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Che succede a Gaza City?

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Da quando il quartetto composto da Russia, Ue, Usa e Onu ha indicato la Road Map e ha esortato  Hamas a rispettare gli accordi di Oslo, incassando un deciso no, e da quando il Primo Ministro palestinese Ismail Haniyeh si è insediato al potere nel Marzo del 2006, la situazione in Palestina non ha fatto che peggiorare.

Gli scontri degli ultimi giorni altro non sono che la conseguenza logica di una serie di eventi infausti per la politica palestinese. Quando la lotta intestina al governo era ancora di entità limitata, Abu Mazen aveva avvertito i colleghi del suo partito Fatah che un eventuale rottura della fragile coalizione con Hamas avrebbe gettato il paese nel caos. Abbas aveva poi esortato i suoi ad agire con prudenza e a non lasciarsi prendere da odi di parte.

Troppo tardi. Infatti il 10 Giugno si sono registrate già le prime violente sparatorie con un corollario di tre palestinesi morti e circa 40 feriti, risultato di scontri avvenuti durante la notte nella zona di Rafah. Il giorno dopo alcuni miliziani di al-Fatah hanno lanciato dei razzi verso l'abitazione del Primo Ministro palestinese, Ismail Haniyeh, appartenente al movimento di Hamas.  In questo caso per fortuna non ci sono state vittime, ma l'intento era quello di destabilizzare politicamente il già precario governo di Unità Nazionale.  L'abitazione del Primo Ministro si trova nel campo profughi di Shati, a pochi chilometri da Gaza city.  Lo stesso Haniyeh aveva lanciato svariati- e per la verità inutili- appelli nei giorni precedenti affinché cessassero le ostilità e si consentisse agli studenti di sostenere gli esami. 

Nel frattempo anche gli uomini di Hamas avevano bombardato la casa del Presidente Mahmoud Abbas, con tre colpi di mortaio che non hanno causato vittime. Tra tregue di poca entità e cessate il fuoco dalla breve vita, gli scontri si sono intensificati a partire dall'uccisione di un membro della Guardia Nazionale per mano di alcuni uomini di Hamas.  La vittima, un venticinquenne di nome Mohammed Sweirki, pare sia stato lanciato dal quindicesimo piano di un edificio. Anche in questo caso c'è stato un botta e risposta, dato che gli uomini di al-Fatah hanno immediatamente giustiziato un Imam che supportava il Partito di Dio all'interno di una moschea. Non contenti, questi ultimi hanno anche provveduto ad applicare meglio la legge del taglione, gettando a loro volta dal dodicesimo piano un membro di Hamas.

Dato il blocco del valico di Rafah, unico passaggio verso l'esterno della Striscia di Gaza, I palestinesi,  sentendosi in trappola, avevano già iniziato a tentare l'emigrazione di massa, ma una fatwa emanata dal Muftì dell'Anp aveva ordinato ai fedeli di non lasciare il paese: “Dichiariamo che l'emigrazione dalla Terra Santa non è consentita dalla legge religiosa. Le persone che vivono in quelle zone devono rimanere nelle proprie abitazioni per non abbandonarle nelle mani dei conquistatori. Coloro che obbediranno a questa legge faranno un'azione onorevole e saranno di sostegno per la moschea di Al Aqsa,” si legge nel testo dell'ordinanza religiosa.

Comunque un buon numero di testimoni oculari hanno riferito alla stampa di una generale impossibilità a muoversi dalle proprie abitazioni a causa delle sparatorie nelle strade. Abu Mazen aveva iniziato a parlare di golpe, messo in atto dal Partito di Dio, così come riportato in una nota per la stampa proveniente dal suo ufficio: “Tutte le informazioni e i fatti puntano il dito verso una fazione, cui appartengono i leader politici e militari di Hamas, che stanno pianificando un colpo di Stati contro la legittimazione dell'Anp,” ha fatto sapere il leader di al-Fatah.

Mentre la situazione andava via via degenerando, si apprendeva dell'ultimatum inviato al governo da parte delle brigate Ezzedine al-Qassam (Hamas) nel quale veniva fissato in poche ore il termine ultimo per la resa incondizionata, oltrepassato il quale gli uomini del Partito di Dio avrebbero attaccato frontalmente le istituzioni.  Inutili i tentativi di mediazione messi in atto dal governo egiziano che puntavano ad una tregua immediata. Alle minacce è subito seguita l'azione e circa 200 guerriglieri si Hamas hanno iniziato a mettere a ferro e fuoco Gaza City.

Nel corso della giornata di mercoledì, alcuni miliziani del Partito di Dio hanno fatto saltare in aria una postazione di al-Fatah (il partito laico) nel sud della Palestina, uccidendo 11 uomini di Abu Mazen. Gli stessi hanno poi dichiarato la zona di loro competenza, e richiesto la resa degli ultimi uomini di Fatah tramite gli altoparlanti di una moschea della zona.

A questo punto, stando a fonti mediche, ci sarebbero stati circa 70 morti negli ultimi tre giorni di scontri, in più si parla di quasi duecento feriti, molti dei quali in maniera grave. Tra le vittime anche donne, anziani e bambini.

C'è chi tende a spiegare la situazione odierna in base a principi politici di parte, secondo Danny Rubinstein, corrispondente di Hareetz Daily, “l'Autorità Palestinese era una mera illusione di potere, un'occupazione in guisa di autogoverno e, perciò, inutile.” Vero è che il partito laico di al-Fatah si è fin dall'inizio rifiutato di dividere il potere con Hamas e questo nonostante la vittoria conseguita dal Partito di Dio alle elezioni di gennaio dello scorso anno.  É anche vero che gli uomini di Fatah erano stati messi in guardia dal condividere il potere con Hamas.  Praticamente tutto il mondo politico che conta si era sentito in dovere di dare buoni consigli, non potendo più dare cattivo esempio.  E questi buoni consigli il partito Fatah li aveva anche seguiti, appunto guardandosi bene dal dividere il proprio potere con Hamas. 

Hamas che ora detiene il controllo di quasi tutta la Striscia di Gaza mentre gli uomini di al-Fatah tentano invano di mantenere le restanti postazioni.  Intanto c'è già chi, come Avigdor Lieberman del partito conservatore Israel Beitenu, parla di far intervenire soldati della Nato.  E chi auspica invece un intervento dell'esercito israeliano.  A questa situazione già grave si deve aggiungere il fatto che tre degli otto ospedali a Gaza sono fuori uso a causa dei cecchini appostati sui tetti degli edifici e della scarsità di personale. 

Ma come si comporta in tutto questo Mahmoud Abbas? Oltre ai suoi accorati appelli per un veloce cessate il fuoco e alle condanne piuttosto banali della situazione attuale, le ultime indiscrezioni parlano della volontà sua- e dei suoi collaboratori più stretti- di boicottare il governo tramite il ritiro dei propri ministri.  La reazione del Partito di Dio a questa velata minaccia è stata subitanea, il dirigente Sami Abu Zuhri, ha dichiarato: “Si tratta di un ricatto politico escogitato per esercitare pressione su Hamas” e noi “non cediamo ai ricatti.”

Intanto cominciano a rotolare le prime teste. È successo al direttore generale di al-Jazeera, Waddah Khanfar, per le sue posizioni filo-Hamas.  Secondo la rivista giordana “Al Majd” dietro a tale provvedimento ci sarebbero le pressioni politiche degli Usa, oltre che del governo palestinese.  Qualcuno in Italia, però, spiega la situazione di guerra civile in atto proprio con la volontà degli americani di  tenere il Medio Oriente in uno stato di guerriglia perenne così da poter trarne vantaggi economici. 

Proprio alla luce di quanto successo negli ultimi giorni all'interno della Striscia di Gaza, torna alla ribalta la quesitone della Cisgiordania, dove la presenza dell'esercito israeliano fa in modo che le cose siano sotto controllo.  Un eventuale ritiro dell'IDF anche da quella zona, auspicato da molti ambienti politici sinistroidi in Europa e oltreoceano, consentirebbe infatti ai miliziani di Hamas di poter scagliare i loro missili qassam (che comunque già oggi fanno dei gravi danni) non più soltanto verso la cittadina di Sderoth ma direttamente verso l'aeroporto e anche nel centro di Tel-Aviv.

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