C’è feeling fra Trump e “Brexiters”

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C’è feeling fra Trump e “Brexiters”

11 Novembre 2016

“L’America di Trump sarà dieci volte Brexit” ha dichiarato a giugno lo storico scozzese Niall Ferguson, che parla da anni del declino americano e dell’Occidente. Il 7 novembre, sul Boston Globe, Ferguson ha scritto che il 9 novembre Trump avrebbe vinto, mentre lo stesso candidato repubblicano dichiarava che la sua vittoria avrebbe rappresentato “10 volte Brexit”. Trump, come i brexiter, è antiglobalista, rifiuta radicalmente l’idea che l’ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale e con la Guerra Fredda difenda realmente i valori e gli interessi americani.

Non sappiamo come si muoverà dal 20 gennaio il presidente americano, ma è definitivamente archiviata la Guerra Fredda e l’epoca dei Western Studies con corsi obbligatori del tipo “From Plato To NATO”. Gli Stati Uniti non faranno più il poliziotto globale. L’obiettivo di Trump è l’interesse dell’America: pragmatico e realista, userà la forza se necessario, ma solo per l’interesse nazionale. America first. Nel 2015 gli Stati Uniti hanno speso 512 miliardi di dollari nella Difesa, i russi 66: gli Stati Uniti non possono più pagare la difesa agli Stati europei. Gli americani hanno ragione a lamentarsi e gli europei dovranno decidere di difendersi da soli. Per Stati abituati a non investire nella difesa come l’Italia, potrebbe rivelarsi drammatico decidere quali spese da tagliare.

Secondo Mark Leonard, direttore dell’European Council on Foreign Policy, per Trump tutte le organizzazioni e istituzioni globali o transnazionali, dal WTO all’Onu, alla NATO vanno riviste. The Donald vuole trattati bilaterali, come Brexit. Per questo non avrebbe problemi a trovare un accordo con Putin, a riconoscere l’annessione alla Russia della Crimea e anche a trattare con il siriano Assad. Trump è anche per il disimpegno completo in Medio Oriente; una soluzione simile a quella di De Gaulle, che decise di chiudere la guerra di Algeria.

Per Trump è importante la sicurezza di Israele e il presidente egiziano Al Sisi è stato il primo a telefonargli dopo la vittoria: se la Siria venisse pacificata, diminuirebbero anche i pericoli per Israele. Certo, per Trump significa accettare l’influenza russa in Medio Oriente, ma l’America è autosufficiente per l’energia, ed è razionale accettare di non essere l’unico impero del mondo. Il multipolarismo è sempre stato l’essenza delle relazioni internazionali: l’Europa, fino al 1945, ha avuto nazioni e imperi, così l’Asia e gli arabi che hanno avuto l’Impero ottomano. Molti istituzioni globali come l’Onu, in fondo, sono recenti e risalgono alla fine della Seconda guerra mondiale.

Come ha ricordato Mentana durante la maratona elettorale sulle presidenziali Usa, diciotto anni fa, il 9 novembre 1989, crollò il muro di Berlino e l’Armata Rossa iniziò a ritirarsi dalla Germania e dai paesi dell’Europa orientale. Con la vittoria di Trump del 9 novembre 2016, gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dall’Europa occidentale. E’ una svolta storica. Ma a differenza dei britannici, che hanno voluto Brexit per riavere la piena sovranità, i propri confini, e decidere di volta in volta quali trattati firmare e con chi, gli Stati dell’Europa continentale hanno paura essere liberi.

“Europe Alone in Trump’s world” è il titolo dell’articolo di Mark Leonard, ripreso da Wolfgang Münchau su Eurointelligence il 10 novembre. Per Münchau l’Europa dovrebbe darsi una politica estera e una difesa in due mesi, ma ha perso il Regno Unito (l’Atlantico), la nazione con l’esercito più moderno, ed è una Europa divisa. La Merkel vorrebbe creare una politica estera europea anti-Trump, alleandosi con la Cina, ma per Münchau la cancelliera è destinata al fallimento, perché la Francia teme il terrorismo ed è pronta ad allearsi con la Russia, mentre la Germania stessa ha da gestire anche il problema dei profughi.

I giornali britannici ricordano continuamente che Trump ha una madre scozzese, nessun giornale tedesco ha rammentato che i Trump sono tedeschi. Dalla Merkel sono partite congratulazioni politically correct: in particolare la Merkel si augura gli Stati Uniti continuino a rispettare i diritti delle diverse etnie e culture. I tedeschi sono però cauti quando si parla di impegni militari. C’è comunque un buon feeling tra Germania e la Gran Bretagna dopo Brexit: la fusione tra la borsa di Francoforte e la City è significativa. L’indipendentista inglese Farage, sulle orme del ministro Boris Johnson, ha definito Obama una creatura schifosa (loathsome) che odiava il Regno Unito, e ha scherzato con Trump, invitandolo a non toccare la May. C’è feeling tra i brexiter e Trump. E anche tra inglesi e tedeschi e tra inglesi e russi.

La Bbc e Russia Today hanno ironizzato su Renzi, uno dei pochi leader al mondo a fare grandi endorsement per Hillary Clinton e, dopo la vittoria di Trump, a precipitarsi a telefonare a The Donald. Enrico Mentana, durante la maratona elettorale, quando era ormai assodata la vittoria di Trump, ha osservato che oggi al posto di Churchill, Stalin e Roosevelt, ci sono May, Putin e Trump. Forse andrebbe aggiunta la Merkel, come consiglia Ferguson. Invece l’Italia di Renzi è di nuovo  tra gli sconfitti, come nel 1945 e pure nel 1989, quando la Germania si è riunificata.