Cavaliere, ma che fine ha fatto il PdL?
18 Luglio 2008
Ad alcuni mesi dalle elezioni, si può tentare un primo, sommario, bilancio della transizione. Cioè valutare lo stato di salute del nostro sistema politico in base ad alcuni parametri. Parametri che sono a cavallo tra le scelte politiche, la prassi costituzionale, le prospettive di riforma. Guidati dalla convinzione che la funzionalità del sistema dipenda solo in parte da una, pur necessaria, riscrittura di alcune parti del testo della carta fondamentale, ma sia almeno altrettanto legata al superamento di vizi e abitudini connessi alla precedente costituzione materiale (che per comodità si può definire dorotea). In sostanza si tratta di capire quanto il sistema politico italiano si configuri come una democrazia immediata, caratterizzata da efficaci governi di legislatura designati dal voto popolare. Sotto il profilo della prassi costituzionale i passi avanti sono notevoli. Ad esempio, i presidenti delle due camere sono stati eletti dalla maggioranza senza contrattarli in nessun modo con le opposizioni. A segno che in questi anni si è imposto un sostanziale principio di discontinuità con le abitudini consociative. Bene anche il modo di formazione del governo. Certo, i tempi lunghi per l’insediamento delle camere si sono dovuti rispettare, ma il rito delle consultazioni presidenziali è stato assai breve e la lista dei ministri è stata consegnata in tempo record. Più in generale va detto che il ruolo del presidente del consiglio è interpretato con maggiore autorevolezza di quanto avvenisse in passato. Berlusconi appare sempre più come un leader legittimato dal voto popolare e non il capo di una coalizione eterogenea obbligato a mediare tra diverse posizioni, come accadeva durante la quattordicesima legislatura.
Anche sul punto più delicato dello scacchiere politico-istituzionale, quello relativo al rapporto con l’ordine giudiziario, si è partiti con il piede giusto. Non solo è stato respinto lo scomposto assalto del partito giustizialista, ma la soluzione individuata, quella di garantire l’immunità alle più alte cariche dello stato, è immediatamente risolutiva. Consente cioè di affrontare con calma anche la più generale questione di riportare la prassi giudiziaria nell’alveo del dettato costituzionale. Per questo occorre promuovere i necessari provvedimenti legislativi o amministrativi (separazione delle carriere, ripristino dei controlli sulle carriere dei giudici).
Un discorso analogo può valere per le riforme costituzionali ed elettorali. Il superamento della crisi giustizialista dà buone speranze per una ripresa del dialogo. In questi ambiti qualsivoglia riforma non può che essere bipartisan, per evitare lo scacco subito dalla legge costituzionale bocciata dal referendum confermativo nel 2006.
Semmai occorre evitare la trappola del dialogo a tutti i costi. Cosa che si può fare segnando con fermezza i paletti da non oltrepassare. Sulla legge elettorale è necessario ribadire che qualunque accordo non potrà avvenire ad un livello inferiore a quanto offerto dal referendum Guzzetta ancora pendente. Occorre un sistema elettorale che, pur assicurando la possibilità di scelta da parte dell’elettore, resti sufficientemente selettivo nei confronti delle formazioni politiche parassitarie. Lo stesso discorso, mutatis mutandis, si può fare per le riforme costituzionali in senso proprio. Anche qui più che guardare al contorno (il federalismo) converrà concentrarsi sugli obiettivi essenziali. Cioè la forma di governo (con un rafforzamento dei poteri del primo ministro), e il superamento del bicameralismo simmetrico; in modo da rafforzare i caratteri di democrazia immediata emersi empiricamente dal 1994 in avanti.
In questo quadro che appare mosso, ma ricco di possibili sviluppi positivi, c’è però un aspetto sul quale l’iniziativa del centro destra è del tutto carente. Le ultime elezioni hanno segnato un confortante sfoltimento del formato partitico. Le formazioni politiche presenti in parlamento si sono drasticamente ridotte. Si tratta di far sì che ciò non resti un fatto episodico, ma divenga un carattere permanente della nostra democrazia. Per questo c’è bisogno, come si è detto, di scelte oculate sul piano della legge elettorale e delle modifiche costituzionali, ma non può mancare l’impegno sul fronte politico in senso proprio. Alle elezioni il centro destra si è presentato sotto la sigla del PdL, evocato da Berlusconi nel famoso discorso del predellino. Gli elettori non hanno percepito la nuova sigla come un cartello elettorale, bensì come un concreto embrione del futuro partito. In tal senso è andata anche la costituzione di gruppi parlamentari unitari. Tuttavia fino ad oggi non sono stati fatti altri passi avanti. Anzi, sempre più spesso si sentono dichiarazioni e prese di posizione di esponenti del centro destra che si richiamano ai partiti di origine. Sono segnali che non promettono nulla di buono. Certo la legislatura è lunga, ma avere al più presto uno scadenzario delle tappe previste verso l’unificazione sarebbe un’indicazione confortante per gran parte degli elettori.
