Col dossier Ruby le elezioni si avvicinano ma non sono dietro l’angolo
17 Gennaio 2011
Da una parte l’inchiesta di Milano, dall’altra gli effetti del nuovo ciclone mediatico-giudiziario su governo e legislatura. Due facce della stessa medaglia attorno alla quale si sta avvitando il dibattito di queste ore. E domani, la giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio dovrà decidere se accogliere o respingere la richiesta di perquisizione domiciliare avanzata dai pm nei confronti del premier.
Difficile fare previsioni su ciò che sarà o potrebbe accadere nell’uno o nell’altro versante: le ripercussioni politiche della vicenda giudiziaria potrebbero essere quelle di un’accelerazione verso le elezioni, oppure come fa osservare un autorevole esponente pidiellino “se si comprende bene l’effetto vero della questione, lavorare finalmente al riequilibrio tra poteri dello Stato e risolvere una volta per tutte l’anomalia italiana”. Almeno in questa fase, la linea prevalente tra le forze politiche chiama alla prudenza. Il motivo di fondo è solo uno: nessuno adesso vuole le elezioni e tutti sanno che rintuzzare la miccia accesa dai pm milanesi e usarla come una clava contro il premier significherebbe accelerare la corsa verso le urne. Bisognerà attendere gli esiti delle indagini per capirne di più, anche se c’è chi nel centrodestra ritiene che pure il ciclone Ruby non produrrà scossoni devastanti per il governo, esattamente come è già stato coi casi Noemi e D’Addario, nonostante il polverone mediatico che per mesi ha impazzato sui giornali, nei talk televisivi, le inchieste giudiziarie e i primi segnali premonitori della ‘strambata’ finiana.
Non c’è dubbio, però, che in queste ore nei palazzi della politica ci si interroghi se e come il caso Ruby avrà conseguenze sul governo e se il Cav. riuscirà, ancora una volta, a tenere dritta la barra e andare avanti. E ancora se, proprio ora, l’allargamento della base parlamentare potrà subire un rallentamento o essere messo in predicato, in attesa di sapere che piega prenderà la vicenda giudiziaria. Per ora, al netto della speculazione politica del giustizialismo dipietrista e di quella demagogico-moralista di Bersani&Co., le posizioni sono più che altro orientate verso un attendista “stiamo a vedere…”, specie dalle parti del terzo polo.
Il Pdl fa quadrato e punta l’indice contro l’ingerenza di certa magistratura nella vita privata delle persone, come evidenzia Cicchitto che parla di “blitz militare più che di blitz giudiziario” dal momento che “chiunque sia stato ad Arcore è stato schedato, seguito, intercettato. E’ in corso un’operazione che ha caratteri fortissimi di destabilizzazione e mette a repentaglio la libertà di tutti”. Al punto che per il presidente dei deputati Pdl in ballo non c’è solo il privato del premier ma “libertà elementari che riguardano ognuno di noi. A questo punto in Italia si apre una questione di libertà”. Insomma il vero obiettivo è “sputtanare” il capo del governo, rimarca Gaetano Quagliariello convinto del fatto che “siamo arrivati al perfezionamento di un metodo che prevede che le carte non escano più dalle procura ma direttamente dal Parlamento. E da domani c’è da scommetterci, saranno sui giornali”.
Previsione confermata dai fatti: ieri sulle agenzie si è riproposto lo stillicidio di pezzi di dichiarazioni, interrogatori, intercettazioni telefoniche racchiuse nella richiesta dei pm milanesi al Parlamento. Più che il processo o la sentenza – è il ragionamento del vicepresidente dei senatori Pdl – qui sembra che l’interesse prevalente sia quello di produrre “un’abbondante documentazione, molto spesso frugando tra le intercettazioni telefoniche, per poter ‘sputtanare’ a mezzo stampa una persona sulla sua vita privata. E con le indagini preliminari si punta a sortire un effetto politico”.
Anche nei ranghi terzo polisti la linea generale è improntata alla cautela. E l’uscita di Giuseppe Consolo, finiano che siede nella Giunta per le autorizzazioni a procedere e ha letto le trecento e passa pagine firmate dai pm milanesi, secondo il quale “potevano non sussistere gli estremi per un giudizio immediato” non è passata inosservata nelle file della maggioranza. Tanto che uno degli uomini più vicini al Cav. si spinge a dire che “a questo punto, forse si potrebbe finalmente aprire uno spiraglio verso un riequilibrio del rapporto tra giustizia e politica”. Non solo: le parole di Consolo fanno intendere che mercoledì quando la giunta di Montecitorio dovrà votare sulla richiesta della procura di perquisizione domiciliare nei confronti del premier, l’esito finale potrebbe essere quello di un ‘no’. Al momento la maggioranza ha dalla sua uno scarto di due voti ai quali, probabilmente, potrebbe aggiungersi anche quello futurista. Se la richiesta sarà respinta, l’iter e i tempi dell’inchiesta dovranno seguire la via ordinaria. A questo si aggiunge il fatto che Berlusconi potrebbe decidere di non comparire davanti ai pm nei prossimi giorni, invocando il legittimo impedimento.
Ma torniamo al quadro politico. Al di là della ‘lezione’ di Gianfranco Fini nel talk tv di Fazio (“Berlusconi vada a chiarire dai magistrati e ponga fine a questa telenovela”), neppure Casini – vero timoniere della nave che sta salpando e sulla quale oltre al presidente della Camera sono saliti pure Rutelli e Lombardo – non sembra intenzionato a calcare troppo la mano sul dossier Ruby. Certo, per Fini si tratta dell’occasione giusta al momento giusto per riconquistare qualche metro di quel terreno (politico) perso con la mozione di sfiducia e “l’editto” di Bastia Umbra e rimettersi in luce, ma il leader Udc almeno in questa fase non ha interesse ad affondare il coltello nel fianco del Cav. Anche perché c’è un dato che mette tutti d’accordo: nessuno vuole le elezioni ora, né Berlusconi, tantomeno i centristi-terzopolisti o Bersani. Dunque, “sfruttare” politicamente l’inchiesta che coinvolge il premier potrebbe rivelarsi un boomerang, sia per il fatto che ancora siamo nella fase delle indagini preliminari, sia perché battendo troppo il tasto delle dimissioni si rischia di accelerare la via verso le urne.
La prudenza sembra aver ‘contagiato’ addirittura la Lega che non intona più ogni due per tre il refrain “al voto, al voto”. Bossi ha difeso la linea leghista limitandosi a dire che “se si fosse già votato a quest’ora avremmo già vinto”, ma subito dopo non solo ha confermato il sostegno al governo ma ha lanciato un assist al Cav. sostenendo che più i magistrati fanno così, “più queste vicende fanno guadagnare consensi a Berlusconi”. In sostanza, anche per il Carroccio in questa fase è più conveniente stare a guardare che piega prende la situazione e intanto passare all’incasso del secondo decreto attuativo del federalismo, ultimo tassello della riforma fiscale in senso federalista. Poi, è chiaro, molto dipenderà dagli esiti delle indagini e dalla “controffensiva” del Cav. Il sospetto che una volta portata a casa l’attuazione del federalismo, il Carroccio possa decidere di staccare la spina c’è, specie tra i centristi che per questo ieri non sembravano disposti a far passare così facilmente la pratica federalista.
Ma al di là dei sospetti, al momento nei palazzi della politica non sembra tirare aria di elezioni. Certo, il clima che si respira tra Montecitorio e Palazzo Madama è di generale incertezza anche se il segnale del “si va avanti” arriva proprio in queste ore anche dal gruppo dei ‘responsabili’ (la terza gamba della maggioranza) che giovedì si costituirà ufficialmente alla Camera e la settimana prossima al Senato. E che la vicenda giudiziaria del Cav. non sembri destinata a turbare il sostegno di chi ha scelto di aderire al nuovo rassemblement parlamentare lo si capisce dalla dichiarazione della ex finiana Maria Grazia Siliquini quando dice che il dossier Ruby, non cambierà le sue convinzioni che “prescindono dalle vicende che possono aver riguardato a luglio Gianfranco Fini, come ora riguardano Silvio Berlusconi”.
Tra i rumors di Palazzo non mancano poi quelli che provando a dipingere gli scenari più negativi sulla piega che potrebbe prendere l’inchiesta, si spingono a ipotizzare le dimissioni del Cav. Una mossa per salvare la legislatura, magari incassare il sostegno di Casini ed evitare il ricorso anticipato alle urne. Ipotesi che darebbero in pole position due opzioni: quella di Tremonti supportato da Bossi o quella di Alfano, entrambi “benedetti” dal Cav. Ma chi conosce bene Berlusconi non esita a definirle “assurde e irrealistiche” e il ragionamento suona così: il premier ha affrontato sedici anni di inchieste, processi, perquisizioni, accertamenti e non sarà certo il caso Ruby a metterlo al tappeto eppoi “non possono essere alcuni magistrati a determinare il cambiamento”.
Le prossime quarantotto ore diranno di più sul destino della legislatura.
