Ci piacerebbe un comandante in capo ma non siamo una Repubblica presidenziale

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Ci piacerebbe un comandante in capo ma non siamo una Repubblica presidenziale

21 Giugno 2011

Ci piacerebbe, e molto, avere un "comandante in capo" pronto ad assumersi gli onori e gli oneri delle decisioni prese in politica estera, anche quando il parlamento gli rema contro. Ci basterebbe anche uno chef des armeés con al polso la valigetta nucleare, sul modello della Quinta Repubblica francese. Se così fosse, non avremmo avuto da obiettare alle parole del capo dello stato: "Il nostro impegno è restare schierati in Libia", ha detto con un certo decisionismo Giorgio Napolitano, "come sancito dal parlamento".

Ma se è vero che il presidente della Repubblica ha il comando delle forze armate, presiede il supremo consiglio di difesa, dichiara lo stato di guerra, poi, di fatto, è il parlamento a decidere sulle missioni combattute dall’Italia oltre i confini nazionali. Sono le camere che conferiscono al premier il potere di agire. In Italia la funzione del presidente della repubblica è autorevolissima, di "garanzia", come si sente dire spesso, e rappresenta il cuore dell’unità nazionale, ma in fin dei conti è una figura simbolica. Napolitano ha il compito di mediare e vegliare sulle decisioni prese dal governo, non di sostituirsi ad esso. 

All’inizio della guerra in Libia abbiamo esitato, oscillando tra la paura di perdere un alleato, scomodo ma tutto sommato prezioso, e il dovere di rispettare i nostri obblighi atlantici. Poi abbiamo partecipato all’intervento e siamo diventati uno dei Paesi dell’Alleanza che hanno scelto di bombardare Gheddafi. Abbiamo lasciato aperta una via di fuga al Rais, e più volte Frattini ha evocato l’ipotesi dell’esilio (improbabile visto che "cane pazzo" preferirebbe morire piuttosto che abbandonare il Paese).

Il ministro Frattini ha confermato che almeno fino a settembre assolveremo ai nostri obbighi con l’Alleanza, e il collega La Russa gl ha fatto eco convinto che "nessuno ci vieta di valutare se proseguire l’impegno al termine previsto" dei 90 giorni (il ministro della Difesa il mese scorso aveva dato il via libera ad eventuali missioni per eliminare Gheddafi, com’è avvenuto con Bin Laden). Nel frattempo sono arrivati i maldipancia leghisti, i rimbrotti del ministro Maroni agli Usa, e poi, domenica scorsa, a Pontida, la richiesta di mettere fine al conflitto.

E’ evidente che la maggioranza, sulla Libia, procede in ordine sparso. Come del resto fa l’opposizione. La guerra sta finendo ma Gheddafi non se ne va, e non è chiaro quale sarà il ritorno che avremo da questa missione. Se il parlamento decidesse di richiamare a casa i nostri caccia, Napolitano avrà il diritto di ricordare solennemente al governo quali sono i patti che abbiamo preso con gli Alleati. Il presidente potrà controllare il merito e la forma di quella deliberazione, sempre nel rispetto delle prerogative parlamentari. Una cosa è certa: non potrà contestarla, a meno che non voglia scatenare un altro pandemonio istituzionale. Purtroppo, non siamo in una repubblica presidenziale.