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Colombati, vittima di talento della critica di regime

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Le accuse di immoralità alle opere letterarie sembravano già fuori luogo ai tempi del celebre processo che Flaubert si trovò a subire per Madame Bovary. Un caso molto recente e italianissimo in realtà ci mostra il contrario. Solo che il delitto, ora, è la mancata ottemperanza ai dogmi del politicamente corretto (e in parte, anche solo il sospetto di appartenere alla parte politica sbagliata). Pietra dello scandalo, l’ultimo romanzo di Leonardo Colombati, Rio (edito da Rizzoli).

La storia di un ragazzo romano, figlio di palazzinaro, trascinato nel turbine della Londra danarosa e debosciata degli anni Novanta, affascinato da Filippo Runberg, scrittore  di successo vanesio e amorale, e da Mr Muss, il boss ebreo americano a capo della sua azienda. Miserie morali senza fine: il narratore e protagonista è un immaturo che detesta il padre, furbastro sessuomane, per poi somigliargli in tutto e per tutto, ma con l’aggravante di non riuscire mai darsi mai torto; si finge aspirante scrittore con Runberg, viene promosso in azienda soltanto perché conosce la ricetta dell’amatriciana. E’ un mondo tanto beffardo quanto assolutamente realistico, quello di Colombati, squallido ma divertente come le commedie all’italiana d’antan. Ma quando il mondo dei trimalcioni in cui il nostro narratore viene trascinato suo malgrado comincia a prendere una piega pauperista, quando al gradevole lusso pacchiano cominciano a sostituirsi i vezzi assai meno allegri del biologico equosolidale e l’ossessione dell’emergenza democratica, ecco che il narratore dichiara la sua simpatia per Berlusconi (con una scena di marpionismo indimenticabile).

Ora, quest’ultima non apparsa ai più un’adeguata conclusione di un ritratto comico spietato di una certa società capalbiese. Dimenticando quel concetto base secondo il quale un personaggio non è sovrapponibile all’autore, recensori di quotidiani e attenti lettori del sito di Giulio Mozzi www.vibrissebollettino.net si sono prodotti in accuse personali a Colombati, diventato improvvisamente un “ricchista”, un furbetto raccomandato, una autore di regime soltanto perché oggetto di lodi (forse anche sperticate, ma del tutto legittime) di d’Orrico sul Magazine del Corriere della Sera. Il post “schizzi di fango”, in cui Colombati ha prodotto un dettagliato excursus delle accuse eccellenti ricevute ci ha mostrato come alcuni vizi persistenti tra i lettori e i critici italiani abbiano purtroppo ancora un gran peso sulla formazione del gusto e sulla formulazione dei giudizi. Più che mai soffocante, il mito dell’autore engagé: ovvero, colui che crea un mondo a immagine e somiglianza dei suoi giudizi morali, invece di riprodurlo per quello che è. Ma forse il problema più grande è che Colombati - il cui colore politico non ci interessa - ha scelto di ribellarsi all’estetica del piagnisteo che va per la maggiore nelle arti italiane contemporanee. Lo “sfigatismo”, così lo si definisce nel pezzo che d’Orrico gli ha dedicato, è ormai un canone estetico imprescindibile. I registri del tragico e del comico si annacquano in una medietà obbligata, in cui il ripiegamento su se stessi è inevitabile.

Il vecchio pregiudizio contro la commedia, genere definito dai più “basso” quando invece è cosa serissima, continua ancora a fare vittime. Non si pensa mai abbastanza a quanto il riso presupponga un trionfo intellettuale sulla realtà osservata e ricostruita sotto forma di letteratura. La commedia è preziosa perché fa l’impossibile: riesce a suscitare nel lettore simpatia anche per i vili come il narratore di Rio. Troppo, per i nostri soloni a tempo pieno.

 

 

 

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