C’era una volta il cinema italiano

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C’era una volta il cinema italiano

07 Settembre 2007

Una volta c’era solo Venezia. Il suo festival illuminava il settembre italiano di star internazionali che sbarcavano al lido insieme a politici, giornalisti, intellettuali di ogni tipo. Il duce – gran estimatore del ruolo del cinema – ne aveva fatto un fiore all’occhiello del regime, ma anche nel dopoguerra la rassegna lagunare spopolava. Adesso feste e festival nascono come funghi. Il difficile ormai è contarle. Alcune si affermano, altri vivacchiano, ma non c’è Regione, Provincia o Comune che vi rinunci. Non c’è assessore alla Cultura che resista all’idea di sponsorizzarne qualcuna. E siamo così arrivati alla cifra record di oltre 250 rassegne dichiarate, mentre 160 ne vengono pazientemente elencate persino nella “Guida ai festival”.  Ormai, per dirla col grande Dino Risi: “In Italia ci sono più rassegne che film”. E naturalmente tutte o quasi sono in mano alla sinistra, grande promotrice da sempre del genere.

Da l’anno scorso è iniziato il grande scontro fra potentati e lobby che organizzano queste manifestazioni. Basti ricordare le durissime polemiche fatte dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari contro quello di Roma Walter Veltroni. Il golden boy della capitale ha infatti “piazzato” la sua festa del cinema a ridosso di quella in laguna. E ha da subito avuto a disposizione una valanga di soldi pubblici e privati. La somma delle due voci di entrata ha fatto già dal primo anno 13 milioni. E Cacciari ha temuto che il Campidoglio scippasse alla sua città il primato della celluloide. C’è poi stata la rissa intorno al festival di Torino, a capo del quale è stato nominato Nanni Moretti contro la volontà del critico Gianni Rondolino.

Perché si moltiplicano gli scontri? Semplice, gestire queste manifestazioni significa ormai mettere le mani su un sacco di soldi. E niente più che il danaro seduce attori, registi, sceneggiatori che, infatti, sono il pezzo di società più vicino alla sinistra in tutte le sue sfaccettature. Solo a Roma si spendono – come si diceva – 13 milioni di euro. E’ vero, una parte consistente di questa cifra proviene da sponsor privati, ma volete che un sindaco, con il grande potere che gestisce, non trovi qualcuno disposto a mettere mano al portafoglio? Lo sponsor numero uno della Festa di Roma è, tanto per fare un esempio, la Bnl, la banca attraverso la quale il ministero dei Beni Culturali fa tutte le sue operazioni a favore del cinema. Se non è una partita di giro, poco ci manca.

Ma lasciamo stare le grandi kermesse e guardiamo alle altre: circa due milioni di finanziamenti statali vengono spartiti fra dieci manifestazioni. A questi soldi vanno poi aggiunti i copiosi contributi regionali e degli enti locali, una mole di danaro non quantificabile. Per farlo occorrerebbe una ricerca regione per regione, città per città. Chi comunque fa una vera e propria scorpacciata della fetta di fondi statali è il Lazio che organizza un’ottantina di manifestazioni cinematografiche, una cinquantina delle quali a Roma: si va dall’Asiatica Film Med all’Arcipelago film festival, una sorta di campionato mondiale del Corto. Soldi e consenso, insomma.

Se la sprecopoli copre con i lustrini la crisi, gli elementi profondi che l’hanno indotta sono tanti. Di recente si è aperto il dibattito a partire da un editoriale sul “Corriere” di Ernesto Galli della Loggia. In  nostri registi e sceneggiatori – questo il dramma autentico del nostro – cinema – si sono “scollati” dal paese: non lo amano, non lo conoscono, non lo rappresentano. Non è stato sempre così, anzi almeno sino alla metà degli anni Sessanta era vero il contrario. Poi, il gran colpo l’ha dato il Sessantotto con quell’infornata di ideologia e di bandiere rosse di cui “Novecento” di Bernardo Bertolucci è il più plastico degli esempi. Lo riconosce persino un intellettuale di sinistra come Goffredo Fofi.  Ad aiutare registi e sceneggiatori sulla strada dello “scollamento” è stata la critica militante, cioè quasi tutta, che ha letteralmente massacrato tutto ciò che non era politically correct. Ha stroncato da Totò a tanta commedia all’italiana. Per non dire di quando si scatenava contro il cinema americano. Gillo Pontecorvo, allora giovane critico, nel recensire Notorius, uno dei più bei film del grandissimo Hicthicok, scrisse che “non c’era nulla di artistico”.

I guasti vengono dunque da lontano, ma la crisi vera e propria si è scatenata  nella seconda metà degli anni Settanta. Poi, come se non bastasse, arrivò il ciclone Veltroni.