Chi è il direttore del Times che ogni giorno chiede a Owen di copiare Rep.?

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Chi è il direttore del Times che ogni giorno chiede a Owen di copiare Rep.?

05 Luglio 2009

Chi è il direttore del Times che ogni giorno chiede a Richard Owen di copiare articoli di Repubblica per picchiare Berlusconi, dà lezioni di moralità ai giornalisti italiani e li accusa di essere asserviti al potere? James Harding è il più giovane direttore della storia del quotidiano inglese. Come raccontano la presentazioni ufficiali, parla giapponese e cinese, oltre a francese e tedesco; ha lavorato come speechwriter di Kiochi Kato, segretario del capo del governo giapponese, responsabile dal 1993 al 1994 per il Giappone per i rapporti con l’UE. Ha poi aperto l’ufficio del Financial Times a Shangai dal 1996 al ’99, gli anni del passaggio dell’economia cinese al mercato. Con Alpha dogs nel 2008 ha scritto un libro scandalizzato sull’americanizzazione della politica, ma forse l’obiettivo principale era fare i nomi degli spin doctor dei politici di tutto il mondo, da quelli dei presidenti statunitensi a quelli delle Filippine. Mettersi in mostra e accreditarsi come nuovo grande moralizzatore.

Secondo i commenti ufficiali, Murdoch con una moglie Wendi di origini cinesi, lo avrebbe assunto, perché è interessato alla Cina. Divenuto direttore del Times il 10 dicembre 2007, Harding non è mai stato tenero con l’Italia, nonostante le belle parole che la comunità ebraica milanese gli dedicò nel suo sito web il giorno della nomina. Perché Harding non è solo il più giovane direttore del Times, ma anche il primo direttore ebreo del quotidiano londinese. Esordì subito con un editoriale di due pagine, attaccando il governo Prodi e dichiarando che “i giorni di gloria sono finiti, l’Italia è di fronte a un futuro di vecchiaia e povertà”. Il Times di Harding promosse una campagna insistente, ripresa anche dai giornali americani, sulla crisi dell’Italia. La campagna recente contro Berlusconi, compreso l’editoriale durissimo del primo giugno, hanno fatto parlare di complotti di ogni tipo.

Il 19 giugno 2009, il Guardian riportando un curioso commento di uno degli editorialisti di punta del Times, Daniel Finkelstein, scrive “Is the Times editor a-changing?”, alludendo a possibili cambiamenti nella direzione del Times. Certo, durante la direzione di Harding, il Times non è diventato un quotidiano equivalente a Le Monde o alla Frankfurter Allgemeine, è stato un amalgama di alti e bassi, con titoli gridati come un tabloid, campagne accanite contro paesi alleati della Gran Bretagna, certo non all’altezza degli standard tradizionali del giornale. Con Harding il Times ha criticato la direzione delle guerra americana in Iraq e Afghanistan, nonostante l’impegno diretto britannico al fianco degli States e ha fatto più volte uno strano gioco, denunciando le stragi di civili americane e mai gli “incidenti” britannici, non ha mai pubblicato foto del ritorno di una bara di un soldato britannico, protestando invece per le bare dei soldati americani oscurate dai media dell’era Bush. Ha fatto una campagna aggressiva contro Obama, ha ridicolizzato Sarkozy, in ogni occasione possibile, ha soprattutto attaccato la Russia, Putin, i nuovi miliardari russi, e sempre con la bacchetta dell’uomo tutto di un pezzo.

Harding però non è come vuole apparire. Basta ricordare come ha cucinato nel 2008 George Osborne, cancelliere ombra tory del governo Brown e allora considerato il probabile successore, creando uno scandalo politico, l’affaire Osborne, per avvantaggiare soltanto gli affari dell’amico e socio Nathaniel Rothschild, più noto come Nat da Londra a Mosca, a Corfù, a New York e soprattutto a Klosters, in Svizzera. Grande playboy, Nat, famoso per le feste sul suo yacht, a cui partecipa anche col boyfriend la principessa Beatrice, figlia del principe Andrew e Sarah Ferguson, gli oligarchi russi e anche il figlio di Gheddafi, questi ultimi sempre attaccati dal Times. Di Nat Rothschild ha parlato il Corriere il 2 aprile 2007, dandone un ritratto che forse sarebbe il caso di rileggere nell’archivio del quotidiano milanese. Tra le amiche di Nat ci sono modelle ceche, attrici israeliane, ma anche Ivanka Trump, figlia di Ivana e Donald. Nat, come vuole la tradizione Rothschild, è un genio della finanza e gestisce un Atticus Capital con un giro – si dice – di 14 miliardi di dollari. Nat è stato fondamentale per sostenere l’oligarca russo Oleg Deripaska e farlo diventare l’imperatore dell’alluminio, senza contare altri business internazionali in India e in Ucraina dove si è assicurato i diritti di ricerca e sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel Mar Nero. Avere un vecchio amico coetaneo direttore del Times può essere utile e qui, nei business di Nat, il genio della finanza, entra in scena James Harding, il moralista.

 

Harding è legato a Nat anche per questioni personali: sua moglie è Kate Weinberg, la figlia di Mark Weinberg, socio di lunga data di Jacob Rothschild, il papà di Nat, come ricordò l’Independent, quando Nat inviò una mail al giovane e moralista direttore del Times, il 20 ottobre 2008. Il reality del Times si svolge così: il 20 ottobre 2008 alle 14, 26 James Harding riceve una mail dal suo vecchio amico di bisbocce Nat Rothschild. Nella mail, in cui Nat lo chiamava Sir Harding, il rampollo Rotschild rivelava un gravissimo episodio di corruzione politica del quale era stato testimone e del quale non poteva fare a meno di mettere a conoscenza il direttore del Times. A Corfù, la sera del 23 agosto, mentre si stava festeggiando il compleanno di Elizabeth Murdoch, la figlia del proprietario del Times, c’erano, tra gli altri, anche George Osborne, Oleg Deripaska e Peter Mandelson, allora commissario per il commercio dell’UE. Durante le notte, tra fiumi di champagne e belle ragazze (il fotografo Zappadu era troppo impegnato a Villa Certosa a fotografare gli ospiti del Cav. per essere lì) si era parlato di politica e Mandelson avrebbe versato “gocce di veleno” sul governo Brown nelle orecchie del tory Osborne. Tutto qui l’affaire Osborne, di cui per giorni ha parlato la stampa inglese e che è costato la carriera a Osborne e a Mandelson, per presunti interessi con l’oligarca Deripaska. Gossip is business and business is gossip.

Il direttore del Times, modello di deontologia professionale ed etica, inoltra immediatamente la lettera di Nat Rothschild alla direzione del Labour, richiede commenti e rende pubblica tutta la faccenda sul Times. Sia i tory, sia i labour sono inguaiati: i tory fanno fuori Osborne come possibile candidato alle prossime elezioni, i labour richiamano Mandelson al governo e al suo posto all’UE mandano la baronessa Catherine Margaret Ashton, moglie di Peter Kellner direttore e azionista della YouGov company, una compagnia internazionale di ricerche informatiche di mercato lanciata nel 2000 in Inghilterra. YouGov ha aperto uffici nel 2005 in Medio Oriente, nel 2007 in Usa, in Germania, in Scandinavia. La metodologia usata è ufficialmente ottenere informazioni “demografiche” dai consumatori via web. Tra i clienti di YouGov ci sono l’Economist, Sky News, il Sunday Times, il Daily Telegraph. Lo scandalo di cui per giorni e mesi hanno discusso confusi e imbarazzati i poveri sudditi brit erano però soltanto “le gocce di veleno” su Gordon Brown sussurrate all’orecchio di Osborne da Mandelson, un comportamento politicamente scorretto, inaccettabile in una democrazia come quella brit, che fa dell’etica un pilastro.

Nella realtà del reality messo su dal playboy Nat e dal suo socio Harding l’affaire era un altro: il rampollo Rothschild era arrabbiato con Osborne per questioni finanziare, principalmente per il grande progetto di Nat e dell’oligarca Deripaska di trasformare il Montenegro, prossimo a entrare nell’UE, nella nuova Montecarlo, come hanno rivelato poi alcuni media britannici. Insomma, il direttore tutto d’un pezzo che da un mese bombarda Berlusconi dal Times per una festa di compleanno a Casoria e per le dichiarazioni di una escort portata a cena a palazzo Grazioli da un imprenditore pugliese, ha molti scheletri nell’armadio. Quanto a Repubblica, chissà, ha forse qualche motivo concreto in questa fratellanza col Times. Chiaramente, occorre avvertire Paul Ginsborg, teorico del familismo morale italiano, invitandolo a tornare in Inghilterra a studiare quello british. Sembra ve ne sia un gran bisogno.