Caso Blefari, il mistero ruota intorno alle perizie psichiatriche

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Caso Blefari, il mistero ruota intorno alle perizie psichiatriche

02 Novembre 2009

La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, di 41 anni, romana, si è uccisa sabato sera alle 22,30 nel carcere romano di Rebibbia impiccandosi con delle lenzuola tagliate e annodate attorno al collo. La Blefari stava scontando una condanna all’ergastolo per l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi. A scoprire il cadavere un agente della polizia penitenziaria in servizio nel reparto che, sentito un rumore sordo provenire dalla cella della Blefari, si è precipitato a soccorrerla. Ma è stato inutile ogni tentativo di rianimarla. La terrorista era arrivata il 21 ottobre nel carcere romano da quello fiorentino di Sollicciano, dopo essere passata anche nell’ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino e nel penitenziario dell’Aquila.

Il pm Maria Cristina Palaia ha già aperto un fascicolo senza indagati e ha disposto l’autopsia. La procura di Roma potrebbe poi riesaminare l’intero iter giudiziario della brigatista in considerazione della sua presunta patologia psichica, come emerso in questi anni dalle numerose richieste di consulenze. Nel 2008 ad esempio la brigatista, in un momento di particolare tensione emotiva, aggredì un agente di polizia penitenziaria.

La morte della Blefari arriva quando, secondo voci non confermate ufficialmente, la terrorista aveva deciso di collaborare con la giustizia per far luce sugli omicidi D’Antona e Biagi. Di certo c’era un prossimo incontro con il Pm Erminio Amelio per parlare di Massimo Papini, arrestato il 2 ottobre scorso dalla Digos. Papini, 34 anni, romano, era stato arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata con la sigla "Br-partito comunista combattente".

Dopo il suicidio della donna, è divampata la polemica sull’opportunità di tenere in carcere una persona che, secondo alcuni, mostrava disagi psichici evidenti. Secondo altri, la donna meritava di trovarsi in carcere. Il Guardasigilli, Angelino Alfano, ha commentato che la condizione della Blefari era “non incompatibile con la detenzione carceraria, tenuto conto del suo stato psicofisico”.

Ma l’ex sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, Luigi Manconi, la pensa diversamente: “Mi occupai di Diana Blefari all’epoca del mio incarico nel precedente governo, sollecitando l’amministrazione penitenziaria a seguire con particolare attenzione una persona reclusa che, già allora, mostrava segni evidenti e reiterati di instabilità psichica. Eppure non è stato fatto niente”. Manconi ha quindi aggiunto: “Ci furono decine di perizie. Tutte quelle cui la Blefari è stata sottoposta in questi anni hanno dato una diagnosi inequivocabile: ‘Gravi disturbi mentali’. Non mi pare che ci si possa confondere, sono valutazioni che stanno lì a testimoniare di una condizione che avrebbe dovuto imporre un suo ricovero in una struttura psichiatrica protetta”.

L’associazione Antigone, che si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale, per bocca del suo presidente Patrizio Gonnella, parla di “una morte annunciata”. Anche Angiolo Marroni, il garante dei diritti dei detenuti del Lazio si è domandato: “Aveva senso tenere in carcere una persona che stava così male?”. Da tempo Blefari passava le sue giornate “in completo isolamento, in una cella singola, per la maggior parte del tempo a letto e al buio rifiutando spesso cibo e medicine”.

Affranta dalla notizia la sorella Alessandra, che però lancia l’accusa: “Ogni volta che andavo a trovarla in carcere, Diana mi diceva di volersi uccidere”. Secondo il suo legale, Valerio Spigarelli “furono fatte cinque perizie, una a Bologna e quattro a Roma. Evidentemente i nostri timori erano fondati e le conclusioni delle perizie erano sbagliate. Nel 2006 una relazione del carcere di Rebibbia parlava espressamente del rischio che stava correndo Diana, della possibilità che si togliesse la vita”.

Le numerose voci non fanno che alimentare interrogativi su tutta la vicenda. Il primo quesito riguarda le perizie, chiaro indice della malattia secondo alcuni, in linea con la sua carcerazione per altri. C’è poi da chiarire perché una donna in condizioni psico-fisiche precarie (a quanto emerge dagli esami) fosse tenuta in cella di isolamento senza nessun tipo di controllo ininterrotto. Inoltre ci si potrebbe domandare per quale motivo compiere un gesto simile appena dopo aver iniziato a collaborare con gli inquirenti, intravedendo quindi uno sconto sulla pena o altri tipi di benefit che avrebbero alleviato le reclusione.

Se una soluzione a questi interrogativi giungerà comunque tardi di fronte alla estrema decisione della donna, regole certe e tempestività nelle decisioni sono e saranno fondamentali per i prossimi casi. L’auspicio è che la quasi certa cannibalizzazione sulla notizia serva a sollevare un dibattito concreto e sempre meno slegato da una logica emergenziale.