Succede in Gran Bretagna

Chiedete scusa a Scruton, vittima innocente del politically correct

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Se fosse il sequel di un film si potrebbe intitolare “Roger Scruton, il ritorno” o anche più trucemente “la vendetta”, se non fosse che il termine poco si addice all’educazione britannica e al notevole senso estetico del nostro.

L’antefatto. I lettori dell’Occidentale ricorderanno che a metà aprile Scruton era stato rimosso dalla presidenza della commissione governativa “Building More, Building Beautiful”, che si occupa di edilizia residenziale, in cui era stato chiamato per la sua fama di pensatore e soprattutto per i suoi importanti contributi di estetica.

L’allontanamento era stato causato da alcune affermazioni “politicamente scorrette” su Soros, sulla Cina e sul termine islamofobia riportate in un’intervista al New Statesman, a cui aveva fatto seguito l’immancabile tempesta Twitter, che ne aveva amplificato la portata.

Il fatto che a rimuoverlo fosse stato un ministro del governo conservatore e che non fosse stato difeso dal premier aveva accresciuto lo stupore dei commentatori, dal momento che Scruton è considerato universalmente un pilastro del pensiero conservatore.

Il provvedimento era stato ampiamente commentato nel mondo anglosassone, ed aveva suscitato critiche anche in ambienti della sinistra libertaria. In Italia, oltre a noi dell’Occidentale, se ne erano occupate varie testate; e su Vita e Pensiero era apparso un intervento di Sergio Belardinelli.

Che è successo nel frattempo? Un’analisi accurata fatta anche con la trascrizione integrale ha dimostrato in modo incontrovertibile che George Eaton, del New Statesman, acerrimo nemico di Scruton, aveva forzato il testo e il contesto dell’intervista, tagliando le dichiarazioni in modo capzioso. E il giornale ha dovuto fare marcia indietro, pubblicare il testo vero e scusarsi.

A ruota il ministro Brokenshire, con una lettera allo Spectator, il settimanale che si era mobilitato in difesa di Scruton, lo ha invitato a dare di nuovo il suo importante contributo ai lavori della commissione:

“Sono lieto anche che il New Statesman abbia pubblicato una rettifica all’intervista originale, che non rappresentava correttamente e interamente le sue idee come avrebbe dovuto. Come sa, mi rincresce che la decisione di rimuoverla dalla presidenza della Commissione sia stata presa nel modo in cui è stata presa. Mi dispiace: soprattutto perché è avvenuta sulla base di un resoconto chiaramente parziale del suo pensiero. Sto ora valutando la prossima fase del lavoro della Commissione. Se lo desidera, vorrei invitarla a un incontro per discutere di tale lavoro e di quale ruolo lei sarebbe disposto a svolgere nel portare avanti l’importante agenda che interessa tanto a entrambi”.

Pare che anche Teresa May, dalla zona Cesarini del suo mandato come premier, gli abbia rivolto un invito analogo.

I media inglesi- dalla BBC all’Independent fino al progressista Guardian- hanno dato conto del provvisorio finale. In Italia che io sappia finora se ne è (come al solito meritevolmente) occupato Tempi.

Dunque tutto il caso è rientrato e sotto controllo?

Di sicuro, stando a quanto dichiarato da un portavoce del ministro, pare che il filosofo incontrerà presto il ministro Brokenshire.

Resta il fatto che la ferita è stata profonda e ne rimangono tracce vistose, come testimonia il commento di Scruton:

“Questa esperienza è stata molto spiacevole, non da ultimo per i giudizi affrettati di media e politici. Mi ha particolarmente umiliato il comportamento del ministro, che mi ha licenziato in forza dell’articolo del New Statesman senza nemmeno chiedermi se riportasse correttamente quel che avevo detto. Mi hanno stupito anche i commenti di Downing Street e il fatto che il Partito conservatore non abbia fatto alcuno sforzo nel suo insieme per difendermi. Sono grato al New Statesman quanto meno per questo: questi fatti umilianti mi hanno fatto rendere conto della autentica crisi morale del Partito a cui, nonostante tutto, ancora appartengo”.

Un giudizio severo, frutto di una constatazione che onestamente non possiamo che condividere.

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