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Cavaliere, ma che fine ha fatto il PdL?

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Ad alcuni mesi dalle elezioni, si può tentare un primo, sommario, bilancio della transizione. Cioè valutare lo stato di salute del nostro sistema politico in base ad alcuni parametri. Parametri che sono a cavallo tra le scelte politiche, la prassi costituzionale, le prospettive di riforma. Guidati dalla convinzione che la funzionalità del sistema dipenda solo in parte da una, pur necessaria, riscrittura di alcune parti del testo della carta fondamentale, ma sia almeno altrettanto legata al superamento di vizi e abitudini connessi alla precedente costituzione materiale (che per comodità si può definire dorotea). In sostanza si tratta di capire quanto il sistema politico italiano si configuri come una democrazia immediata, caratterizzata da efficaci governi di legislatura designati dal voto popolare. Sotto il profilo della prassi costituzionale i passi avanti sono notevoli. Ad esempio, i presidenti delle due camere sono stati eletti dalla maggioranza senza contrattarli in nessun modo con le opposizioni. A segno che in questi anni si è imposto un sostanziale principio di discontinuità con le abitudini consociative. Bene anche il modo di formazione del governo. Certo, i tempi lunghi per l’insediamento delle camere si sono dovuti rispettare, ma il rito delle consultazioni presidenziali è stato assai breve e la lista dei ministri è stata consegnata in tempo record. Più in generale va detto che il ruolo del presidente del consiglio è interpretato con maggiore autorevolezza di quanto avvenisse in passato. Berlusconi appare sempre più come un leader legittimato dal voto popolare e non il capo di una coalizione eterogenea obbligato a mediare tra diverse posizioni, come accadeva durante la quattordicesima legislatura.

Anche sul punto più delicato dello scacchiere politico-istituzionale, quello relativo al rapporto con  l’ordine giudiziario, si è partiti con il piede giusto. Non solo è stato respinto lo scomposto assalto del partito giustizialista, ma la soluzione individuata, quella di garantire l’immunità alle più alte cariche dello stato, è immediatamente risolutiva. Consente cioè di affrontare con calma anche la più generale questione di riportare la prassi giudiziaria nell’alveo del dettato costituzionale. Per questo occorre promuovere i necessari provvedimenti legislativi o amministrativi (separazione delle carriere, ripristino dei controlli sulle carriere dei giudici).

Un discorso analogo può valere per le riforme costituzionali ed elettorali. Il superamento della crisi giustizialista dà buone speranze per una ripresa del dialogo. In questi ambiti qualsivoglia riforma non può che essere bipartisan, per evitare lo scacco subito dalla legge costituzionale bocciata dal referendum confermativo nel 2006.

Semmai occorre evitare la trappola del dialogo a tutti i costi. Cosa che si può fare segnando con fermezza i paletti da non oltrepassare. Sulla legge elettorale è necessario ribadire che qualunque accordo non potrà avvenire ad un livello inferiore a quanto offerto dal referendum Guzzetta ancora pendente. Occorre un sistema elettorale che, pur assicurando la possibilità di scelta da parte dell’elettore, resti sufficientemente selettivo nei confronti delle formazioni politiche parassitarie. Lo stesso discorso, mutatis mutandis, si può fare per le riforme costituzionali in senso proprio. Anche qui più che guardare al contorno (il federalismo) converrà concentrarsi sugli obiettivi essenziali. Cioè la forma di governo (con un rafforzamento dei poteri del primo ministro), e il superamento del bicameralismo simmetrico; in modo da rafforzare i caratteri di democrazia immediata emersi empiricamente dal 1994 in avanti.

In questo quadro che appare mosso, ma ricco di possibili sviluppi positivi, c’è però un aspetto sul quale l’iniziativa del centro destra è del tutto carente. Le ultime elezioni hanno segnato un confortante sfoltimento del formato partitico. Le formazioni politiche presenti in parlamento si sono drasticamente ridotte. Si tratta di far sì che ciò non resti un fatto episodico, ma divenga un carattere permanente della nostra democrazia. Per questo c’è bisogno, come si è detto, di scelte oculate sul piano della legge elettorale e delle modifiche costituzionali, ma non può mancare l’impegno sul fronte politico in senso proprio. Alle elezioni il centro destra si è presentato sotto la sigla del PdL, evocato da Berlusconi nel famoso discorso del predellino. Gli elettori non hanno percepito la nuova sigla come un cartello elettorale, bensì come un concreto embrione del futuro partito. In tal senso è andata anche la costituzione di gruppi parlamentari unitari. Tuttavia fino ad oggi non sono stati fatti altri passi avanti. Anzi, sempre più spesso si sentono dichiarazioni e prese di posizione di esponenti del centro destra che si richiamano ai partiti di origine. Sono segnali che non promettono nulla di buono. Certo la legislatura è lunga, ma avere al più presto uno scadenzario delle tappe previste verso l’unificazione sarebbe un’indicazione confortante per gran parte degli elettori.

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2 COMMENTS

  1. Partiti ideologici e partiti di governo
    Condivido in pieno quanto da Lei osservato, e mi associo alla preoccupazione espressa circa la formazione del PdL come partito politico in senso proprio.

    In merito, mi permetto di osservare quanto segue: a differenza dai movimenti di sinistra, quelli conservatori, nel mondo moderno, tendono a caratterizzarsi non in senso ideologico (chi ha mai teorizzato il “gollismo”, per esempio?) ma intorno a un sentimento popolare di fiducia verso un leader o un’istituzione (o entrambi); e soprattutto tendono a caratterizzarsi come partiti di governo, macchine affidabili cui i cittadini sanno di poter affidare il potere.

    In Italia, be’, il leader lo conosciamo tutti, e l’istituzione sembra essere l’esecutivo stesso (non v’è dubbio che la Seconda Repubblica abbia spostato l’asse dell’iniziativa politica dal Parlamento al Governo): quindi, ci saremmo.

    Tuttavia, l’idea di “partito di governo” nasconde una trappola, il richio cioè di una specie di acquiescenza che, in mancanza di un’ideologia forte, trasformi il “governare” in un semplice “stare al governo”, mutuando l’arte di dirigere un Paese nel facile galleggiamento di chi sa di non avere rivali.

    E’ stata questa, mi sembra, la sorte della Democrazia Cristiana: nella quale, per contrappasso, una corrente ideologica si è sviluppata nei decenni spostando decisamente a sinistra il cuore del cattolicesimo politico italiano.

    Questo è il pericolo, per il PdL: e a mio parere, lo si affronta meglio con un’azione decisa e magari un po’ piratesca, che con una sequela di congressi…

  2. Cavaliere, ma che fine ha fatto il PdL?
    Condivido pienamente il fatto che “le formazioni politiche presenti in parlamento restino drasticamente ridotte e che questa riduzione divenga un carattere permanente della nostra democrazia”.
    Yanez paventa l’idea che il “PdL diventi un partito di governo” e ha ragione entro il limiti che questa idea si realizzi in chiave di mero potere da contrapporre ad un opposizione che lo contrasta.
    Secondo me, l’idea giusta (e questo è un problema anche per il PD), dovrebbe essere quella di costituire un partito attorno ad una forte idea statutaria. Così il partito dirigerà il proprio interesse non al potere, ma a mantenersi in perenne preparazione per affrontare le varie le tornate elettorali.
    Al governo non serve il partito perché deve far fede ad un programma e il suo impegno non sta verso il suo partito, ma verso il paese nella misura del sostegno che emana dalla sua base elettorale.
    In realtà le tentazioni consociativistiche continuano influenzare l’esecutivo portandolo ad agire a danno dell’elettorato.
    Come successo in sessant’anni di storia del nostro amato paese.

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