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Il bello (e il buono) della Campania

Caserta: terra di lavoro, storia e tradizioni

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Terra dei fuochi? No, a dire il vero è Terra di Lavoro. Sì, perché era questo il nome di una vasta regione che comprendeva anche l’attuale provincia di Caserta. È grazie a Terra di Lavoro che la Campania meritò l’appellativo di “felix”. Fin dal 79 d.C, fu la zona più fertile della Campania, tanto che Plinio il Vecchio coniò l’appellativo proprio per distinguerla dalle altre zone. Poi, nel tempo, passando per il Medioevo fino a giungere all’epoca del Regno di Napoli, portò con sé tutto il carico di un’area della Campania florida e felice, che nel 1221 Federico II volle addirittura rendere autonoma.

È questa, in sintesi, la storia di una provincia, quella di Caserta, oggi tristemente nota per i Casalesi e per i rifiuti chimici. Si è riusciti a distruggere un angolo di mondo fertile e redditizio; a dissipare una benedizione celeste. È il momento di rialzare la testa, ripartendo anche da Caserta, così come stanno facendo molti produttori, innovando e diversificando le proprie coltivazioni, anche attraverso l’opera di recupero di vitigni storici.

Pallagrello, Casavecchia e Galluccio, cosa sono? Vitigni autoctoni, i più importanti di quest’area che, per fortuna, continua a difendersi e a regalare prodotti sublimi. Partiamo dal Pallagrello: uno dei pochi casi di vitigno sia a bacca bianca che rossa. Un vitigno riscoperto e valorizzato da Ferdinando IV di Borbone, che se ne fece impiantare una grande quantità nella sua “Vigna del Ventaglio”. E che dire del misterioso Casavecchia? La sua storia è sconosciuta ai più e resta ancora da scoprire. Secondo racconti del luogo, il suo nome deriva dal fatto che una piantina – dopo l’ecatombe della “fillossera” – sarebbe stata trovata presso i ruderi di una vecchia casa romana.

Inoltre, altre fonti citano il casavecchia come uva che dava corpo al famoso “trebulanum” (dalla città romana di Trebula), uno dei vini preferiti dai romani. E il Galluccio? Qui stiamo parlando addirittura di un vino DOC, prodotto in cinque comuni (Galluccio, Rocca d’Evandro, Mignano Monte Lungo, Tora e Piccilli, Conca della Campania) dominati dal vulcano spento di Roccamonfina, che con la sua attività eruttiva ha reso i terreni - per struttura e composizione - estremamente vocati alla coltivazione della vite. Che si tratti di un regalo della natura è presto compreso dal fatto che il disciplinare, sia per il Galluccio bianco che rosso, prevede, nel primo caso l’uso di un 70% di uva falanghina e, nel caso del rosso, un 70% di aglianico. Aglianico e falanghina, quindi, i due vitigni più diffusi in Campania, ma che in questa zona assumono profumi, odori e struttura formidabili, tanto da meritarsi questo importante riconoscimento.

La storia dei vini si intreccia sempre a quella della terra in cui vengono coltivati e viceversa. La storia di Terra di Lavoro prima e di Caserta poi ha rappresentato un periodo formidabile per la nostra regione. E così è stato anche per questi vini, che da migliaia di anni hanno accompagnato le tavole dei popoli che si sono succeduti, quasi come se volessero testimoniare la loro importanza. Poi, pian piano, tutto è andato perduto, ma resta ancora la speranza: quella di produttori coraggiosi che hanno voluto recuperare le tradizioni e la storia di questi vini; quella degli appassionati che con il loro sostegno dimostrano di amare ancora questa terra. Una terra che, al di là di ciò che possa pensare qualche nordico, si chiamava “di lavoro”. Questa è la nostra storia e questo dovrà essere il nostro futuro se vogliamo recuperare ciò che è stato perso.

 

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