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Agosto italiano

Che ansia: con un occhio guardo Mario e con l’altro mia madre

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“Ancora un po’ di polpettone?”.

“No, grazie, io sono a posto così”.

“Guarda che se non ne prendi un altro poco penso che non ti è piaciuto. Era insipido, eh?”.

“No, era ottimo, davvero! Va bene, un pezzetto lo prendo ancora, piccolo però…”.

“Bravo! Se ti piace mangia, no? Finisci anche le patate già che ci sei. Poi ci sono i formaggi, la frutta – ho preso pure il cocomero da fare con la vodka - la crostata e il tiramisù”.

Per la prima volta da quando lo conosco, vedo Mario in seria difficoltà col cibo. Sarà che l’ho costretto a vestirsi da damerino e non si trova propriamente a suo agio con la camicia azzurra a manica lunga stile: “ragazzo per bene che piace inevitabilmente a tutte le mamme del mondo, compresa la mia”, e un paio di pantaloni un po’ eleganti, di quelli con la riga sulla gamba, che prima delle ferie gli andavano bene e ora gli stringono in vita tanto da far strabordare un po’ di pancino dalla cintura.

Oppure sarà che si trova di fronte a mia mamma - sua suocera - per la prima volta e l’agitazione e il nervosismo hanno trasformato il suo leggendario stomaco a zampogna in una lenticchia.

Comunque sia fa fatica, lo vedo. Mangia piano, mastica le cose prima di buttarle giù (di solito lui usa la modalità “frullatore alla massima velocità”) e ha le mani sudate come un bambino il primo giorno di scuola.

Mia mamma gioca in casa quindi è un po’ più tranquilla, ma non troppo. Ha il tipico atteggiamento da segugio: orecchie ritte e sguardo attento. Si percepisce chiaramente che sta “annusando” il mio fidanzato, probabilmente con la speranza di trovare una falla, una tara, un atteggiamento che non le va e poi rinfacciarmelo domani, dopodomani e nei secoli dei secoli. Amen.

Io cerco di fare da mediatrice tra i due ma mi rendo conto di essere più agitata di Mario; ho già rovesciato un bicchiere di vino rosso sulla tovaglia bianca e rotto un posacenere di vetro di Murano. In realtà il mio cicciopasticcio lo stava tranquillamente spostando dalla tavola alla madia dietro di lui e io, siccome il suo soprannome non è casuale, gliel’ho strappato di mano con forza per evitare che facesse dei danni. Così, la reliquia in vetro soffiato m’è sfuggita di mano manco fosse una triglia e i danni li ho fatti io.

Che ansia, devo stare attenta a troppe cose: con un occhio guardo Mario (mangia? Si è sbrodolato la camicia? Starà bene?), con l’altro mia madre (sorride perché è felice o quello è un ghigno malefico? Avrà avvelenato il polpettone di Mario? Le piace il mio fidanzato?).

Intanto la mia vescica manda degli SOS chiari al mio cervello: se non vado in bagno entro i prossimi due minuti rischio di farla sulla sedia col centrino della nonna usato come copricuscino.

Nonostante io abbia un profondo timore a lasciarli soli, seppur per poco tempo, mi alzo e mi dirigo verso il bagno. In fondo cosa potrà mai accadere nei due minuti in cui non ci sono? Per ora i discorsi sono stati neutri e formali: le vacanze, Roma, il caldo torrido. Nessun accenno ad argomenti tabù tipo: la convivenza, il matrimonio, i figli.

Sto già dando la schiena alla tavola quando mia mamma sferra una sciabolata.

“Robi, non t’ho detto… ma lo sai chi si sposa? Elga, la tua amica di quando eri piccina. Lei è più giovane di te, no?”

Rabbrividisco e torno sui miei passi eseguendo una specie di “moonwalk”. Mentalmente penso che sarebbe più adatto fare (Moon)Walker Texas Ranger, dare due calcioni al tavolo imbandito in modo da farlo ribaltare e scappare via con Mario in braccio.

“… Sì…”, dico tutta tesa, “è più giovane di un paio d’anni”.

“Mi sembrava. Vai pure in bagno tesoro, scusa se ti ho bloccata, ci resto qua io con Mario”.

“E’ proprio questo che mi preoccupa”, penso mentre sorrido al mio fidanzato per dargli la forza necessaria a sopravvivere ed eseguo, ripromettendomi di fare più in fretta possibile. Chissà cosa gli starà dicendo… Robe tipo: “la convivenza è immorale, sacrileghi! Dovete sposarvi e procreare, ormai Robi è vecchia e io (da leggere con voce da orco) voglio un nipotinooo!”. Oppure lo guarda e sta zitta, che è peggio.

Sbrigo tutto in tempi da record, torno da loro e loro… stanno ridendo? Ebbene sì: guardano delle foto e ridono.

“Guarda questa, Mario! Qua Robi avrà avuto 4 o 5 anni, piangeva come un’ossessa perché l’aveva appena punta una medusa”.

“L’ha presa anche quest’estate una medusa! Vuole saperlo un segreto? Ha pianto anche quest’anno, uguale ad allora!”.

E giù matte risate. Beh, pare proprio che si piacciano. Mi siedo vicino a loro e mi rilasso anch’io.

Ora riesco finalmente a guardare tutto con una leggerezza lieve che mi permette di apprezzare il mio Mario benvestito, mia madre bellissima e disinvolta, e casa sua magica come me la ricordavo. Su una mensola, tra un carillon coi cavallini e un gatto di terracotta, fa capolino la cartolina che io e il mio salmone affumicato le abbiamo spedito dalla Sicilia.

Bentornata nella mia vita, mamma. E benvenuta in quella mia e di Mario.

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