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Agosto italiano

Catania. Sono vittima di un paio di déjà vu che mi lasciano sbalordita!

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Questa mattina sono scesa con il mio Monciccì per la colazione e devo dire che aveva ragione su tutta la linea: la marmellata e il pane sono squisiti, per non parlare del succo di frutta!

Decido di fare il bis e lo concedo anche a Mario.

A patto che sia un’eccezione e non la regola.

Mentre glielo dico mi vedo da fuori, vestita come una delle SS, sguardo truce e frustino in mano.

Mario sorride sornione e mi bacia un gomito.

Partiamo alla volta di Catania, città che spesso mi hanno descritto come splendida e culturalmente vivissima.

Non vedo l’ora di scoprirla. Adoro girovagare senza una meta precisa, perdermi per le strade che non conosco, scoprire particolari che, con una guida della città in mano, sicuramente non noterei.

Mario invece adora un po’ meno tutto questo “libero arbitrio turistico”, ma, forse per via della doppia razione di marmellata di fichi e burro, mi asseconda docilmente.

L’impatto con Catania è per me devastante.

Ne sono attratta e affascinata, mi sembra di conoscerla da sempre.

L’Etna sembra voglia divorarla, oppure proteggerla come una mamma col suo bambino, a seconda dei punti di vista. Paura e sicurezza allo stesso tempo.

Il bianco e il nero a contrasto tra le facciate dei palazzi baroccheggianti e la pietra lavica.

E’ strano da spiegare ma alle volte mi capita di provare una forte empatia verso dei posti mai visti prima. Ma qui l’empatia supera la primitiva soglia del “mi piace, è davvero una bella città, vorrei provare a viverci” e diventa qualcosa di molto più intimo e viscerale.

Inoltre sono vittima di un paio di déjà vu che mi lasciano sbalordita.

“E’ un errore di Matrix”, direbbe Trinity a Neo.

Io non riesco a dirmi niente, invece.

Fatto sta che so perfettamente che oltrepassati gli Archi della Marina troveremo un suonatore di fisarmonica ad attenderci. E lo so da molti, moltissimi passi prima.

So anche che ci imbatteremo in un mercato del pesce a cielo aperto, ma quello era facilmente prevedibile dall’odore e dalla gente con le sporte piene zeppe di ogni ben di dio venuto dall’acqua.

Un po’ meno prevedibile la faccia di un pescatore dietro il suo banco, intento ad urlare “Accattate…” e poi un’altra parola che non sono riuscita a decifrare. Forse del pesce spada, visto che ne tiene in mano un pezzo grandissimo! Il suo viso mi sembra così familiare che, come in trance, non posso fare a meno di fermarmi davanti al suo banco e salutarlo.

“Buongiorno! Che bel pescione!”

Lui mi guarda, mi sorride e mi dice qualcosa tipo “Devi manciàri di più! Tieni il panzùneddu piatto piatto! Ci piace il pruppu?

Prima che io possa dire “eh?” mi trovo un polpo gigantesco tra le mani.

Ci piace, ci piace!”, commenta lui.

La mia faccia, a metà tra la sorpresa e lo schifo, dev’essere talmente buffa che scoppiano a ridere contemporaneamente sia Mario che il pescatore familiare che ora, a dirla tutta, manderei molto familiarmente a quel paese.

Ora tocca al mio amore essere totalmente rapito dall’atmosfera della Pescheria catanese.

Le grida dei pescatori, i clienti che contrattano con loro sui prezzi, i colori dei banchi – non solo di pesce. Ci sono anche ortaggi e carne appena macellata – contribuiscono a rendere questo posto affascinate e molto vicino ad un suk arabo.

Il tempo vola, pranziamo con delle crespelle farcite con acciughe e ricotta, totani ripieni e, per non farci proprio mancare nulla, una bella caponata e dolci come se piovessero. Per me.

Per Mario giusto quattro gocce, una pioggerella estiva fatta di un paio di morsi ad una cassatina.

Continuiamo a girovagare per un po’ mano nella mano, non solo per il sentimento che ci lega ma anche, e forse soprattutto, per sorreggerci a vicenda. Il caldo è davvero torrido, ci sentiamo entrambi prossime vittime di un imminente squagliamento.

Sulla via del ritorno ci fermiamo per un bagno ad Aci Trezza.

Davanti a noi gli imponenti scogli dei Ciclopi, sopra di noi il sole che sta ormai per scomparire, intorno a noi pochissimi turisti rimasti.

Ci buttiamo in acqua, Mario finge di essere un polpo per spaventarmi, mi si avvinghia stretto.

Le effusioni promesse in stanza due giorni prima, finalmente hanno libero sfogo.

Alla faccia dei Malavoglia.

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