C’era una volta Cherie
01 Giugno 2008
di Paola Vitali
Di interrogativi sulla sua scelta di raccontarsi con un memoriale spudorato e tagliente, la signora Cherie Booth in Blair ne sta sollevando più d’uno. Il clamore suscitato da una confessione con ben pochi veli, a un anno dall’abbandono di Downing Street, era prevedibile, ed è montato ulteriormente grazie alla proficua saga a puntate che ne stanno facendo Times e Sun. Il suo Speaking for myself, la cui uscita era inizialmente prevista per il prossimo autunno e per ragioni ancora non chiare, oltre a quelle legate a proficui accordi pubblicitari, è stata poi anticipata a qualche giorno fa, lascia ipotizzare tutta una serie di motivazioni di opportunità politica e personale. E in particolare si presta a una riflessione sul concetto ormai distorto di privacy e sul suo abuso strumentale da parte di persone pubbliche e celebrità, in una direzione o l’altra.
Le rivelazioni di Cherie hanno lungo tutto il memoriale un sapore datato e paiono sempre lievemente non centrate. Il flusso di coscienza dei suoi ultimi intensi dieci anni contiene svariati commenti sulla “carineria” della regina e su quella di Diana, aneddoti sparsi qua e là sulla palese ma simpatica assenza di glamour e raffinatezza di George Bush, ricordi nostalgici delle serate con i Clinton allietati da Stevie Wonder e Elton John – in un trionfo di vanità sempre un tantino provinciale.
Tony per la verità da tutta la pittura non esce benissimo. Anzitutto perché ha permesso la pubblicazione di un libro da outing per il quale le masse non premevano ai cancelli dell’editore, nel quale si esalta il suo “compatto fisico da ragazzo” “l’odore della sua pelle” e tutto un elenco di altri particolari per i quali fino a qualche decennio fa un primo ministro inglese avrebbe strangolato la moglie prima ancora di terminare la lettura delle bozze. Avremmo voluto ci fosse risparmiato il resoconto dettagliato delle loro effusioni da fidanzati o la cronaca delle circostanze in cui fu concepito l’ultimogenito Leo (figlio del gelido clima scozzese che li portava a stare così vicini, “e finisce che una cosa tira l’altra” – sigh – e della improvvisa decisione della signora Blair di non portare con sé a Balmoral in visita dalla regina la scorta di anticoncezionali che le perquisizioni già subite all’ingresso in altra occasione avrebbero trovato anche stavolta). Questo, e i racconti sanguinolenti dei parti, o di quell’aborto spontaneo, in cui il previdente consorte invece di soccorrere subito la moglie si preoccupa di correre al telefono a concordare col fido Alistair Campbell le comunicazioni da fornire alla stampa, oltre a poterle regalare un po’ di tardiva soddisfazione da stacchetto coniugale da vignetta, non si vede bene a cosa possano essere funzionali.
Il fatto è che Cherie Blair negli anni a fianco del primo ministro aveva fatto della protezione della privacy di tutta la famiglia dalle intrusioni dei media e di chiunque un punto non negoziabile. Dal 1997 al 2007 la difesa del loro diritto alla riservatezza, in particolare quella dei figli, la cui nascita in mezzo a forcipi ed emorragie Cherie adesso ha tanta voglia di raccontare al mondo, era stato un caposaldo notissimo. Formalizzato al punto da generare in molti un’attenzione riguardosa e ammirata per i princìpi su cui si fondava, e una soggezione particolare nei confronti della signora Blair, capace di resistere così strenuamente alle intrusioni e alle lusinghe mediatiche. Si ricordano gli avvertimenti formali alla tata che avrebbe potuto rivelare ai tabloid i particolari della loro vita domestica, la protesta per quelle foto in verità così poco singolari del battesimo di Leo, il congedo di Tony ai giornalisti nell’ultimo giorno di mandato (“voi, non mi mancherete”). Alla luce di tanta ossessione, le rivelazioni torrenziali della donna che “parla di sé” fanno decisamente considerare i comportamenti della coppia sotto una luce nuova, ovvero quella del controllo meticoloso e unilaterale dell’informazione, da gestire senza permettere a chicchessia di provare a mettervi le mani. Un concetto di privacy per cui si controlla quello che deve essere pubblico più di quanto non si protegga davvero la sfera più intima di una famiglia.
Il che non può non far riflettere sull’assottigliamento del confine tra pubblico e privato, e sull’uso a proprio piacimento che le celebrità decidono di fare del concetto di privacy. Sbotta la moglie dell’ex primo ministro inglese in fondo poco tempo dopo aver restituito le chiavi di Downing Street, e ancora più velocemente si è affannata a raccontarci cosa succede nelle stanze segrete dell’Eliseo la moglie del presidente che fece per carattere il gran rifiuto. Il diritto alla privacy invocato fino al giorno prima, a cui tutti finiamo per abboccare, sa piuttosto di un privilegio che ci si può arrogare per uno sfruttamento personalizzato e a proprio piacimento in vista di diritti d’autore a tanti zeri, e di una presa in giro del concetto stesso di privacy.
