C’è stato un tempo in cui la sinistra Usa amava Benito Mussolini
31 Dicembre 2010
L’incipit di una recensione tardiva (il volume è del 2008) al libro di Jonah Goldberg, “Liberal Fascism: The Secret Story of the American Left, from Mussolini to the Politics of Meaning” (da qualche tempo con sottotitolo adattato alla retorica di Barack Obama “… to the Politics of Change”) non si meriterebbe certo i poco originali “Lo sapevate che…” oppure “Senti questa! E’ incredibile…” e giù con la lista. Ciononostante la tentazione risulta forte mentre lo leggi e certe frasi sembrano rimanerti sempre sulla punta della lingua. Anche l’anchorman preferito dai Tea Partiers, Glenn Beck, nel recensirlo non ha potuto fare a meno di dire che leggendolo aveva scoperto delle cose “incredibili”.
Liberal Fascism è uno di quei libri che ti fa venire la malefica voglia di interrompere la tua lettura ed annunciare a chi ti circonda che c’è nuovo sapere nel mondo. Effetto doppio se non si è degli esperti di ideologia e storia nazi-fascista e al contempo si ignora completamente l’atteggiamento della prima ora della sinistra progressista americana nei confronti dei due movimenti totalitari.
Il libro è per lo più fatto di succulenti aneddoti su trasformismi nostrani e allegre cantonate d’oltreoceano sul mito della rivoluzione fascista; storie di giornalisti americani terribilmente affascinati dal Duce; le apologie della sinistra progressista statunitense allorché Roma volgeva all’invasione dell’Etiopia nel 1936. Anche il medio antifascismo da bottega della scuola italiana è messo a dura prova dal testo di Goldberg. Chi lo avrebbe mai detto, noi messi sotto torchio da anni di educazione ‘antifascista’, che Sigmund Freud avesse una cotta politica per Mussolini al quale inviò copia del libro scritto con Albert Einstein con dedica che recitava: “Da un vecchio uomo che saluta il Duce, l’Eroe della Cultura”.
All’epoca della sua promozione, all’inizio del 2008, Liberal Fascism fece rumore nel cortile della carta stampata e dei media televisivi a stelle e strisce. Tanto che Goldberg riuscì a meritarsi un’intervista al vetriolo da parte di John Stewart, il noto animatore satirico televisivo (liberal per l’appunto), oltre a quella ben più confortevole e entusiasta di Glenn Beck.
Tra gli argomenti forti sui quali si concentra Jonah Goldberg, il primo e il più penetrante è molto robusto e risulta di ardua digestione per qualsiasi americano di sinistra: l’ideologia fascista, quella originale degli anni venti, fece una strage di cuori nel mondo ideologico-politico progressista statunitense (di cui i liberal USA di oggi sono figli) molto di più di quanto non ne fece nel mondo conservatore americano che storicamente risulta molto più immune da derive fasciste.
Di più: il libro traccia un excursus avvincente nel mondo della sinistra statunitense degli anni venti e trenta da cui emerge il tracciato ideologico che porta chi legge a comprendere le origini della narrativa Democratica (per molti aspetti criminogena, se non proprio falsa) creata attorno alle figure di presidenti statunitensi incastonati nel mito, come Woodrow Wilson, Franklin Roosvelt e John F. Kennedy.
Un libro esilarante che merita di essere gustato fino in fondo, con il senso di essere nel mezzo di una vendetta ideologica gustata fredda.
