Caso Calipari, cronaca di un processo senza futuro
26 Ottobre 2007
Come era ampiamente prevedibile, la sinistra ha gridato allo scandalo. In parte – Rifondazione e compagni – perché convinta che dietro la morte di Nicola Calipari si celi chissà quale complotto internazionale ordito Oltreoceano, e in parte – soprattutto i Ds – perché realisticamente per ragion politica non c’era da aspettarsi altro.
La verità è che il processo “italiano” contro Mario Lozano, il soldato americano che il 4 marzo del 2005 fece fuoco contro la Toyota Corolla su cui viaggiavano il funzionario del Sismi, un agente dello stesso servizio segreto militare e Giuliana Sgrena, non avrebbe mai dovuto iniziare. E questo non per mancanza di rispetto nei confronti del dolore immenso di una famiglia e del cordoglio di una intera nazione. Ma perché l’impraticabilità giuridica di una simile iniziativa è scritta a chiare lettere nei documenti dell’Onu. E con ogni probabilità è con il riferimento agli atti delle Nazioni Unite che la terza Corte d’Assise di Roma motiverà la decisione di prosciogliere Lozano e chiudere il processo per difetto di giurisdizione. Allegata alla risoluzione 1546 che disciplina alcuni aspetti della missione in Irak, vi è infatti una lettera di Colin Powell che attribuisce agli Stati membri della coalizione multinazionale la responsabilità di esercitare “in esclusiva” la giurisdizione sul proprio personale. Più chiaro di così.
Che la strada giudiziaria del “caso Calipari” – sul quale, lo ricordiamo, fu istituita anche una commissione d’inchiesta congiunta Italia-Usa conclusasi con posizioni divergenti – sarebbe stata decisamente in salita, lo si era capito chiaramente oltre un anno fa in sede di richiesta di rinvio a giudizio. Allora, infatti, il pool antiterrorismo della Procura di Roma si trovò alle prese con un particolare non trascurabile: l’assenza di Lozano dal territorio nazionale. Elemento che, a norma di codice di procedura penale, avrebbe comportato l’impossibilità di celebrare un processo laddove il reato per il quale si procedeva – omicidio volontario, avevano stabilito i pm – fosse stato considerato un “delitto comune”.
La decisione in Procura non fu facile da prendere: l’irreperibilità di Lozano e la chiarezza della lettera allegata alla risoluzione Onu – tanto per fermarsi agli elementi prettamente giuridici – avrebbero suggerito di chiedere l’archiviazione. Ma, forse per ragion politica, o forse per intrinseca convinzione, la pubblica accusa decise di prendere un’altra strada, lasciare al gup un margine di manovra per andare avanti e appellarsi all’articolo 8 del codice di procedura penale che, in caso di “delitto politico”, consente la celebrazione di un processo anche qualora l’imputato non sia presente sul territorio dello Stato.
Così fu. La morte di Nicola Calipari al posto di blocco della capitale irachena divenne ufficialmente un “delitto politico”. Gli anti-americani di casa nostra esultarono, scorgendo nella posizione della Procura benzina con la quale alimentare la “caccia al mandante” che s’era scatenata all’indomani della drammatica liberazione di Giuliana Sgrena. Ma si sbagliavano di grosso, poiché la richiesta di rinvio a giudizio formulata dai pm capitolini non aveva nulla a che fare con la configurazione di un omicidio “intenzionalmente politico”. Il procuratore Giovanni Ferrara e i suoi sostituti Ionta (recentemente promosso procuratore aggiunto), Saviotti e Amelio, piuttosto, si riferivano piuttosto alle conseguenze “oggettivamente politiche” di un’uccisione che, indipendentemente dalle intenzioni di chi sparò, si risolse nella perdita “oggettiva”, per il nostro Paese, di un pubblico funzionario presente in Irak col compito di porre fine ad un sequestro “politico”, a scopo di terrorismo, e non a fini di estorsione. Dunque, a prescindere dalle ragioni che hanno determinato il drammatico evento, l’esito della sparatoria al check-point era venuto “oggettivamente” a configurarsi come “la venuta meno di una risorsa per la lotta al terrorismo”.
Nonostante l’impegno profuso per elaborare questo articolato ragionamento ed evitare così la richiesta d’archiviazione, in Procura già allora erano perfettamente consapevoli dell’esistenza della risoluzione Onu e della collegata lettera di Colin Powell, parte integrante del documento. E gli addetti ai lavori non escludevano che il giudice per l’udienza preliminare se ne sarebbe servito per fermare sul nascere un processo senza futuro. Così non è stato. Il resto è cronaca di queste ore.
