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Cinquant’anni d’Europa

In occasione del cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli ha ospitato  un convegno dedicato all’Italia e al processo di integrazione. Il dibattito è ruotato prevalente intorno al ruolo degli Stati Uniti e al succedersi delle varie fasi della guerra fredda nella costruzione dell’Europa.

Rispetto alla storiografia che ha privilegiato un'ottica comunitaria, il convegno ha cercato di mettere in luce la dimensione nazionale del processo, non trascurando tuttavia l’analisi comparativa con gli altri paesi.

In particolare nel caso italiano sono state individuate due periodizzazioni di massima: dalla fine degli anni Quaranta e per tutto il decennio successivo l’Europa appare come una scelta volta a rafforzare il legame con gli Stati Uniti e pertanto i suoi elementi caratterizzanti risultano l’anticomunismo e l’atlantismo. Questa prospettiva,  già alla fine degli anni Quaranta, trova un ancoraggio forte nella scelta della Chiesa di rilanciare il progetto europeo,  recuperando il riferimento alla tradizione cristiana, attenuandone il carattere integralista, al fine di renderlo compatibile con la modernità. Questo consente da un lato di soddisfare una esigenza politica, ovvero l’ammissione del paese nel blocco atlantico, e dall’altro di non perdere una risorsa culturale originaria, ovvero il riferimento all’identità cristiana dell’Europa.

Negli anni Sessanta e Settanta l’interazione tra guerra fredda, europeismo e atlantismo assume un peso differente. L’Europa diventa progressivamente un soggetto con una sua identità non antiamericana ma “a-americana” e tendenzialmente terzaforzista. Tale nuovo assetto viene tuttavia controbilanciato dall’apertura della Comunità verso l’Europa Settentrionale. In tal senso l’ingresso della Gran Bretagna viene interpretato come uno strumento  per tenere la CEE allineata all’atlantismo e per fare  aumentare la credibilità della comunità come soggetto delle relazioni internazionali.

Negli anni Ottanta l’esigenza di riaffermare la prevalenza del legame atlantico, soprattutto nel campo della sicurezza e della difesa, diventa uno degli strumenti utilizzati  anche dall’Italia  per non rimanere schiacciata dal peso dell’asse franco-tedesco nel vecchio continente.  Nonostante queste premesse, dopo l’adesione allo SME il nostro paese subì comunque una  marginalizzazione nel contesto comunitario dovuta principalmente alla sottovalutazione degli sforzi necessari per l’adeguamento ai parametri richiesti, ovvero il risanamento del debito pubblico e le riforme istituzionali.

Da allora in poi l’Italia rinuncia alla volontà di leadership nel contesto comunitario e fa dell’Europa uno strumento utile per avviare il risanamento economico interno.

In questi anni dunque le scelte europee diventano sempre più cogenti. Man mano che si fa strada la consapevolezza che la coerenza dei comportamenti economici, oltreché il sostegno al rafforzamento politico-istituzionale della costruzione europea, avrebbe condizionato il peso politico dell’Italia in Europa, l’europeismo assume un carattere  “pragmatico” e si trasforma in un vero e proprio “vincolo esterno".

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