Che ci viene a fare Bush in Italia?

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Che ci viene a fare Bush in Italia?

23 Maggio 2007

George Bush ha affrontato con la gravitas necessaria la questione dell’impegno alleato in Afghanistan. Si è rivolto ai paesi della  Nato chiedendo loro un maggior impegno davanti al rischio che i talebani riconquistino il paese e ha domandato che il peso dell’impegno militare e umano in quel paese venga più equamente ripartito.
Accanto a sé aveva il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, che ha confermato le preoccupazioni del presidente americano, ricordando che l’Afghanistan “è in prima linea nella guerra al terrorismo”. Bush ha speso anche  parole che suonavano come risposta all’ipersensibilità europea verso gli interventi armati: “Sappiamo che quel paese richiede più che delle operazioni militari e per questo appoggiamo una strategia a lungo termine che lo aiuti a rafforzare le sue istituzioni democratiche”.  Sempre ispirato alle stessa preoccupazione verso gli alleati europei, Bush ha anche assicurato il massimo impegno dell’esercito americano a evitare vittime civili, pur ricordando che esse sono colpa dei terroristi che si fanno sistematicamente scudo di donne e bambini.

Il ministro degli Esteri D’Alema ha risposto a Bush con il tono che si usa con i piazzisti quando vengono spediti all’ingresso di servizio. “Se Bush ha qualcosa da chiederci può farlo di persona quando lo riceveremo il prossimo 9 giugno”. E poi ancora: “Le nostre forze si muovono sulla base di decisioni del Parlamento e non di altri”. Insomma, D’Alema, con un’apoteosi della sua proverbiale arroganza,  ha trattato Bush come un questuante e uno sprovveduto.

La risposta di D’Alema è stata miserevolmente burocratica di fronte ai temi sollevati da Bush. Cosa vuole il ministro degli Esteri, che il presidente americano mandi un modulo di richiesta al Parlamento per chiedere un maggiore impegno militare? Con il rischio per di più di trovarlo chiuso per ferie o impegnato a disbrigare i decreti legge del governo? Vuole che Bush assaggi l’odio delle piazze italiane e respiri l’ostilità che pezzi di maggioranza gli riservano per la sua visita, prime che s’azzardi a chiedere qualcosa di imbarazzante per il governo?

La realtà è che un governo senza politica estera condivisa non può dare risposta ad alcuna richiesta, neppure la più seria, legittima e motivata, da qualsiasi parte essa provenga. Ed è quindi costretto a nascondersi dietro il dito dello sdegno procedurale, dell’irritualità e dell’orgoglio ferito per evitare la vergogna. D’Alema non vuole che Bush s’affacci dietro le quinte barocche della politica estera italiana perché scoprirebbe che dietro non v’è altro che ciarpame pacifista e vecchio trovarobato filo-arabo.

Alla fine sembra più sincero il ministro della Difesa Parisi, quando nel suo imbarazzo autentico dice: “Bush non si rivolgeva all’Italia”. Forse è davvero così: quando parlava dei paesi alleati, Bush non pensava all’Italia. E forse, se alla fine ha deciso di venire a Roma, è solo in transito obbligato per il Vaticano.