Ci serve una politica economica non l’eterno conflitto tra Tremonti e il Cav.

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Ci serve una politica economica non l’eterno conflitto tra Tremonti e il Cav.

26 Settembre 2011

Si dice che le tragedie della storia si ripetono sotto forma di farsa. Eppure sembra proprio che, da noi,  il destino si muova in senso inverso. Venerdì scorso tutti i quotidiani hanno messo in bell’evidenza l’ulteriore aggravarsi  del dissidio, di cui si parla da mesi, tra il premier e il superministro dell’Economia. Chi si aspettava il solito comunicato di smentita da parte  di Palazzo Chigi questa volta ha atteso invano. Nessuno è riuscito a persuadere il Cavaliere a fare marcia indietro. Così il silenzio è valso come conferma.

Ci mancava soltanto l’aggravarsi del  dissidio tra il premier e il titolare dell’Economia per  aggiungere qualche argomento in più a supporto di quel giudizio di instabilità politica, denunciata da Standard & Poor’s, che tanto ruolo ha avuto nel declassamento a cascata dell’azienda-Italia: prima i titoli di Stato, poi le banche, giù giù fino alla Fiat. Giulio Tremonti ha sicuramente dei difetti: tratta con supponenza i colleghi (si narra che una volta apostrofò Letizia Moratti, allora ministro della pubblica istruzione che lamentava i tagli al suo dicastero, con queste parole: <Letizia, il Governo non è mica tuo marito>); si sottrae al lavoro collegiale, è stato lambito dal caso Milanese.  E’ rimasto, tuttavia, uno dei pochi a godere della credibilità sul piano internazionale che è  indispensabile in una fase tanto delicata e fragile come l’attuale. Ma davvero siamo allo show down finale all’interno dell’esecutivo? Speriamo di no.

Già durante la XIV legislatura  Tremonti venne costretto a dimettersi perché accusato da Gianfranco Fini di  voler fare da sè. Al suo posto andò Domenico Siniscalco (si disse che aveva chiesto il permesso a Piero Fassino) e ci stette fino a quando  non venne richiamato, d’urgenza, il suo predecessore appena in tempo per evitare le sanzioni della Ue. Si vuole forse fare il bis di quell’infelice esperienza con Vittorio Grilli? Probabilmente, sarebbe stato opportuno che il ministro si fosse risparmiato il vezzo demagogico di recarsi  negli Usa con un volo di linea, per servirsi, invece, di un aereo di Stato, dopo aver adempiuto al sacrosanto diritto di votare alla Camera in una circostanza in cui non era in ballo solo la libertà personale di un suo ex collaboratore, ma anche e soprattutto la tenuta del Governo di cui è parte. Ma – diciamoci la verità – è proprio Silvio Berlusconi  quello che può scagliare la prima pietra quando si tratta di difetti ed errori personali? Evidentemente no. Noi non sappiamo se davvero Tremonti va raccontando in giro che lui ha impiegato tre anni per costruire intorno all’Italia quella fiducia che il premier ha dissipato in tre settimane. Certamente Berlusconi è vittima di un tentativo di golpe da parte di certi settori della magistratura, ma ci ha messo anche del suo.

Al di là delle recriminazioni, però, il dissenso vero tra il presidente e il superministro interessa  la linea di politica economica: un dissenso che esiste fin dall’indomani delle elezioni amministrative di primavera, quando il rigore di Tremonti si è trasformato nel capro espiatorio di quel clamoroso insuccesso (anche Pinocchio se la prendeva sempre con il Grillo parlante!).  Settori del Pdl  (e sotto sotto anche il premier)  si sono messi a vagheggiare di una sorta di ritorno alle origini, quasi di un ‘Tea party de noantri’ imperniato sulla  riduzione delle tasse e la crescita economica, in pura chiave di recupero del consenso elettorale perduto. Questa linea è entrata oggettivamente in conflitto con l’impostazione del ministro dell’Economia, completamente allineata con gli impegni assunti in sede Ue sul pareggio di bilancio e la riduzione del debito. Ricordiamo tutti il dibattito che si svolgeva durante le riunioni del Consiglio dei ministri: Tremonti, fresco dell’approvazione del Def scritto sotto dettatura della Ue, provava a spiegare che non era sostenibile una riforma fiscale a rischio di riduzione del gettito, ma alla fine doveva promettere che nella seduta successiva avrebbe presentato il provvedimento  richiesto. Era come costringere Tremonti  a camminare sul difficile sentiero del risanamento con il freno a mano tirato, dovendo subire i compromessi imposti dall’altra linea. Ne è uscita a luglio una manovra  non credibile perché conteneva elementi tra loro non coerenti: tra questi, una delega in materia fiscale collegata al riordino dell’assistenza. Solo che, strada facendo, la delega ha cambiato segno ed impostazione: anziché apprestarsi a distribuire benefici alle imprese, alla famiglie e ai lavoratori è divenuta il guardiano dei saldi, dal momento che il Parlamento, durante la conversione del dl n.98  del luglio scorso, ha messo in evidenza una mancanza di copertura recuperata attraverso la clausola di salvaguardia, la quale, in mancanza di sollecite riforme prevede il taglio –  viene ipotizzato un pacchetto inverosimile di miliardi –  su alcune centinaia di prestazioni sociali, benefici fiscali e contributivi, ampiamente diffusi. Si è resa necessaria, allora, un’altra manovra correttiva. Anche il decreto di ferragosto ha rischiato, però, di non arrivare in porto (probabilmente senza l’intervento di Giorgio Napolititano la maggioranza non sarebbe stata in grado di venirne a capo in maniera convincente) proprio per le contraddizioni presenti nel centro destra.  

Oggi, a quanto si annuncia, il Governo avrà ben due distinte politiche economiche: una pensata a Palazzo Chigi da un pool di esperti “sviluppisti”; l’altra in via XX Settembre, barricata negli uffici della Ragioneria generale. Povera Italia! Il passaggio che è chiamata ad attraversare è stretto ed angusto: la Nota di aggiornamento ha dovuto dimezzare le stime della crescita spostando al 2014 quell’incremento (+1,2%) che nel Documento di economia e finanza (Def) era previsto nel 2012 (+1,3%). Sarebbe disonesto attribuire al Governo questa minore crescita in un contesto in cui è in atto una riduzione del commercio mondiale (+5,6% nel 2011 e +4% nel 2012 a fronte di un + 15,3% nel 2010): il che penalizza un’economia come la nostra che aveva risollevato la testa, pur tra tante difficoltà, grazie alle esportazioni (-19,1% nel 2009 e + 7,1% nel 2010). Aver dovuto mettere in conto una minore crescita può determinare dei problemi anche al percorso del pareggio di bilancio nel 2013. Le maggiori preoccupazioni, però, riguardano il differenziale (spread) tra i tassi d’interesse del nostro debito e quelli dei Bund tedeschi. Nessuno, pochi mesi or sono, avrebbe immaginato che tale spread sarebbe arrivato a 400 punti, quando non arriva il <soccorso rosso> della Bce. Su questa strada è sempre più vicino il punto di non ritorno.