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Caro Quagliariello, subito la “Camera delle Regioni” per sdrammatizzare un eventuale ritorno al voto

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Caro Quagliariello,

ho letto le interviste che hai rilasciato da Ministro per le Riforme (a l'Avvenire, a l'Unità, e domenica scorsa a La Stampa). Pongono l'accento sulle modifiche costituzionali "pesanti": la eventuale elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica e la connessa "forma di governo". Per quanto da gran tempo discusse esaminate, esplorate fin nei minimi dettagli, modifiche del genere richiedono un tempo non breve. Si deve definire l'iter della loro elaborazione ed approvazione; soprattutto se - come sembra inevitabile - si vuole dare spazio all'intervento popolare per stabilire indirizzi e/o per la decisione finale.

La "convenzione" di cui tanto si parla poteva essere necessaria nello schema perseguito da Bersani: un governo "di minoranza" come quello da lui prospettato consigliava o addirittura imponeva il contrappeso di una sede che garantisse a tutti voce in capitolo sulle questioni istituzionali. Adesso c'è, però, un governo con una maggioranza molto ampia (più di tre quarti dei membri del Parlamento) e con l'impegno diretto dei partiti; oltre ad esserci un ministro ad hoc. La convenzione non è più, dunque, una necessità . Comunque, convenzione o no, un po' di tempo per questo tipo di riforme ci vuole

Un'altra esigenza deve, invece, essere soddisfatta in tempi brevissimi: l'Italia va messa in sicurezza nel caso si debba tornare a votare presto. Nessuno (sembra) lo vuole davvero, ma nessuno può escluderlo; farlo senza cambiare nulla potrebbe risultare letale per la democrazia italiana. Non ci si può, dunque, permettere di posporre interventi di emergenza al completamento di un auspicabile nuovo assetto costituzionale. E' invece questo l'orizzonte che ritrovo nelle interviste citate. Anche il riferimento ai "18 mesi" contenuto nel discorso del Presidente del consiglio in occasione della presentazione del Governo in Parlamento è sembrato andare nella stessa direzione.

Già in quella occasione, Letta ha tuttavia precisato, in modo perentorio, che non si voterà più con il porcellum; e domenica sera, nella trasmissione tv di Fazio, ha detto che una nuova legge elettorale va fatta subito. Meglio così, ma non basta; perché anche con una legge diversa, restando identico tutto il resto, non è affatto detto che esca dalle urne una maggioranza omogenea e solida.

La "messa in sicurezza" comporta, a mio avviso, una modifica costituzionale indicata - fortunatamente in modo unanime - nel documento finale dei "saggi" nominati dal Capo dello stato  (fra i quali c'eri anche tu): trasformare il Senato in Camera delle Regioni (modello Bundesrat) e riservare alla sola Camera dei deputati il potere di fiducia nei confronti del governo.

Dato l'accordo amplissimo, un disegno di legge che contenga questa modifica costituzionale, presentato subito, potrebbe essere approvato definitivamente entro l'anno. Basterebbe questo a sdrammatizzare un eventuale ricorso alle urne in tempi brevi; dalle urne uscirebbe una maggioranza perfino se non si toccasse il porcellum. Starebbe ai partiti scegliere: sottomettersi alla brutale "roulette russa" della legge attuale, deprecata dalla stessa Corte costituzionale, ripristinare il mattarellum,  o introdurre nella legge esistente almeno alcune migliorie; come potrebbe essere la assegnazione del premio di maggioranza in un turno di ballottaggio fra i due contendenti che hanno ottenuto i migliori risultati al primo turno.

Più avanti, nulla impedirà di procedere alla adozione di una legge elettorale funzionale all'assetto costituzionale, una volta che questo sia definitivamente stabilito. Intanto, però, si disporrebbe di un prezioso paracadute che - in caso di necessità -non ci farebbe sfracellare al suolo.

Le due esigenze sono diverse e devono essere soddisfatte in tempi diversi. Subordinare una all'altra sarebbe un grave errore che - spero - il Governo e il suo Ministro delle riforme vorranno evitare.

Molti auguri e buon lavoro

(Tratto da QDRmagazine)

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