Chi è Bobby “Piyush” Jindal, aspirante vice McCain alla Casa Bianca

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Chi è Bobby “Piyush” Jindal, aspirante vice McCain alla Casa Bianca

02 Agosto 2008

VNel 1988, Piyush Jindal aveva sedici anni. Poche settimane prima di ricevere la maturità alla Baton Rouge High School, danneggiò l’auto nuova di suo padre. Ma Piyush, che da allora preferisce farsi chiamare “Bobby” (nomignolo preso in prestito dalla sitcom “The Brady Brunch) ha lottato con la sua famiglia per molto più di una semplice ammaccatura d’auto. 

“Quale Dio dovrai onorare per la tua salvezza?”. Jindal, oggi governatore dello stato della Louisiana, ricorda ancora la domanda che sua madre, Raj, un’indù praticante,  gli pose in seguito alla sua fuga per via dell’incidente.  Per un figlio d’immigrati del Punjab, che avrebbe annunciato il suo credo cristiano l’estate seguente, la questione era complicata. 

Vent’anni più tardi, Jindal, oggi convertito al cattolicesimo, è alla ribalta delle cronache politiche per essere il più probabile candidato alla nomina di vice di John McCain alla presidenza degli Stati Uniti. Proprio la sua forte fede religiosa è considerata uno di quei valori aggiunti che Jindal potrebbe spendere nella corsa a quella nomina. 

L’induismo è una religione complessa in cui convivono diverse interpretazioni. Dal suo ufficio di governatore a Baton Rouge, Jindal ha ricordato in questi giorni come i suoi genitori lo abbiano cresciuto “in un ambiente domestico monoteistico dove ad un fermo credo in Dio s’intrecciava un forte attaccamento ai valori tradizionali; quegli stessi valori che si trovano nei dieci comandamenti, o nelle altre principali religioni. Jindal riconosce che benché l’induismo “non dia luogo a una fede necessariamente legata a una particolare Sacra Scrittura storica o ad una rivelazione”, i suoi genitori avevano “elaborato i fondamenti della loro fede”.

E’ un evento raro che un indù si converta al cristianesimo come in generale a qualsiasi altra religione. Secondo un’indagine effettuata all’inizio di quest’anno dal ‘Pew Forum on Religion & Public Life’, otto induisti statunitensi su dieci, allevati nel rispetto dei dettami della propria religione parentale, rimangono tali anche in età adulta. 

“Non sono stato folgorato da una rivelazione notturna come accade a tante persone”, ha dichiarato Jindal, ricordando come la sua conversione sia stata piuttosto il frutto di un “approccio intellettuale” segnato da un assiduo studio delle Sacre Scritture. “Dati il mio background e la mia natura, quest’approccio è stato una parte importante del processo”.  Ma, nota, “non penso che si possa ‘leggere’ dentro di noi stessi solo attraverso la fede. Ho  finalmente realizzato cosa la ‘Storia’ abbia da raccontare sull’uomo Gesù, e cosa quest’uomo abbia veramente compiuto in Terra….Ma si arriva ad un punto in cui per avere fede, bisogna ‘buttarsi’”.

Un Jindal adoloscente, desideroso  di un’ identità religiosa, andava alla ricerca di cappellani nella vicina Louisiana State University (LSU). Nel 1987, durante un concerto di canti pasquali offerto da un gruppo giovanile nella cappella delle LSU, nel corso degli intervalli, un video in bianco e nero della passione di Cristo veniva mandato in onda. “Non so perché in quel momento la cosa mi scosse”, ricorda Jindal. “Non vi era nulla di così particolare in quel video… Ma mi colpì, come mai mi era accaduto prima di allora, la vista di quella raffigurazione scenica di Gesù crocefisso”, ricorda. “Come se in quel momento avessi davanti ai miei occhi il vero Figlio di Dio, immolatosi per me. L’impatto fu tale che mi sentii costretto ad inginocchiarmi e pregarlo”.    

“ E’ stato liberatorio”, ci dice Jindal ricordando quel particolare momento. “A quei tempi, la mia vita di preghiera assomigliava piuttosto al rapporto che c’è tra un bambino e Babbo Natale dove, mercanteggiando con Dio, gli si dice ‘sarò buono ma questo è quello che voglio in cambio’”. Da quel momento in poi Jindal ha incominciato a pregare quotidianamente e a leggere con fervore la Bibbia, privilegiando parabole del Nuovo Testamento. “Era come se le parole mi afferrassero, emergendo dalla carta. Mi ero convinto che fossero state scritte solo per me”. 

Confessare la sua cristianità ai propri genitori non è stato affatto semplice. “Avevo paura di affrontarli”, rammenta Jindal. “Non sapevo se sarebbero stati in grado di accettarlo. Volevo assicurarmi che non interpretassero la mia conversione come un rifiuto nei loro confronti. Volevo che capissero quanto continuassi ad amarli e quanto condividessi ancora tanta parte dei valori nei quali mi avevano cresciuto”.

Ripensando a quel momento, Jindal, ora padre di tre figli avuti dalla moglie Supriya (anche lei convertita al cattolicesimo), per un attimo nei panni dei suoi genitori, capisce perché loro continuassero a chiedergli se tutta quella storia della “nuova religione” non fosse solo “un capriccio”.

Il compagno di stanza di Jindal alla Brown University è stato il suo padrino di battesimo. I suoi genitori non presenziarono alla cerimonia, cosa che, ci confessa, “lo addolorò”. Ciononostante ha perseverato. E’ da quel momento che Jindal  ha incominciato a  partecipare a gruppi di studio della Bibbia nel suo campus. Una mattina, mentre Jindal pregava nella cappella del Brown College, un prete che lo aveva notato gli diede una pacca sulla spalla. Gli propose di insegnare religione cattolica a dei bambini di una parrocchia locale. Non ancora convertito, Jindal rifiutò: “Non credo di poterlo fare. Non sono cattolico”. “Guarda”, gli rispose il prete, schernendolo, “da quando c’è stato il concilio Vaticano II tutto è permesso”. Ed è lì che Jindal accettò.

La comunità indù americana ha avuto atteggiamenti sia tiepidi che entusiastici nei suoi confronti. Suhag Shukla, amministratore delegato dell’Hindu American Foundation, che rappresenta gli interessi di almeno due milioni di indù negli USA, lo definisce un “mix di speranza e delusione”. Ci dice che “c’è speranza in ciò che egli rappresenta, ovvero nel fatto che un figlio d’immigrati possa ambire ai posti di maggiore rilievo nella gestione dello Stato. Non proprio da ‘americano medio’, no? L’aspetto deludente della faccenda è il prezzo pagato per questo. Val la pena voltare le spalle alle proprie tradizioni? Alla propria comunità?”.

Sia la Shukla che altri esponenti della comunità indù statunitense hanno manifestato  delusione per l’astensione di Jindal sul voto della legge H.R. 747 (House of Representatives), la cosiddetta “Ditali resolution”, approvata verso la fine del 2007, quando Jindal siedeva ancora al Congresso. La “Ditali resolution” riconosce le festività indù, gianseniste e sikh. Jindal ha respinto al mittente ogni critica su quel suo voto, affermando di non prestare “molta” attenzione a gruppi d’interesse etnici o religiosi. “Ho sempre pensato che ognuno di noi, in quanto  individuo, assuma le proprie decisioni personali”, ha dichiarato in merito Jindal. “Penso che sia spiacevole quel che accade nelle società moderne, dove c’è la tendenza a classificare le persone all’interno di stereotipi o in espressioni ‘col trattino’”.  Ed è proprio questo uno dei primi principi che Bobby Jindal potrebbe divulgare a ben più ampie platee tra poco tempo. 

© Wall Street Journal

Traduzione di Edoardo Ferrazzani