Caro Sofri, lo Stato non è la Nutella

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Caro Sofri, lo Stato non è la Nutella

28 Maggio 2007

Sul Foglio del 26 maggio, sull’onda dell’interesse del libro di Mario Calabresi, Adriano Sofri non resiste a giocare ancora una volta con le parole, e scrive una Lettera a un giovane apprendista assassino, utilizzando l’ordinaria retorica apocalittica, zeppa di residui brechtiani e anche di roba casereccia, canzoni in vinile come Ragazzo mio di Tenco. L’articolo di Sofri ha fatto rumore per la rivelazione en passant che lo Stato, “allora cattivo e fazioso”, gli avrebbe proposto di uccidere in combutta con lui. Sul Corriere Antonio Cairoti si chiede se l’alto esponente degli affari riservati che avrebbe proposto a Sofri un delitto fosse Federico Umberto D’Amato, morto nel 1996. La rivelazione di Sofri diventerà l’ennesimo tormentone sui misteri italiani e l’attenzione si sposterà dal libro di Mario Calabresi e dalle vittime del terrorismo ai servizi segreti italiani, con interviste a non finire a vecchi esponenti di LC, ex-terroristi, notabili DC e PCI dell’epoca, fino a esaurirsi nella solita nebbia italiana.

In attesa di nuove informazioni che dosate col contagocce Sofri non mancherà di elargire nella consueta enfatica prosa, è necessario sottolineare che la rivelazione è contenuta in un articolo al centro del quale è Luigi Calabresi, il commissario di quello Stato “cattivo e fazioso”, che si convinse della colpevolezza degli anarchici e di cui non si sa bene – ripete l’Adriano nazionale – dov’era o chi c’era nel suo ufficio quando Pinelli morì. “Un delitto commesso da uno Stato è peggio di un delitto commesso da un privato” commenta perentorio Sofri e rievoca la decisione con i suoi amici di diventare l’”altro Stato”, la campagna contro Calabresi e il comunicato finale “Giustizia è fatta”. Per non trascurare alcun particolare, rievoca come tra le 800 autorevoli firme del manifesto dell’Espresso contro Calabresi vi fossero anche quelle di Primo Levi, Giancarlo Pajetta, Giorgio Amendola. Sofri invita il giovane apprendista terrorista a cui indirizza la lettera a non sparare a un buon sindaco di sinistra di oggi, scambiandolo per un boia imperialista, anche se lo Stato è ancora pieno di buchi e miserie. Abbiamo però seri dubbi sulla capacità di fermare la mano di un eventuale terrorista dei giorni nostri con questi argomenti.

Piaccia o no, uno Stato non è la Nutella e anche il migliore Stato può essere costretto a commettere nefandezze. L’11 luglio 2005, quattro giorno dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra, undici agenti dei reparti speciali della polizia inglese uccisero un giovane brasiliano scambiato per un terrorista e pochi giorni fa Scotland Yard li ha prosciolti da ogni accusa, pur rinnovando le scuse alla famiglia dell’innocente assassinato. Nessun autorevole quotidiano o settimanale inglese ha pubblicato un manifesto di 800 firme di illustri intellettuali inglesi contro gli undici agenti assassini. Il Regno Unito è la patria della democrazia, ma evidentemente anche un sistema attento ai diritti dei cittadini come quello inglese, in stato di emergenza, dopo un attentato, ammette misure eccezionali, inaccettabili in situazioni di normalità. La bomba di piazza Fontana nel ’69 fu il primo attentato a cui il Paese si trovò di fronte. All’opposizione e alla cultura dell’epoca piacque pensare fosse lo Stato ad avere organizzato la strage, della cui matrice ancora oggi non si sa niente. Luigi Calabresi si convinse della pista anarchica, ma, quali fossero le sue responsabilità, è certo che se un commissario di polizia inglese avesse commesso errori e se anche in seguito ad essi fosse morto un innocente, i giornali non avrebbero scatenato una campagna tale da condurre altri terroristi a giustiziarlo.

La democrazia non è la Nutella e forse se le autorevoli firme degli anni di piombo che ancora oggi pontificano su giornali e tv riuscissero a comprenderlo, non avremmo più bisogno di lapidi alla memoria, né di lettere a giovani apprendisti assassini.