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Viaggio a Gaziantep

Che fine faranno i soldi versati a Erdogan

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Il presidente del consiglio Renzi ha spiegato che l'accordo con la Turchia era inevitabile, ma ora che l'assegno è stato staccato con grande soddisfazione della signora Merkel vale la pena chiedersi due cose. La prima dove andranno a finire i soldi che abbiamo gentilmente versato ad Ankara e la seconda se potevano essere spesi meglio.

 

Per rispondere alla prima domanda bisogna andare a Gaziantep, in Turchia, una grande città che dista appena un centinaio di chilometri da Aleppo, in Siria. Ad Aleppo l'esercito fedele al regime di Damasco, spalleggiato dai bombardieri russi, pare aver ricacciato indietro Isis e milizie jihadiste garantendo un minimo di agibilità politica agli Assad. Per questo nei campi profughi di Gaziantep, un centro economico dinamico, che viaggia a tassi di sviluppo turchi, non i nostri, si attende l'ennesima ondata di profughi che andranno a stare nelle enormi distese di container ben ordinati dove, secondo le organizzazioni internazionali, vivono già circa quattrocentomila siriani, mentre altre decine di migliaia di persone che se lo possono permettere hanno trovato alloggio in città.

 

Un tempo su Gaziantep giravano storie tutte da verificare sui caroselli di pick-up dell'Isis per le strade o sulle bandiere nere sventolanti alle finestre. Ma al di là delle storie oggi il problema per il governo turco è diventato governare l'imponente fenomeno migratorio in atto evitando che abbia conseguenze destabilizzanti sul piano politico interno. Cercando magari di guidare il processo dal punto di vista demografico. Ricordiamo che stiamo parlando della più grave crisi umanitaria in atto, 2,8 milioni di persone (quelle stimate) transitate dalla Siria alla Turchia dall'inizio della guerra civile, parte degli oltre 9 milioni di siriani della diaspora, che si sono diretti in Giordania, Libano, Iraq e verso l'Europa.

 

Scrive il Jerusalem Post che a Gaziantep è in atto un processo di "de-nazionalizzazione dei rifugiati". La Siria si è rotta in mille pezzi, nei campi turchi ci sono etnie e persone di fedi diverse, arabi, sunniti, turcomanni, minoranze curde, e tutta questa gente per adesso non può tornare a casa. Aleppo (cento chilometri) è stata devastata. Così nei campi di Gaziantep è tutto un fiorire di bandiere turche, mentre in città si organizzano tavoli diplomatici anche bilaterali, Italia compresa, dove si parla dei processi per assicurare ai profughi sicurezza, salute, lavoro, conoscenza della lingua turca e così via. Processi di assimilazione e "turchizzazione".

 

Qual è stato allora il senso della politica "open border" praticata dalla Turchia dall'inizio della guerra in Siria? Ci vorrà tempo per capirlo, ma una volta che la maggioranza di queste persone sarà tornata in patria, o se restasse al confine, l'assimilazione potrà rivelarsi un buon affare per il governo turco? In fondo il problema principale di Erdogan è arginare "il terrorismo curdo", impedire che si ricongiunga geograficamente, per esempio in zone come quella che abbiamo descritto, dove i curdi guardano alla nascita del futuro Stato indipendente.

 

Insomma si può dire che una parte dei soldi che abbiamo pagato serviranno a ridisegnare demograficamente quest'area a vantaggio della Turchia, riposino in pace i curdi che hanno combattuto e sono morti a Kobane per fermare l'avanzata dello Stato islamico? Si tratta di capire quali possono essere alcuni degli effetti dell'accordo sottoscritto con Erdogan. Ragionamento che porta alla seconda domanda che avevamo fatto all'inizio. Quei soldi potevano essere spesi diversamente, almeno in piccola parte? 

 

Altri Paesi, come la Turchia, non fanno parte della Ue ma sono a noi più vicini, come l'Albania, da dove, si teme - anche se per il momento non abbiamo informazioni certe - possa arrivare una parte dei profughi rimasti bloccati in Grecia. Così come si aiuta il signor Erdogan possiamo farlo anche con altri governi che forse provocherebbero meno imbarazzo chiedendo di entrare in Europa? Perlomeno sapremo meglio dove vanno a finire i nostri soldi.

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