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La sfida

Casa Bianca: se le elezioni saranno un referendum su Biden, Trump può ancora farcela

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Trump è tornato, dopo la guarigione dal Covid-19, tra la sua gente, con comizi all’aperto, come quello ad Orlando, in Florida, ancora più determinato, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre. Ma il suo capolavoro, nelle settimane che lo dividono dalla sfida finale con Biden, dovrà essere un capovolgimento di strategia nella campagna elettorale. Trump, col suo staff, dovrà far sembrare che il voto non sarà un referendum pro o contro sé stesso, ma pro o contro Biden. Il presidente dovrebbe disporsi verso un atteggiamento meno incentrato sulla sua figura, anche ritirandosi brevemente dai riflettori, durante i dibattiti, per cedere all’antagonista democratico lo spazio e il tempo per commettere errori – poiché Biden di errori ne commette – e dargli modo di spiegare le politiche che intende adottare.

Insomma, non che Trump abbia agito male nei suoi primi quattro anni al Casa Bianca. Anzi, su tutti, i successi in politica internazionale, come quelli raggiunti con gli Accordi di Abramo, le riforme economiche pre pandemia e l’occupazione nel mondo del lavoro, cresciuta ad un ritmo elevato, se confrontata con quello degli ultimi decenni Usa. Però tutto questo poterebbe non bastare e potrebbe risultare vincente quella carta che inducesse gli elettori in quella direzione in cui la domanda diventi quella che si chiede se davvero per i prossimi quattro anni vorranno che le loro tasse aumentino e che, ad esempio, la Corte suprema subisca un’impasse. Poiché è probabile che sarà proprio questo ciò che accadrà, così come altre decisioni che verrebbero prese da un’amministrazione governata dall’ex vice di Obama, per otto anni, alla Casa Bianca. Per dirne un’altra, l’abbandono del fraking, per quanto riguarda la produzione del petrolio attraverso il gas di scisto; o, a livello istituzionale, l’abolizione del filibustering, una tecnica ostruzionistica che consente di opporre un vero e proprio veto negli iter legislativi del Congresso. E se va detto, con chiarezza, al di là dei sondaggi che circolano, che Trump ha tutte le carte in regola per ottenere un secondo mandato, va anche ricordato che la gestione della pandemia da Covid-19 da parte del presidente è stata al centro della campagna elettorale e che il suo ricovero in ospedale, al momento, non sembra aver spostato gli equilibri nelle preferenze, le quali danno ancora avanti Biden.

Trump dovrà mettere in atto un’azione da Wag the dog, una distrazione di massa che sposti da sé a Biden l’obiettivo, in modo tale che sia lo stesso Biden e perdere le elezioni, e non solo Trump a vincerle. Potrebbe essere questo il colpo vincente che potrebbe portare in testa Trump nelle prossime tre settimane, anche perché non sembra in grado di spostare l’ago della bilancia neanche il reiterato slogan “LAW & ORDER”, il quale il presidente twitta o posta su Facebook. Neanche la nomina del giudice Barrett, alla Corte suprema, sembra aver cambiato, per il momento, le sorti. È pur vero, però, che Trump di fronte a sé non ha solo un cambio di strategia, come asso nella manica per aggiudicarsi la corsa a Washington, dunque gli almeno 270 grandi elettori da portare all’interno dell’Electoral College. Non va dimenticato che quattro anni fa, con tutti i sondaggi sfavorevoli, nessuno pensava che avrebbe battuto Hillary Clinton. Infatti non si potrà escludere che di qui al 3 novembre prossimo potrebbero verificarsi eventi imprevedibili, così come nel 2016 accadde che James Comey, l’ex capo dell’Fbi, riaprì le indagini sul server di posta elettronica di Clinton, poco prima delle elezioni, cambiandone l’esito. Chi potrà escludere una sorpresa, anche in questo ottobre? Una potrebbe arrivare dall’indagine in corso del procuratore americano John Durham, su Mueller, per quanto riguarda il cosiddetto Russiagate. In più, ancora una volta, gli analisti non hanno ben compreso che non conta il totale dei voti espressi, ma il numero dei grandi elettori che verranno eletti stato per stato, soprattutto in quelli in bilico: gli “swing states”. Ottenere o perdere voti a New York o nel Mississippi non ha nessuna importanza, in quanto vincitore sarà il candidato che influenzerà più elettori in stati come Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e in pochi altri stati in cui si decideranno le elezioni, come il Minnesota. Trump, quindi, potrebbe puntare sul disprezzo sempre mostrato dalle élites costiere, anche mettendolo in rilievo, su determinati argomenti, apprezzati, invece, dai “midwesterner”. E poi ci sono i sostenitori ad oltranza del presidente, entusiasti e felici di ricompensarlo, poiché Trump ha mantenuto le sue promesse elettorali su Nafta, tasse, lavoro e militari. Biden, per ora, ha vinto solo sulle testate delle grandi organizzazioni giornalistiche. Ma i voti che contano saranno quelli depositati nelle urne, oltre a quelli contenuti nelle buste postali.

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