Storia e storie della Shoah

Ci sono molti modi per raccontare la giornata della memoria

2
349

"Quando il bombardamento fu finito, i nazisti entrarono nello shtetl. Misero in fila tutti quelli che non erano annegati nel fiume. Gli srotolarono davanti una Torah. 'Sputate' dissero, 'sputate, altrimenti…'. Poi chiusero tutti gli ebrei nella sinagoga." Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata

"Di questo Shmiel, naturalmente, avevo qualche notizia: era il fratello maggiore di mio nonno, ucciso con la moglie e quattro bellissime figlie dai nazisti durante la guerra. Shmiel. Ucciso dai nazisti." Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

*

Quando si parla di letteratura e Shoah la mente degli italiani corre subito a Primo Levi, autore della più celebre testimonianza sulla “vita” nel campo di concentramento di Auschwitz Birkenau. Curiosando tra gli scaffali delle librerie, magari a ridosso della Giornata della Memoria, ogni lettore verrà però colpito dalla quantità di libri dedicati allo sterminio nazista: tralasciando molti saggi storici scritti a posteriori, quasi non si contano le testimonianze firmate da chi è stato direttamente toccato dalla Shoah. Dal Diario di Anne Frank a La notte di Elie Wiesel, che al pari di Se questo è un uomo sono considerati classici del genere, passando per opere meno celebri come I protocolli di Auschwitz dello slovacco Rudolf Vrba (che scrive nel 1944 dopo una fuga rocambolesca dal campo polacco), oggi la memoria è saldamente affidata a libri immortali. Con buona pace dei nazisti, determinati a cancellare ogni traccia degli ebrei e dei propri crimini. [1]

Col passare dei decenni, la Shoah ha inevitabilmente interessato anche figli e nipoti di morti e sopravvissuti. Per un ebreo nato nella seconda metà del Novecento, allo stupore di fronte ad Auschwitz si sommano altre domande: perché lo zio è morto, e altri parenti si sono salvati? Cosa avranno pensato le mie cugine negli ultimi istanti di vita? Chi ha salvato il nonno dallo sterminio nell’Europa orientale? Sono casi in cui agli interrogativi della Storia si sommano dubbi a fronte delle storie dei singoli, perseguitati dal Terzo Reich. La Giornata della Memoria 2011 è allora un’occasione per riprendere due libri pubblicati nel decennio appena trascorso: si tratta di opere notevoli, non solo per quanto riguarda la Shoah ma anche in termini assoluti. Gli autori, Jonathan Safran Foer e Daniel Mendelsohn, sono scrittori americani, entrambi residenti a New York, e i loro - come vedremo - sono libri profondamente simili negli intenti e diversi negli esiti.

Il 18 giugno 2001, il “New Yorker” esce con un racconto intitolato The Very Rigid Search: lo firma un giovane debuttante, Jonathan Safran Foer, fresco di laurea in filosofia a Princeton sotto la supervisione della scrittrice Joyce Carol Oates. Per scrivere la tesi finale dedicata alla vita del nonno Louis Safran, Jonathan si è recato in Ucraina, alla ricerca della donna che ha salvato Louis dallo sterminio. Com’è andato il viaggio lo racconta lo scrittore al “Guardian”: “Ero così ingenuo, è stato come camminare per New York con la foto di una persona chiedendo informazioni alla gente. Ridicolo. Ero completamente impreparato al viaggio. Non ho fatto alcuna ricerca preparatoria”. Da quel fallimento l’autore trae spunto per una storia immaginaria, che di lì a poco finirà sul più prestigioso settimanale americano e nelle librerie di tutto il mondo, con un titolo completamente nuovo: Everything Is Illuminated, Ogni cosa è illuminata nell’ottima traduzione operata da Massimo Bocchiola per Guanda. [2]

Il romanzo d’esordio di Safran Foer è un gioiello narrativo e stilistico. Il protagonista è un bizzarro giovane ucraino, Alex Perchov, che insieme al nonno cieco e a un cane puzzolente (Sammy Davis Jr. Jr.) accompagna l’americano Jonathan sulle tracce di Augustine, la donna che anni prima ha salvato il nonno (di Safran Foer) dalla persecuzione nazista. Realtà e fiction, evidentemente, si mescolano nella costruzione di un reticolo narrativo fatto di più voci e più storie: da un lato abbiamo le lettere che il giovane Alex spedisce in America a Jonathan, ripercorrendo l’avventura compiuta insieme e raccontando la propria vita nell’Europa orientale; dall’altro è Jonathan a spedire ad Alex i capitoli del romanzo che sta scrivendo, epica rievocazione della città ebraica di Trachimbrod. Il risultato è un’opera che mette insieme magia, storia, formazione e umorismo, fino all’illuminazione finale. [3]

Sin dalla sua prima apparizione, Ogni cosa è illuminata ha messo d’accordo critica e pubblico. Sul “New York Times”, Francine Prose ha elogiato lo stile di Safran Foer: era dai tempi di Arancia meccanica, scrive la giornalista, che la lingua inglese “non veniva allo stesso tempo straziata e ravvivata con tale brillantezza e brio”; l’ucraino Alex, infatti, “parla inglese come qualcuno che ha imparato traducendo maniacalmente un romanzo serissimo con l’aiuto di un dizionario troppo vecchio”, e anche nella traduzione italiana - onore a Bocchiola - il risultato è davvero esilarante. Una prosa eccezionale al servizio di un’opera dove trovano spazio, tra le altre cose, “l’importanza dei miti e dei nomi, la fragilità della memoria, la necessità del ricordo, la natura dell’amore, i pericoli della segretezza, il legame con l’Olocausto, il valore dell’amicizia”. Tutto questo e molto altro, concentrati in uno dei migliori esordi letterari del decennio passato. [4]

Il 14 luglio 2002, anno in cui Ogni cosa è illuminata compare nelle librerie americane, il “New York Times Magazine” esce con una cover story dal titolo What Happened to Uncle Shmiel?. L’autore Daniel Mendelsohn, docente di lettere antiche al Bard College e affermato critico letterario, racconta un viaggio a Bolechow (oggi Bolechiv, Ucraina) compiuto nell’agosto del 2001, per scoprire la verità che si cela dietro alla morte dello zio Shmiel, della moglie e delle sue figlie. Nelle prime righe del reportage, Mendelsohn giustifica la spedizione con la volontà “di scoprire il più possibile su un crimine terribile, su un tradimento terrificante”. Che la famiglia dello zio fosse stata sterminata dai nazisti negli anni quaranta era cosa nota; ma ciò che nessun parente dell’autore - a partire dall’amato nonno - aveva mai chiarito era proprio la storia di un “tradimento”, da parte di “qualcuno” che avrebbe consegnato Shmiel e famiglia ai tedeschi. [5]

“Fin da bambino - continua l’autore - mi è stato chiaro che il tradimento è più terribile, e più distintivo, delle morti”, perché “tutti muoiono, ma non tutti sono vengono traditi”. Dal primo viaggio a Bolechow, raccontato sul settimanale del “New York Times”, Mendelsohn non ricava troppe informazioni; a differenza di Safran Foer, però, tornato negli Stati Uniti Daniel riceve una telefonata che lo porta a incontrare nuovi testimoni, e poi altri ancora: parte così un lungo viaggio intorno al mondo, che - dall’Australia a Israele passando per il Nord Europa - avvicina sempre più il nipote alla scoperta di cosa accadde veramente ai parenti in quei giorni bui degli anni quaranta. Il resoconto di quel lungo viaggio tra continenti, testimoni e memorie non sempre condivise, accompagnato da inserti biblici e fotografie originali scattate nel corso dell’avventura, va a comporre Gli scomparsi, opera colta che intrattiene come un romanzo giallo. [6]

Al pari di Ogni cosa è illuminata, anche Gli scomparsi ha immediatamente convinto la critica. Come ha spiegato Ron Rosenbaum in una recensione sul “New York Times”, Daniel Mendelsohn “ha fatto qualcosa che si trova raramente nei libri dedicati all’Olocausto, cioè ha guardato alle vite delle future vittime non come a qualcosa di oscurato dalla tragedia che verrà, ma di illuminato da innocente normalità”. Non a caso il sottotitolo originale dell’opera è A Search for Six of Six Millions, ovvero una ricerca di sei [persone] su sei milioni: ciò che interessa a Mendelsohn, oltre al mistero del tradimento, è scoprire com’erano Shmiel, la moglie e le loro “quattro bellissime figlie” prima che il mondo crollasse sulla testa degli ebrei. Perché - dopo aver ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti - è giusto raccontare anche la vita quotidiana, più o meno serena, di chi è morto troppo presto per poter parlare. [7]

Anche chi non avesse letto Ogni cosa è illuminata e Gli scomparsi comprenderà ormai i profondi legami tra i due testi. Per età anagrafica e formazione, Safran Foer e Mendelsohn sono molto diversi: il primo è un giovane esordiente di talento, il secondo è un professore e critico letterario stimato in tutti gli Stati Uniti. Eppure, oltre alle origini ebraiche, Jonathan e Daniel hanno molto in comune: entrambi sono affascinati dalla storia della propria famiglia, e vogliono riesumare con la scrittura un mistero che circonda parenti più o meno vicini (nel primo caso, abbiamo visto, il mistero riguarda un salvataggio; nel secondo, un tradimento). Entrambi, in altre parole, sono rappresentanti di un nuovo modo di affrontare la Shoah: far emergere la storia di singole vite da quel mare, talvolta indistinto, costituito da sei milioni di vittime innocenti. [8]

Una considerazione finale. I nostri autori vanno in Europa con domande precise: Safran Foer torna senza risposte, e da questo “fallimento” nasce una storia di fantasia; Mendelsohn, invece, viaggia da un paese all’altro e torna a casa più ricco di quando è partito. Gli scomparsi, allora, è anche il libro che Jonathan Safran Foer avrebbe voluto scrivere: se fosse stato più fortunato, avrebbe parlato con la misteriosa Augustine, o l’avrebbe conosciuta indirettamente dai racconti di altri testimoni (così come Mendelsohn conosce la famiglia dello zio Shmiel attraverso i ricordi dei sopravvissuti di Bolechow). Le cose, per Jonathan, sono andate diversamente, ma un viaggio avaro di soddisfazioni ci ha comunque regalato uno dei libri più importanti dell’ultimo decennio: Ogni cosa è illuminata, un romanzo (e un film) capace di parlare della Shoah alle nuove generazioni di tutto il mondo. Il modo migliore per non dimenticare.

Note
[1] Nel paragrafo si fa riferimento a A. Frank, Diario, Einaudi 2005; P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi 2005; E. Wiesel, La notte, Giuntina 1992; R. Vrba, I protocolli di Auschwitz, BUR 2008.

[2] Jonathan Safran Foer è nato a Washington nel 1977. Vive a New York in compagnia della moglie Nicole Krauss, apprezzata scrittrice, e del figlio Alexander. Ha studiato filosofia alla Princeton University, dove ha frequentato corsi di scrittura creativa. Collabora con diverse testate. Oltre a Ogni cosa è illuminata, Safran Foer ha scritto Molto forte, incredibilmente vicino (2005) e Se niente importa (2009), entrambi pubblicati in Italia da Guanda. La sua ultima opera è il libro visuale Tree of Codes (2010).

[3] Dal romanzo di Jonathan Safran Foer è stato tratto un film di grande successo, Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber (USA 2005, 106’).

[4] Sul concepimento e la stesura del romanzo si consiglia inoltre la lettura di The Searcher, “The New Yorker”, 18/6/2001 (intervista all’autore di Deborah Treisman).

[5] Daniel Mendelsohn è nato a Long Island nel 1960, e vive a New York. Laureatosi in lettere classiche all’Università di Princeton, inizia a scrivere per prestigiosi giornali americani tra cui “The New Yorker”, “The New York Times”, “New York”, “The New York Review of Books”, “The New Republic” e “The Paris Review”. Docente di lettere classiche al Bard College, Mendelsohn ha vinto numerosi premi ed è autore di sei libri: oltre a Gli scomparsi, nel 2009 Neri Pozza ha tradotto e pubblicato la raccolta di saggi Bellezza e fragilità.

[6] Sul concepimento e la stesura del romanzo si consiglia inoltre la lettura di R. Birnbaum, How Daniel Mendelsohn Remembers the Holocaust, “Jewcy”, 11/1/2007 e B. Naparstek, Confronting the past, “The Jerusalem Post”, 15/3/2007 (interviste all’autore). Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dalla stampa americana, il regista Jean-Luc Godard starebbe per girare un film tratto da Gli scomparsi.

[7] L’opera di Mendelsohn ha ricevuto una buona accoglienza anche in Italia. A questo proposito si segnala il dialogo fra l’autore e lo scrittore italiano Alessandro Piperno, pubblicato dal “Corriere della Sera” il 26/2/2008 sotto il titolo Dopo Auschwitz c’è solo la Bibbia.

[8] A questo proposito, ne Gli scomparsi Daniel Mendelsohn scrive: “Riaffiorava il problema di quanti sono nati sul finire degli anni Cinquanta, elucubrati, i nipoti di persone già adulte all’epoca di quei terribili accadimenti; una questione che nessun’altra generazione nella storia si troverà ad affrontare. Siamo talmente vicini a coloro che vissero quelle esperienze da sentirci vincolati ai loro racconti; ma ne siamo ormai, al tempo stesso, abbastanza distanti, e ora che i protagonisti di quelle vicende sono per la maggior parte scomparsi dobbiamo cominciare ad assumerci la responsabilità di tramandare i fatti” (p. 609).

(Tratto da Fondazione Magna Carta)

  •  
  •  

2 COMMENTS

  1. Uno dei modi di ricordarlo
    Uno dei modi di ricordarlo è capire che la storia si ripete, e oggi a Gaza succede quello che gli ebrei subirono nei Lager, con la differenza che ora sono loro i carnefici!

  2. E se una la pensa diversamente?
    Furio Colombo è indicato come il “padre” della Giornata della Memoria. Usa narrare di come quando era bambino senti l’altoparlante della scuola chiamare per nome i bambini ebrei per escluderli dalla scuola. Oggi quello stesso altoparlante chiama tutti, bambini, studenti e loro insegnanti per “imporre” a tutti la Memoria di Furio Colombo. Or bene, mi domando e domando: e se qualcuno in ordine alla interpretazione della storia del Novecento e della seconda guerra mondiale in particolare la pensa diversamente di Furio Colombo, proprio in materia di “Olocausto”, incominciando dal termine stesso? Verranno tutti mandati in galera? Come già succede in Germania e in altri paesi? Come è successo a quel professore di liceo che proprio non ne poteva più di queste celebrazioni imposte con la forza? Non si ripete, amplificata e peggiorata, l’esperienza narrata da Furio Colombo? Per non dire poi di ciò che narra Joe Sacco in un libro fumetto, dove in una scuola gli israeliani, che si ritengono discendenti dei sopravvissuti, massacrarono in una scuola un’intera popolazione, dopo averla attirata con un altoparlante. Ma per essere liberi di pensare e di giudicare con la nostra testa dobbiamo forse fare come in Tunisia?

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here