senza chiedere niente a nessuno (e tanto meno allo Stato) e di non essere costretti a fraternizzare con chi non ci piace, il diritto di coltivare il nostro giardino e di non essere obbligati a farci entrare chiunque. Da due secoli a volerci sottrarre queste ‘conquiste’ dell’età moderna, a erodere la ‘libertà da’, la più alta espressione dell’età moderna, sono gli interpreti autorizzati delle leggi di Dio , della Natura , del Progresso storico che ambirebbero a tener fuori dalla competizione elettorale, ad esempio, sia le decisioni relative al numero di extracomunitari da accogliere nel nostro paese sia quelle relative ai trattamenti terapeutici ai quali intendiamo (o non intendiamo) sottoporci. Se ci sono diritti universali dell’uomo, indipendenti dalla nazionalità, argomentano gli uni, ogni legge restrittiva degli ingressi è una violazione di quei diritti; se la vita è sacra in quanto dono di Dio, argomentano gli altri, non è lecito votare sulla richiesta di disporne come più ci aggrada. Resta, però, un problema non di poco conto:se ci sono <cose che non vanno messe ai voti>, chi sarà autorizzato a ‘fare la scelta’, e a blindare nel tabernacolo della Costituzione diritti dichiarati indisponibili? Se non è il voto popolare a pronunciarsi, a chi ci si dovrà rivolgere?Al Vaticano, alla CEI, all’Associazione degli atei razionalisti, ai giuristi autorevoli che predicano tutti i giorni dalle colonne di ‘Repubblica’?
Finché c’è voto, c’è speranza.! Prendiamo la legge sull’aborto. Per i cattolici e per non pochi laici è solo un modo per controllare le nascite; per molti laici e per pochi cattolici, è una conquista di libertà per le donne che non si tocca. Se dipendesse dai primi, l’aborto andrebbe riguardato come un reato e, pertanto, perseguito d’ufficio; se dipendesse dai secondi, dovrebbe venir annoverato tra i diritti di libertà sanciti dalle moderne carte costituzionali. In entrambi i casi, il ricorso alle urne, di cui si farebbe volentieri a meno, viene visto solo come una spiacevole necessità per mettere a tacere la parte avversa. Né gli uni, né gli altri sono disposti a prendere atto della fragilità delle convinzioni umane e della relatività non dei principi ma dei modi in cui farli valere e, pertanto, né gli uni né gli altri sono in grado di apprezzare il vero significato della consultazione popolare e dell’istituto democraticisssimo del referendum.
Non vorrei indulgere a una facile retorica, ma la cabina elettorale è l’indice più sicuro della maturità civica di un popolo. Solo chi è uso a problematizzare costantemente la base su cui poggiano le sue certezze morali e, socraticamente, <sa di non sapere>, è disposto a sentire gli altri, a esporre le sue ragioni e a verificare, col conteggio dei voti, se la maggioranza dei concittadini la pensa come lui. Ove non fosse questo il caso, il risultato della votazione potrebbe indurlo, nondimeno, a rivedere i suoi convincimenti o a raggiustare il tiro, ripensando diverse strategie per trarre i concittadini dalla sua parte. In fondo, perché i vincitori dovrebbero essere nel torto e i vinti trovarsi dalla parte giusta? La democrazia, alla fin fine, potrebbe risolversi anche in una lezione di umiltà per chi si ritenga depositario di Verità atemporali. L’importante è non privarsene, altrimenti non sapremmo più come difendere i nostri diritti antichi (le nostre ‘libertà negative’) e come scansare quelli che ci vorrebbero imporre come nuovi (le ‘libertà positive’) senza neppure consentirci di discuterli col pretesto che……<ci sono cose che non si mettono ai voti>!
