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De Gaulle

Cinquant’anni senza il Generale: perché non potevo non dirmi gollista

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Ho incontrato de Gaulle di persona solo due volte, negli anni più interessanti da me vissuti in Francia, tra il 1960 e il 1968. E furono due occasioni che – a ripensarci oggi, a mezzo secolo dalla scomparsa della “grande quercia” – mi appaiono del tutto straordinarie, tanto che il ricordo ancora mi emoziona. Una prima volta, ad un incontro con alcuni scrittori e giornalisti, fu grazie a Marie-France Garaud, un’ardente gollista ed una grande figura femminile, che purtroppo non ha oggi eredi politici, ma che sarà poi direttrice di una bella rivista di geopolitica, deputata europea, autrice tra l’altro di una profetica denuncia del Trattato di Maastricht – Pourquoi NON! –  e persino candidata alla presidenza della Repubblica, dopo la scomparsa di Pompidou.

Un’altra volta, fu all’ambasciata svedese. E in entrambe le occasioni ho potuto ascoltarlo a lungo ed osservarlo molto da vicino. Nonostante il suo aspetto sorprendentemente bonario, si avvertiva immediatamente di trovarsi di fronte ad una personalità superiore che soggiogava chi lo ascoltasse. Il che mi confermò nella fiducia e nell’ammirazione che già gli riservavo, fin dal 1958, quando mi ero convinto che egli considerasse ormai inesorabilmente giunta l’ora dell’indipendenza algerina. E la guerra d’Algeria era per me, e per molti della mia generazione, ciò che sarà la guerra del Vietnam per la generazione successiva: la grande guerra di liberazione nazionale che dava nutrimento e dignità al clima ideale di quegli anni.

Alla fine degli anni ‘50 de Gaulle era stato chiamato al potere per la seconda volta nella sua vita per tentare l’impresa assai ambiziosa di porre termine alla tragedia che, pur nella contrapposizione, accomunava Francia e Algeria. E ciò dopo ben 12 lunghi anni di emarginazione e di appena velato esilio interno: quella che egli chiamerà “la traversata del deserto”. Vi era stato chiamato da forze che speravano egli fosse in grado di reprimere l’insurrezione indipendentista, e che solo più tardi si accorsero di aver invece affidato il paese a un patriota che non condivideva le loro idee su ciò che era degno della Francia e nel suo interesse nazionale; ad un uomo, si noti, che non aveva mai preso impegni nel senso di proseguire la lotta agli indipendentisti.

A chi seguiva le questioni politiche francesi e che, come accadeva a me, le sentiva come proprie, non poteva infatti essere sfuggito il senso vero del cruciale e celebre discorso pronunciato il 4 giugno 1958 ad Algeri dal leader della France libre tornato al potere nell’ora più buia della Quarta Repubblica. Contrariamente alle speranze di molti ambienti militari e di destra, ad Algeri, di fronte ad una folla che voleva essere rassicurata sulla continuità del privilegio coloniale, egli garantì invece “una patria a coloro che potevano dubitare di averne una”, e sottolineò la necessità di “riconoscere la dignità a coloro i quali essa veniva contestata”.

Neanche con le sue prime quattro parole rivolte alla folla urlante – “je vous ai compris” – egli aveva preso alcun impegno a continuare nella repressione degli insorti algerini. Non soltanto, come qualcuno ha suggerito forse con intento banalizzante e dissacratorio, perché quella frase si può anche interpretare come “Ho capito! Basta urlare! Non sono sordo”. Ma soprattutto perché egli, immediatamente dopo aver ottenuto il silenzio, cominciò a elaborare i dettagli di un “rinnovamento” da attuarsi senza lacerazioni istituzionali, senza rottura nella continuità dello Stato francese, bensì nel quadro della nuova Costituzione della Cinquième République, che prevedeva una profonda trasformazione dell’Impero coloniale francese.

Sul Forum – la principale piazza di Algeri – il Generale si era trovato di fronte a una enorme folla di pieds noirs che urlavano “Algérie française!”. Il cui entusiasmo andò però rapidamente raffreddandosi man mano che egli pronunciava il suo breve, ma accuratamente preparato, discorso. Già alla seconda frase promise un “rinnovamento nella fraternità”, precisando che “in Algeria c’è una sola categoria di abitanti”. Poi ripeté per ben tre volte che il voto previsto entro tre mesi si “sarebbe svolto con un unico collegio”.

Punto importantissimo, questo. Perché ciò significava porre termine alla principale regola discriminatoria a danno della popolazione musulmana, per la quale, sino ad allora, era previsto un collegio elettorale che mandava all’Assemblée Nationale lo stesso numero di deputati eletto nel collegio dei non musulmani, anche se i primi erano nove volte più numerosi dei secondi. E subito dopo questo cruciale impegno, egli tese la mano agli insorti, definendoli come “quelli che, per disperazione, hanno creduto di dover condurre su questo suolo una lotta alla quale io riconosco di essere coraggiosa: “perché il coraggio non manca sulla terra d’Algeria!”. E concluse aprendo loro “le porte alla riconciliazione” con una Francia “grande e generosa”.

Chi era un po’ addentro al mondo politico francese poteva avere molte conferme dirette e indirette del fatto che non si trattava di promesse come quelle che si imputano ai marinai, e che sono ancora più frequenti tra i politici. Soprattutto, sapeva quale posse stato, già nel 1958, il dialogo tra de Gaulle e Paul Delouvrier, il grand commis della migliore tradizione francese che alla fine di quell’anno venne nominato, praticamente con pieni poteri, a rappresentare il governo di Parigi in Algeria.

Delouvrier era fortemente europeista ed anti-colonialista, e perciò su posizioni assai diverse da quelle attribuite a de Gaulle. Cosicché, quando questi gli offrì l’incarico ad Algeri, cercò delle scuse per non accettare, e in particolare mise avanti gli impegni che aveva preso con le nascenti istituzioni di Bruxelles. De Gaulle dapprima gli chiese chi fosse la persona cui egli doveva rispondere in sede comunitaria, anche se lo sapeva benissimo. E quando Delouvrier ne pronunciò il nome, disse con tono sprezzante: “Alors, voulez-vous que je téléphone à ce belge?”. Sicché, messo alle strette, Delouvrier fu costretto ad abbandonare ogni pretesto, e ad affermare esplicitamente e sinceramente che egli non credeva all’Algérie française e che la sua personale convinzione era che l’Algeria avrebbe dovuto essere resa indipendente. De Gaulle lo lasciò parlare; lasciò che esprimesse coraggiosamente tutto il suo dissenso con quelli che avevano portato il generale al potere. E quando Delouvrier concluse affermando che le proprie idee gli sembravano in contraddizione con l’incarico che gli veniva offerto, il Generale-Presidente lo guardò dritto in faccia come per significare: Écoutez-moi bien, Monsieur Delouvrier. E disse:Ce n’est pas contradictoire”.

In quelle parole c’era l’ammissione di quale fosse, già nel 1958, il vero disegno gollista per i “dipartimenti” nordafricani: la pace attraverso la concessione dell’indipendenza all’Algeria. E ciò mostrava come la Francia di de Gaulle fosse la mia Francia. La Francia che meritava il mio impegno politico, e di cui potevo andare fiero.

Non potevo insomma non dirmi gollista; e ciò, anche se c’era un’altra difficoltà da superare. La mia concezione dell’Europa non coincideva infatti con quella della stragrande maggioranza dei Francesi e con quello che tutti dicevano –  e credevano – essere l’europeismo dello stesso de Gaulle. Di questi, infatti, si criticava soprattutto l’idea della “Europa delle nazioni” e ancor più, ovviamente, il ruolo preminente – nella politica e nella storia – da lui attribuito allo Stato nazionale.  E ciò non era falso. De Gaulle ostentava infatti un grande scetticismo verso i fattori “altri” rispetto alle identità nazionali, in particolare nei confronti delle ideologie. Tanto è vero che egli, anche in incontri di Stato, si indirizzava ai Sovietici chiamandoli sistematicamente “Russi”. Ma era un vezzo più che altro; non gli poteva infatti sfuggire che anche questo suo dare tanta preminenza al fatto nazionale poteva esso stesso essere considerato un’ideologia…

Insomma, personalmente mi sentivo di dubitare del fatto che egli fosse veramente antieuropeista, o che la sua idea d’Europa fosse poi tanto diversa dalla mia, e da quella di tanti miei coetanei in quegli anni. Anche perché già allora era possibile, come è possibile oggi, dubitare del fatto che molti di coloro che si dichiaravano (e si dichiarano) europeisti meritino davvero tale nome; è possibile sospettare che non siano in realtà altro che pacifisti idealisti votati a distruggere l’idea nazionale, ritenendola la principale causa delle guerre; oppure che essi siano difensori delle minoranze, che giustamente vedono nel sentimento nazionale – specie se spinto all’eccesso, come troppo spesso capita – un eterno pericolo per i “diversi” e per i dissenzienti.  Personalità come Adenauer, Schuman e De Gasperi – che erano sensibilissimi a questo tema – non pensavano solo alle minoranze ebraiche, che in Francia avevano sofferto non meno che in Italia, ma anche e soprattutto ai Cattolici, storicamente vittime in Germania del Kulturkampf bismarkiano e guglielmino si stretta marca protestante, in Francia del laicismo che aveva trovato il suo culmine nella dura Legge di separazione tra Stato e Chiese del 1905, e in Italia, dove erano stati per decenni senza voce politica, un pò per l’ispirazione massonica che aveva caratterizzato il Risorgimento e ancor più per l’ingiustificato non expedit vaticano del 1874, che scomunicava ipso facto quei Cattolici che si fossero recati alle urne nel neonato Regno d’Italia.

E poi, altri presunti “europeisti” ancora erano in realtà semplici fautori di un’alleanza tra alcuni stati dell’Europa occidentale, schierati a fianco degli Usa nello scontro con l’Urss. Lo si vide chiaramente quando si cercò di creare, con la CED, la Comunità Europea di Difesa, un esercito europeo che in assenza di un’Europa politica non poteva essere che una formazione di truppe ausiliarie per gli Americani. E si poteva infine sin da allora dubitare dell’europeismo di tutti quelli che, molti anni più tardi, hanno spinto ad allargare sempre di più il numero e la varietà degli Stati membri, per fare dell’Ue un building bloc dell’ordine mondiale disegnato dagli Americani  sin dall’epoca di Bretton Woods, e poi concretatosi nella globalizzazione, anziché uno stumbling bloc, come era parso possibile già prima –  e non solo dopo – la creazione di una moneta (e di un’area monetaria) in grado di rivaleggiare, almeno per alcune funzioni, con il dollaro.

Tutti erano convinti che, quando parlava dell’Europa, de Gaulle intendesse qualcosa di assai diverso di quanto si stava creando coi Trattati di Roma. E che, secondo lui, l’Europa unita avrebbe dovuto andare dall’Atlantico agli Urali, come egli aveva detto in un discorso pronunciato a Strasburgo, il 23 novembre 1959. Ma va notato che egli non ha mai usato la formula apparentemente equivalente, che pure gli è stata attribuita, “da Brest a Vladivostok”, che avrebbe escluso le Isole Britanniche e incluso invece gli enormi territori della Russia asiatica, al di là degli Urali. Quando parlava dell’Europa delle Nazioni egli mi sembrava invece porre il problema di un equilibrio assai complesso e delicato che si sarebbe dovuto creare tra le nazioni all’interno di qualsiasi forma di unità europea, che altrimenti sarebbe stata a rischio o di fallire miseramente, o di degenerare in un tentativo imperiale. Una visione quasi profetica, ome è stato ben delineato, ancora di recente, da Wolfgang Streeck, un assai serio europeista tedesco, direttore emerito del Max Plank Institut di Colonia, nel suo Un empire européen en voie d’éclatement, Oppure si sarebbe dovuta violentemente scontrare già allora – come rischia di scontrarsi oggi – con la realtà di un mondo in cui si manifestano in modo innegabile vecchi e nuovi egemonismi.

Eppure sono stato sempre convinto dell’esistenza di un europeismo gollista assai diverso, e assai più serio e sofferto di quelli dei tanti europeisti retorici e ancora di più da quello della burocrazia di Bruxelles. Questa visione mi sembrava partire dall’inderogabilità del fatto nazionale e dalla convinzione che esso si sarebbe di nuovo manifestato una volta scomparse, o fortemente attenuate, le ragioni che avevano spinto i tre paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale a unirsi in una coalizione. Perché – chiaramente – neanche a de Gaulle sfuggiva il fatto che la Francia era una nazione vincitrice dalla seconda guerra mondiale solo da un punto di vista politico e diplomatico, ma non certo militare né economico; anche se quel capolavoro politico e diplomatico era stato proprio lui a renderlo realtà.

E che esistesse un europeismo gollista che osava spingersi assai lontano egli stesso alla fine lo confermò, quando – in televisione, davanti a milioni di spettatori – disse che l’unificazione europea era forse stata veramente possibile solo “pendant le court passage de Kennedy à la Maison Blanche. Una considerazione dalle molte implicazioni, e su cui riflettere per valutare non solo la straordinaria statura del personaggio, ma anche quale tragica stagione di grandi occasioni storiche siano stati gli anni sessanta: dapprima assassinate a Dallas da una mano rimasta sconosciuta, e poi travolte nel vociare inconcludente ed altrettanto ambiguo del “Maggio francese”.

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