Caro Veltroni, per creare un governo ombra bisogna fare sul serio
12 Maggio 2008
di Redazione
Il Partito Democratico ha varato il suo “governo
ombra”. Auguri. Sia detto senza iattanza ma anche senza falsa compiacenza.
L’esempio anglosassone ce lo insegna: lo “shadow cabinet” è una sfida difficile
che, per riuscire, necessita di alcuni presupposti che nella situazione
italiana sembrano quanto meno vacillanti.
E’ necessario, in primo luogo, che ai “ministri ombra”
sia conferita una preminenza gerarchica nei confronti del personale
parlamentare, in particolare di quello che opera nelle Commissioni. Il rischio,
in caso contrario, è che si ripeta lo spettacolo già visto a proposito della
cosiddetta “bozza Vassallo”: fuori dal Parlamento i “ministri ombra” di
Veltroni tessevano la tela; all’interno dell’emiciclo i suoi parlamentari la
disfacevano. Ancor più, vi è bisogno che i ruoli assegnati con sin troppa
enfasi non vengano replicati negli organi di partito, e che non si creino
camere di compensazione alternative nelle quali scontare i rapporti di forza
interni al partito e all’alleanza. Detto in termini crudi, Veltroni deve
accettare di regolare i suoi problemi con D’Alema e Di Pietro coinvolgendoli
nella partita del “governo ombra”, senza illudersi che esso possa invece
servigli ad eludere le difficoltà.
Infine, il Pd deve considerare che il governo ombra
potrà sviluppare il suo potenziale innovativo solo se collocato in un contesto
istituzionale che ne valorizzi il significato. In questa prospettiva diviene
centrale il tema della riforma delle procedure parlamentari la cui disciplina,
ritenuta spesso e a torto una questione meramente tecnica, svolge al contrario
un ruolo essenziale nel determinare i concreti equilibri istituzionali. Ad
oggi, nonostante i miglioramenti introdotti nel corso degli anni Ottanta e
Novanta, il modello parlamentare vigente presenta alcune debolezze che
rischiano di vanificare la portata innovativa del voto del 14 aprile. E’ un
problema innanzi tutto della maggioranza. Ma dopo il varo del governo ombra
neppure il Pd può far finta di niente.
Le lacune più gravi riguardano in particolare la
costituzione dei gruppi, che ha finito con l’incentivare la frammentazione e la
proliferazione delle sigle politiche; la sostanziale debolezza del Governo
nell’ambito delle dinamiche parlamentari e soprattutto del procedimento
legislativo; la mancanza di un vero e proprio statuto dei diritti
dell’opposizione.
Quest’ultimo
aspetto è quello più direttamente chiamato in causa dalla formazione del
governo ombra. La sua valorizzazione richiederebbe ben più che meri
adeguamenti: basti pensare che negli attuali regolamenti non è nemmeno
contemplata la categoria dell’opposizione, e che il termine stesso –
“opposizione”, per l’appunto – compare in maniera incidentale solo in un articolo secondario del Regolamento della
Camera (art. 17). Per il resto, tutta la dialettica parlamentare si poggia sui
gruppi, anziché sul binonio concettuale “maggioranza/governo” – opposizione.
Occorrerebbe
dunque riconoscere formalmente al gruppo di minoranza maggiormente
rappresentativo il ruolo di Opposizione, intesa come controparte organizzativa
e funzionale del Governo in Parlamento, distinta per questo da eventuali altre
minoranze. In una democrazia dell’alternanza, infatti, l’Opposizione è a tutti
gli effetti “istituzione costituzionale”: un vero e proprio “governo potenziale
in attesa”. In tal senso numerosi interventi possono essere immaginati, a
partire dalla formalizzazione della figura del leader dell’opposizione e dei
ministri ombra, ai quale riservare una posizione istituzionale privilegiata e
la facoltà di attivare alcuni strumenti di garanzia e di controllo. Si possono
inoltre prevedere spazi e tempi dedicati all’esame delle questioni sollevate
dall’opposizione, nonché stabilire rappresentanze paritarie in quegli organi
parlamentari che non assumono decisioni di merito ma che esercitano funzioni di
garanzia e di controllo (fra i quali, ad esempio, un comitato per il controllo
sugli andamenti della finanza pubblica). Infine, si può pensare al
potenziamento della funzione ispettiva e di controllo dell’opposizione.
La
condizione, nel rispetto del bilanciamento tra pesi e contrappesi, è che
l’opposizione sia disponibile a concordare strumenti che agevolino la vita del
“governo reale” in Parlamento, rafforzando quel cardine di una democrazia
decidente senza il quale lo stesso “governo ombra” degrada a mero espediente
tattico.
Fin qui in
Italia, nonostante dal ’94 il governo sia stato fondamentalmente scelto dagli
elettori, non si è mai voluto prendere atto che in una democrazia maggioritaria
la funzione cruciale assegnata da Locke e Montesquieu alla separazione dei poteri, più che alla
dialettica fra legislativo ed esecutivo, si debba affidare al confronto tra il
continuum governo-maggioranza da un canto e l’opposizione dall’altro. Il voto
del 13 e 14 aprile ci dà l’occasione insperata di uscire dal guado. E il
governo ombra può essere un passo nella giusta direzione. Ma solo a condizione
che ci si renda disponibili a non fermarsi.
