C’è crisi e tutti vanno in Svizzera
12 Novembre 2008
Sembra che negli ultimi mesi, proprio in vista della crisi finanziaria che sta sconvolgendo l’Europa (e non solo), vi sia stato un aumento di fughe di capitali verso i paradisi fiscali.
Gli evasori fiscali, probabilmente, considerato che gli Stati in crisi non vorranno rinunciare più nemmeno a un centesimo che possa contribuire a rimpinguare le casse erariali, hanno ben pensato di nascondere il maltolto. Uno degli Stati verso cui (come da tradizione) il flusso finanziario e di capitali è in costante crescita è la Svizzera. O meglio le sue banche.
Forse anche per tali motivi il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbruck, nell’ambito di un recente vertice OCSE, ha chiesto che la Svizzera venga considerata a tutti gli effetti un vero e proprio paradiso fiscale (come peraltro sono già considerati, per restare a quelli sotto casa, il Principato di Monaco, il principato di Andorra e il Liechtenstein). Secondo il ministro tedesco infatti la “Svizzera offre condizioni che invitano i contribuenti tedeschi ad evadere le tasse”.
Stesse perplessità, anche se con toni più sfumati, le ha espresse del resto il ministro francese del bilancio, Eric Woerth, il quale ha detto che la Svizzera “deve andare molto più lontano”, almeno in termini di cooperazione, segreto bancario e disponibilità alla condivisione di informazioni nella lotta all’evasione fiscale.
Visto che, entro la metà del 2009, l’elenco dei paesi da inserire nella lista nera dei paradisi fiscali dovrà essere aggiornato tali dichiarazioni suonano alquanto minacciose.
La Svizzera per conto suo ha ribattuto che “la base comune per lo scambio di informazioni bancarie è il rapporto OCSE del 2000 e in quanto membro attivo dell’organizzazione, la Svizzera si sente legata a questa piattaforma sostenuta dall’insieme dei 30 Paesi membri e si impegna a fare di tutto per mettere in pratica le sue raccomandazioni”.
La questione peraltro diventa ancora più delicata se si riflette in ordine al fatto che molti Stati europei, tra cui anche l’Italia, hanno messo a disposizione del sistema bancario rilevanti risorse finanziarie.
Proprio a tal proposito, infatti, Sarkozy (la Francia ha vincolato al sistema creditizio ben 360 miliardi di euro) ha ricordato che le banche francesi che ricevono finanziamenti pubblici per superare la crisi non dovrebbero avere filiali nei paradisi fiscali e comunque devono assicurare la trasparenza più assoluta nelle relazioni con questi ultimi.
Il governo francese sta anzi già pensando alle prossime contromosse contro quelli che il ministro Woerth ha definito il buco nero della finanza, quali, per esempio sanzioni per chi apre conti non dichiarati all’estero, allungamento del periodo di prescrizione e soprattutto l’esclusione dell’abbattimento del 40% sul reddito da dividendi derivanti dai paradisi fiscali.
Oltre alla Svizzera (e all’Austria), tuttavia, vi era anche un altro assente al citato vertice OCSE: gli Stati Uniti. L’assenza in questo caso è stata però giustificata con la campagna elettorale in corso. Tuttavia, a ben vedere, vi potrebbero essere anche altri motivi. Anche gli Stati Uniti, infatti, hanno i loro “casalinghi” paradisi fiscali.
In Delaware, piccolo Stato a un’ora e mezzo di treno da New York, oltre che “patria” del candidato vicepresidente degli Stati Uniti, Joseph Biden, hanno sede più di metà delle società quotate negli Stati Uniti. Sarà forse perché qui non c’è l’IVA, le tasse sul reddito hanno un’aliquota massima del 5,95% e le imposte sugli utili delle aziende non superano quella del 8,7%? Oppure perché la legislazione locale garantisce segretezza di identità agli azionisti?
Per godere di tutte queste fortune, del resto, non è necessario avere la direzione dell’impresa, nè svolgere la propria effettiva attività in Delaware, essendo sufficiente la sede legale, cioè un semplice indirizzo, come magari anche quello di uno studio legale.
Basti pensare che hanno sede in Delaware la Coca Cola, Citigroup, General Motors, Ford, Wal-Mart, Merryl Lynch, Walt Disney, Google, McDonald’s e molte altre società dello stesso “calibro”. Ma non c’è solo il Delaware tra i paradisi fiscali “americani”.
Oltre alle Virgin Islands (paradiso non solo fiscale), vi è per esempio anche il Wyoming, dove vige una legislazione fiscale particolarmente vantaggiosa, che prevede per esempio la possibilità di avere un prelievo fiscale sui dividendi limitata ad una quota forfetaria annua correlata al numero di azioni emessa (cosiddetta franchisee tax) e dove è consentito che vi siano amministratori fiduciari che permettono al effettivo beneficiario di non apparire.
Insomma, se la lotta alla crisi finanziaria passa anche attraverso la lotta alla (vera) evasione fiscale e se è vero che la fuga di capitali verso i paradisi fiscali rischia di aggravare la crisi di liquidità correlata alla crisi finanziaria, alcuni equilibri politici internazionali, che finora consentivano una forte concorrenza fiscale (per usare un eufemismo), dovranno necessariamente cambiare.
Il rischio, infatti, come nei peggiori b-moovies di fantascienza, è che i buchi neri si allarghino e che l’antimateria prevalga sulla materia.
