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Riforma Brunetta

Colpire i sindacati per ridurre la spesa pubblica

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Renato Brunetta prosegue nella sua sacrosanta battaglia mettendo a punto, strada facendo, la strategia. Se all’inizio il ministro faceva leva soprattutto sugli aspetti più comunicativi del problema (‘licenziare i fannulloni’, costringere i dirigenti a fare il loro mestiere e quant’altro), col trascorrere delle settimane ha preso il sopravvento il profilo concreto (normativo vero e proprio) della riforma. Quanti credevano che il ministro si sarebbe limitato ad enunciare dei buoni propositi e basta, ha dovuto ricredersi. Ben presto, dopo l’operazione trasparenza, sono arrivate corpose iniziative legislative che, essendo inserite nella manovra estiva, non solo godono dell’appoggio dell’intera compagine governativa e della maggioranza, ma costituiscono l’altra faccia dell’operazione varata da Tremonti, nel senso che il taglio annunciato e previsto alla spesa corrente, nel prossimo triennio, si realizzerà, in gran parte, proprio mediante le misure volute da Brunetta. 

Il ministro ha potuto andare avanti, praticamente indisturbato, non solo per il favore che incontrano le sue proposte nell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto per la velocità con cui ha agito, prendendo di sorpresa avversari lenti a muoversi e che non si aspettano di imbattersi in interlocutori coraggiosi pronti a fare quello che dicono. I leader sindacali, d’abitudine, agiscono in modo contrario (non fanno mai quello che annunciano) e si aspettano che tutti si comportino al pari di loro. Brunetta invece è stato di parola. Ma con le sue iniziative – specie da quando si è reso conto che non cambierà mai nulla se non si spezza lo strapotere sindacale e non si rivede la costituzione materiale improntata sul consociativismo – il ministro ha calpestato un nido di vipere velenose che non tarderanno a rivoltarsi contro. Con l’ultima mossa, però, Brunetta ha svelato il vero volto del sindacalismo nella pubblica amministrazione, una volta gettata la maschera della dichiarata disponibilità al cambiamento, a fronte di un’effettiva e disperata difesa dello status quo. 

Non che i problemi esistano solo nel settore pubblico. Lì si presentano nella loro espressione esagerata fino al paradosso. Ormai, nello svolgimento dell’attività sindacale è praticamente scomparsa ogni forma di volontariato (sopravvive al massimo in qualche lega sperduta di pensionati). Centinaia di migliaia di persone (dirigenti, funzionari e attivisti) esercitano la loro professione totalmente a carico dei datori di lavoro (ovviamente, nel caso dei pubblici dipendenti, a carico di noi tutti). Il lavoro sindacale si svolge durante il normale orario o si avvale di permessi retribuiti. Ciò vale per le assemblee (10 ore all’anno), per le riunioni degli organi dirigenti (8 ore al mese) senza limiti di numero e di incarichi, per lo svolgimento dei compiti delle rappresentanze aziendali (oltre ai limiti di legge si contrattano in azienda appositi monte-ore). Se poi il dipendente “fa carriera” nella sua organizzazione e ne diventa un dirigente a tempo pieno, può usufruire di altri due istituti: il distacco e l’aspettativa sindacale. Nel primo caso (si tratta di una prerogativa tipica del pubblico impiego ma non estranea alle grandi imprese private) il dipendente continua ad essere pagato dell’Amministrazione (percepisce persino i premi di produttività) ma lavora per il sindacato. Sono ben 3.007 di “distaccati” (uno ogni 1.164 travet) per un onere  annuo (inclusivo di Irap ed oneri sociali) pari ad oltre 116 milioni di euro. Ad essi vanno aggiunte 420mila ore di permessi retribuiti per un costo di 9,2 milioni di euro. Nel secondo caso (generalmente diffuso nel mondo privato), per il dipendente in aspettativa il sindacato non versa la contribuzione sociale, che è considerata figurativa e quindi a carico di noi tutti. I sindacalisti sono i soli ad aver conservato tale privilegio, che una volta era riservato anche ai componenti delle assemblee elettive. 

Fin qui, dunque, i costi. Si tenga conto che questi “diritti” devono essere moltiplicati per il numero di sindacati considerati rappresentativi, perché firmatari dei contratti collettivi. Si spiega, così, il proliferare di sigle sindacali nei settori del pubblico impiego e dei servizi: conquistare un “posto a tavola” (dove si stipulano i contratti) significa poi aver accesso al “tesoretto” della nullafacenza (per dirla con Pietro Ichino) a favore di centinaia di attivisti. Ma come funzionano i rapporti economici tra i sindacati e i loro iscritti? 

A parte il ricorso alle quote di servizio, una forma di finanziamento destinata alle federazioni di categoria, connessa alla distribuzione - ad opera delle aziende per conto dei sindacati - del testo del nuovo contratto, l’adesione si concretizza con la sottoscrizione della delega (di durata permanente salvo revoca) con la quale il lavoratore autorizza il proprio datore ad effettuare la ritenuta sulla busta paga del contributo associativo. Le somme così raccolte sono versate, a cura dell’azienda, nel conto corrente delle organizzazioni sindacali territoriali (solo i pensionati e il personale della scuola hanno un sistema di riscossione centralizzato). Quest’obbligo derivava da una norma dello Statuto dei lavoratori, poi abrogata da un referendum del 1995. Così, tutto il sistema di esazione e versamento dei contributi associativi (che è effettivamente un costo amministrativo per le imprese) si basa adesso su vincoli unicamente di natura contrattuale, che hanno perduto il loro fondamento legislativo e che potrebbero essere legittimamente disdetti. E’ difficile sapere quanto sia il gettito delle deleghe (il prelievo è solitamente pari all’1% dello stipendio mensile), anche perché non esistono bilanci consolidati delle confederazioni, in quanto ogni istanza predispone il suo. 

 La signora Thatcher non ebbe bisogno di leggi speciali per piegare uno dei sindacati più potenti e conservatori del mondo. Fu sufficiente stabilire alcune regole tese a sottoporre a referendum dei lavoratori le clausole - di lunga tradizione - che rendevano obbligatoria l’iscrizione al sindacato. Attaccate nella borsa le Trade Unions (la confederazione inglese) non riuscirono più a riprendersi.

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9 COMMENTS

  1. i sindacalisti devono poter
    i sindacalisti devono poter svolgere attivita’ sindacale dopo il normale orario di lavoro.

  2. Se salta la rappresentanza
    Se salta la rappresentanza salta il mondo del lavoro Con la famelica attesa di soggiogare il mondo del lavoro e farne merce umana ecco che si sventola la bandiera della “casta” tanto in voga oggi, dei fannulloni, dei privilegi e di altre nefandezze ed attacchi gratuiti al capro espiatorio di turno. La verità in Italia è che siamo in uno stadio avanzato di guerra intertribale dove la tribu’ dei potentati economici, dotata dei più sofisticati armamenti e con il favore di questo governo indegno di un paese civile, muove le truppe contro la tribu’ dei lavoratori che ancora osa insolentire con pietre e frecce i loro rispettabili deretani con queste assurde pretese. Le assurde pretese sono i rinnovi contrattuali slittati di quasi un anno e mezzo (CCNL del Commercio), la sicurezza sui luoghi di lavoro, una legislazione che si faccia meno garante del Mondo degli affari e piu’ garante di chi presta le braccia per creare ricchezza. Sono un Rappresentante sindacale aziendale sto adesso tornando dall’unità di medicina del lavoro della mia città e dal medico competente della mia azienda, sono stato informato che a causa di un guasto al condizionatore della mia azienda che mi ha provocato una forte irritazione della zona ascellare potrei essere collocato, se mi lamento, fuori turno e senza retribuzione perchè non sono idoneo a lavorare con quel caldo infernale. E questa per lor signori è una cosa normale? Allora prendiamo Ichino, Brunetta e mandiamoli a lavorare sul serio dove io non sono idoneo a lavorare! Gli sprechi ed i privilegi ci sono in tutte le realtà! Non è giusto però che si debba sempre e comunque sacrificare l’interesse del lavoratore a vantaggio dell’impresa che “produce” ricchezza fregando lo Stato, e quindi noi contribuenti, quando deve assumere un lavoratore apprendista, per il quale viene a percepire incentivi economici non trascurabili, e poi lo utilizza per le stesse mansioni di un lavoratore qualificato pagandolo di meno, non è giusto che le aziende continuino a strepitare di essere in crisi e chiedere al governo di abbassare le tasse quando subappaltano il lavoro ai cinesi che tanto non si lamentano di nulla oppure si addormentano con una camicia che costava diecimila lire per svegliarsi con la stessa camicia che vendono a 15 euro. Eurolandia dei banchieri ed il colosso del governo corrotto dal mondo affaristico, con le sue leggi inique, sono i Leviatani da abbattere ed ai quali bisogna tagliare i viveri, non il sindacato. Il sindacato fa si che in questo Paese balordo, governato da un’olocrazia di scimpanzè ottuagenari, ci sia di che scendere in piazza e di che indignarsi di tanto in tanto. Non è il massimo che si possa ottenere ma ci consente di illuderci, ogni tanto, di avere un barlume di orgoglio e dignità e di non soffocare in quella grande pozza di letame a cui diedero nome di Repubblica Italiana nella quale siamo immersi fino alla gola.

  3. Perchè i lavoratori non
    Perchè i lavoratori non possono contrattare direttamente con il datore di lavoro? Anche nella legislatura italiana esiste l’istituto del contratto privato! A che servono i sindacati?

  4. Tutte queste organizzazioni
    Tutte queste organizzazioni sindacali, con privilegi inaccettabili e ingiustificabii, costi enormi a carico del contribuente…con quale risultato? Gli stipendi più bassi d’ Europa, il minor numero di donne occupate, la mancanza di ammortizzatori sociali generalizzati. E questo solo per dirne alcune!

  5. “rialzatevi lavoratori!!”
    Purtroppo vivo la realtà statale circondata da una schiera di colleghi che ignorano o vogliono ignorare le norme contenute nei contratti collettivi e subiscono passivamente le decisioni dei sindacati cui si rivolgono per avanzare pretese insulse verso l’Amministrazione, contribuendo ad aumentare il “potere” contrattuale di talune persone che nella vita lavorativa fanno il “bello e cattivo tempo”. Se i lavoratori si rivolgessero all’amministrazione per le vie formali, (una legge come la 241/90 è una vera garanzia e un’arma contro l’amministrazione ma ben pochi “lo sanno”..) senza dover “pagare” con la quota associativa i sindacati come un intermediario qualunque, già sarebbe un passo avanti. Se i lavoratori aprissero il contratto e se lo studiassero vedrebbero che taluni diritti già ce li hanno oltre ai “doveri” da rispettare. Se l’amministrazione, dirigenti e non, fosse meno “asservita” a questi sindacati che rovinano il servizio pubblico, e l’esistenza di persone come me che si rifiutano di alimentare questo degrado di clientelismo e ricatti. Se si limitassero i privilegi di questa gente (la ferrea legge dell’oligarchia di Michels ….) che non ha mai lavorato in vita sua. Se ogni passo dell’amministrazione, anche quelli che la legge non prevede, non fosse sottoposto al “gran giudizio” dei sindacati che per difendere i loro interessi (non quelli dei lavoratori) non fanno altro che limitare e intralciare qualsiasi miglioramento e innovazione. Se l’amministrazione, classe dirigente, tirasse fuori un pò di coraggio e di pugno duro… forse forse anche i lavoratori si renderebbero conto che questi sindacati non sono poi così determinanti e inizierebbero a non pagarli più, i costi inutili si ridurrebbero e queste brave persone si ritroverebbero “dall’altra parte della barricata” a lavorare!

  6. ministro Bunetta
    Ho accolto favorevolmente le dichiarazione del prof. Brunetta,spero che possa riuscire nel suo intento, la necessità di rompere un consociativismo radicato a livello sindacale molto ne pubblico meno nel privato,
    possa comportare un abbattimento dei costi.

  7. Sindacati e ministro Brunetta
    In alto i cuori e lode al ministro Brunetta! Era ora che qualcuno trovasse il coraggio di porre un altolà ai prosseneti di stato, parassiti di amministrazioni pubbliche e private, protettori di corporazioni e profeti degli sperperi. I sindacati sono istituzioni obsolete che dovrebbero essere citati ormai soltanto nei libri di storia piuttosto ché godere ancora del potere di ricattare il Paese imbavagliandone ogni spunto dinamico e che dovrebbero essere sostituiti da tribunali del lavoro i quali avessero, codici alla mano, il potere e il compito di dirimere le cause che sorgessero tra aziende e dipendenti. Grazie, caro Ministro, vada avanti, La prego.

  8. colpire i sindacati
    Sembra che la causa dei problemi dell’Italia siano i sindacati. Senza dubbio alcune responsabilità le hanno, visto che fanno accordi con i governi.
    Sono d’accordo quando si dice che ci sono costi aziendali alti per permessi, un tempo fare sindacato era volontariato, oggi è diventata praticamente una professione.
    Anche fare politica era volontariato e c’era il gettone di presenza.
    Sindaci,assessori comunali,provinciali,regionali, (non so all’origine i deputati e senatori, per cui non mi pronuncio su questi).
    C’era un rimborso spese e la copertura delle giornate lavorative, tutto legittimo, ma il resto del tempo era volontario.
    Questo modus operandi portava che chi faceva politica o sindacato, credeva in quello che faceva, e non era spinto dal denaro o interessi prettamente privati (in linea di principio).
    Pertanto va bene criticare il sindacato che usa ore di permessi pagati dallo Stato o dalle aziende, ma la stessa critica va fatta nel mondo della politica e dell’amministrazione pubblica.

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