Che c’entra il “no alla legge bavaglio” con Torquemada?
29 Settembre 2011
Oggi tornano in piazza quelli del “no alla legge bavaglio”, saranno tutti coscienziosamente imbavagliati e indignati. Ma a me pare la più grande mistificazione di questi tempi impazziti.
Perché i cittadini si mettono il bavaglio? Certo è un gesto gravido di significati e di storia, può dare a tutti un fremito di eroismo a buon mercato, ma che c’entra con la legge sulle intercettazioni a cui si ispira?
Nessuno vuole mettere a tacere i cittadini – sempre che abbiano qualcosa da dire – ne privarli del loro diritto a manifestare le loro opinioni, perché dunque tanto ardore nel mettersi il bavaglio. Qui semmai si tratta di mettere un blando silenziatore a un gruppetto di giornalisti che sulle intercettazioni hanno conquistato fama e carriera con poco sforzo e porre un minimo freno alle procure colabrodo, che con le intercettazioni si guadagnano il plauso popolare quando sono a corto di prove e di risultati.
Scartabellare tra le carte della polizia non è un esercizio di libertà ma di perversione voyeristica ormai trasfornatasi in sport nazionale. Si può capire che con la noia mortale di cui i giornali trasudano, una paginata di gossip telefonici a settimana tira su l’umore dei lettori. Ma che c’entra il bavaglio? Semmai prendetevela con i quotidiani e pretendete più sudoku per tutti o romanzi d’appendice che almeno paghino i diritti d’autore.
Nessuno vuole imporre il silenzio ai cittadini che si autoimpogono il bavaglio con l’aria di chi ha sprezzo del pericolo e si batte per una giusta causa. Origliare le conversazioni private delle persone non è una giusta causa ed è contro la Costituzione: la stessa che a giorni alterni (rispetto al bavaglio) viene sbandierata sulle piazze e dai palchi dei comizi come una reliquia.
Le intercettazioni possono essere un prezioso strumento di indagine, servono alla formazione delle prove (non sono essere stesse una prova), concorrono insieme ad altre attività nella giusta repressione del crimine: ma non è un diritto che finiscano sui giornali per il pruriginoso godimento dei lettori, anzi, il più delle volte è vietato ed è un reato.
Non solo, la loro diffusione avvelena i clima civile, contribuisce a trasformare i processi in gogne pubbliche, anticipa le sentenze, crea odio e invidia sociale, trasforma presunti colpevoli in mostri senza scampo. Tutto questo miasma non si disperderà quando l’obiettivo (l’unico) di far fuori Berlusconi sarà raggiunto. Al contrario: una volta dimostrato che l’uso improprio delle intercettazioni può distruggere un presidente del Consiglio democraticamente eletto, mettere in crisi una maggioranza e far cadere un governo, ne vedremo circolare sempre di più e sempre più umanamente feroci e penalmente irrilevanti.
E non venitemi a dire che se uno non commette reati non ha nulla da temere dalle intercettazioni – la tesi di Marco Travaglio e di qualsiasi altro inquisitore di professione – perché è evidente che non è così. Anzi ormai i veri criminali sanno come regolarsi al telefono, tant’è che a mia memoria non trovo un’indagine penale – nel mare di omicidi, rapine, stragi, ammazzamenti che la cronaca ci regala – risolta grazie ad una telefonata fumante. Semplicemente non succede, anzi i criminali usano la maniacale ossessione degli inquirenti per le intercettazioni come un mezzo efficace per depistarli.
Invece è vero che la vita di ciascuno di noi, anche del più onesto, sarebbe distrutta, annichilita, se uscissero sui giornali le sue ultime 100.000 telefonate (ma ne basterebbero solo cento). Le nostre relazioni personali, familiari, di lavoro; la nostra reputazione pubblica, l’immagine che abbiamo imparato a dare di noi stessi, tutto questo sarebbe irrimediabilmente sfigurato. Penso a cosa uscirebbe da un anno di intercettazioni di Ezio Mauro o di Pierluigi Bersani, tanto per dirne due. Nessuno potrebbe più farsi vedere in pubblico.
Gli amanti delle intercettazioni, i cittadini col bavaglio in piazza, non pensano mai a loro stessi al telefono quando pretendono di entrate nelle vite degli altri. Nella loro testa esiste una umanità sana e irreprensibile, onesta e morigerata, che al telefono recita poesie e descrive tramonti e un gorgo nero di malaffare e di oscenità che deve essere depurato o eliminato. L’intercettazione traccia il solco, la toga lo difende.
Forse hanno ragione loro, forse lo stesso Kant se avesse potuto prevedere l’esistenza delle intercettazioni non sarebbe stato così pessimista sul legno storto dell’umanità. Forse una telefonata registrata lo può raddrizzare. Ma allora lasciate a casa il bavaglio e portatevi in piazza Torquemada.
