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I grattacapi del Pd

Chiuse le urne Bersani canta vittoria ma adesso la strada è tutta in salita

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Una vittoria sì, ma non priva di spine. Il Partito Democratico, all’indomani della tornata di amministrative, celebra i risultati di Torino, Milano, Trieste, Crotone, Pavia e Cagliari e senza guardare troppo per il sottile si intesta meriti e soddisfazioni, cercando di godersi il momento e scrollarsi di dosso le scorie delle passate sconfitte.

La festa per Pierluigi Bersani, però, non è priva di preoccupazioni. Tant’è che anche sulla richiesta di dimissioni di Berlusconi avanzata da tutte le opposizioni non mancano le voci dissenzienti di coloro che ritengono che le urne non siano la strada maestra. C’è chi accarezza l’idea di un governo tecnico di centrodestra, al quale comunque il Partito Democratico non parteciperebbe, per fare la manovra economica e cambiare la legge elettorale. Un modo per far decantare la situazione e disfare il più possibile il bipolarismo, preparando il ritorno al proporzionale, un sistema ideale per una coalizione priva di coesione interna. C’è invece chi è dell’idea che sia meglio battere il ferro finché è caldo e rincorrere subito le urne. “Andiamo a votare - taglia corto Bersani - se troviamo lo spazio per fare una legge elettorale meno vergognosa bene, sennò andiamo a votare perché il paese non può stare nella palude e se Berlusconi è uno statista questa cosa deve capirla”. Ma la sua sembra più una offensiva di immagine che di sostanza.

In attesa della verifica di fine giugno, il Pd punta ad assestare un altro colpo al governo vincendo il referendum. Per questo la macchina organizzativa ha cominciato a far girare i motori per tentare di raggiungere il quorum. E poco importa che soprattutto sul referendum sull’acqua Pierluigi Bersani tradisca profondamente la sua storia personale di “liberalizzatore”. Sul referendum, peraltro, si cercano convergenze con il Terzo Polo in modo da rinsaldare i legami stretti già con le amministrative.

Sui criteri di selezione all’ingresso per la futura coalizione di governo non si va molto per il sottile. È un Nuovo Ulivo il modello al quale si ispira il leader Pd ma, almeno negli auspici, senza gli esiti disastrosi dell’Unione: "Serve un passaggio di maturazione per darci credibilità nell’azione di governo, un patto di garanzia". La richiesta è rivolta ad Antonio Di Pietro e a Nichi Vendola, che chiedono di accelerare nell’alleanza del centrosinistra chiudendo le porte al Terzo Polo e scegliendo con le primarie il candidato premier. Timing che non corrisponde a quello del Pd: "Il percorso è sempre lo stesso: prima il progetto con il pacchetto di 10 riforme, poi vedere chi ci sta e quindi chi ci sta decide se fare o meno le primarie". Primarie alle quali Bersani parteciperà in una posizione di forza come lui stesso ammette: "Mi sento più forte, non è detto che mi senta meglio. Battute a parte, io ci sono ma non mi metto davanti al progetto".

E’ chiaro, però, che la prospettiva è quella di avventurarsi in un terreno costellato di trappole con una alleanza di sinistra-centro dove il Pd finirebbe per farsi logorare dalle scorrerie degli alleati. Peraltro in molti dubitano che l’operazione di riconquista del governo possa riuscire senza stringere un’alleanza organica con l’Udc e piantare un paletto nell’elettorato moderato. Il problema strategico, insomma, a Via del Nazareno resta apertissimo e sotto gli occhi di tutti. E non è certo la vittoria di Napoli, che ha il volto del populismo e dell’antipolitica alla De Magistris, che può servire a indicare una strada o a disegnare un modello.

Uno scenario disordinato e frastagliato che suscita la preoccupazione di Massimo Cacciari. “Pisapia insieme a De Magistris. Se questo è il progetto politico che vuole realizzare il Pd, auguri” dice l’ex sindaco di Venezia. “Se il Pd intende fare un nuovo Ulivo, auguri. Che devo dire? Se pensano di sommare il moderato Pisapia con De Magistris e la coalizione di Napoli, non vinceranno da qui all’eternità. Io penso che il Pd farebbe bene a capitalizzare l’affermazione, che senza dubbio c’è stata, in particolare a Milano. E da quella base aprire un serio confronto, non con questo o quel partitino, ma con gli interessi imprenditoriali, economici, finanziari e culturali vastissimi che hanno dato un segnale inequivocabile che di Berlusconi non ne vogliono più sapere”.

 

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