Col voto in vista la sinistra condanna Alitalia alla rovina

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Col voto in vista la sinistra condanna Alitalia alla rovina

04 Febbraio 2008

Quella che fu la compagnia di
bandiera del Belpaese non è ancora un cadavere in putrefazione, ma i segni di
vita sono sempre più flebili. E la cancrena avanza. Così, gli avvoltoi di una
campagna elettorale che si annuncia avvelenata svolazzano – con giri
concentrici  ravvicinati – intorno
all’Alitalia, pregustando il loro immondo (e, nel nostro caso, irresponsabile)
banchetto.

Con le elezioni in vista, il sistema politico-sindacale – che già si
era mostrato assai restio a decidere – 
lascia chiaramente intendere che la via della “moratoria” sarebbe
preferibile. E’ successo, infatti, il finimondo quando il management della
compagnia si è azzardato a compiere un atto concludente (e coerente con
l’orientamento assunto dal CdA e dal Governo) avviando una riduzione del numero
dei voli su Malpensa. Dalle forze del centro destra vengono (comprensibili)
proteste nei confronti della politica romana (per giunta dimissionaria). I
sindacati – che hanno sempre fatto il tifo per il progetto Air One – hanno
chiesto una pausa di riflessione (come se non si fosse già riflettuto anche
troppo). Ma anche il Governo non si è mostrato troppo sicuro nelle sue
convinzioni. In fondo, i partiti del centro sinistra hanno intenzione di
recuperare il consenso perduto nel profondo Nord.

“Fermate il mondo ! Voglio
scendere”. E’ questa la pretesa della nostra classe politica nei confronti del
tormentone-Alitalia. C’è la crisi di governo, ci saranno le elezioni. Perché –
si chiedono i politici – dobbiamo prendere una decisione che comunque
scontenterà qualcuno? Eppure, vanno a parlare nei talk show televisivi di “democrazia
governante”, da realizzare (una linea di condotta in cui si distinguono
particolarmente gli esponenti del Pd) con riforme istituzionali molto
impegnative.

Per affrontare il caso Alitalia non servono radicali cambiamenti.
Sarebbe sufficiente riconoscere ed accettare che il vertice di un’impresa,
ancorché a capitale pubblico, sia legittimato a prendere le decisioni che a suo
avviso corrispondono agli interessi della comunità aziendale e alle sue
prospettive. Gli amministratori non dovrebbero essere solo dei passacarte dei
politici di turno, pronti “ad obbedir tacendo” anche quando questi ultimi si
sottraggono alle loro responsabilità. La tragedia dell’Alitalia dipende anche
dal succedersi di management, profumatamente remunerati, ma sempre pronti a
giocare a rimpiattino con la classe politica e ad assecondarne la vocazione
allo status quo. Il CdA ha assunto un
orientamento preciso a proposito dei due progetti di acquisizione, rimasti sul
tavolo dopo un indecoroso  e logorante “tira
e molla” durato purtroppo per anni. Il Governo (sia come azionista sia nelle
sue funzioni di coordinamento della politica nazionale) ha condiviso anch’esso
la scelta del piano Air France. Perché allora il management non deve sentirsi
autorizzato a portare a termine nel migliore dei modi la trattativa?

Certo,
dovranno essere presi in considerazione anche i legittimi interessi destinati a
ricevere un danno dall’operazione: quelli dei lavoratori necessariamente in
esubero e quelli di un aeroporto come Malpensa che deve poter avere il tempo e
il modo di riposizionarsi su di una diversa vocazione, anche al di fuori
dell’ambito Alitalia. Non ha senso che una struttura moderna, come quella di
Malpensa, incardinata al centro di una delle aree più sviluppate, ricche e
produttive del mondo debba immaginare il proprio futuro a ridosso di un
carrozzone assistito come Alitalia. E’ bene che la politica faccia un passo
indietro. Non ha senso, inoltre, che una delicata questione economica e
finanziaria  sia finita davanti al Tar e
ai tribunali civili. La condizione della compagnia è talmente grave da non
consentire dilazioni. Per tirare avanti ancora qualche mese in questa
situazione di agonia, occorrono circa 700 milioni di euro che Alitalia non ha e
che non può reperire da nessuna parte. Nemmeno battendo cassa da Pantalone, dal
momento che le regole europee – per fortuna – sono molto severe con gli aiuti
di Stato.