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Nuove tecnologie per un'arma subdola

Come contrastare gli ordigni esplosivi improvvisati?

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Gian Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis, i nostri due ultimi Caduti in Afghanistan, sono rimasti vittime di quella “rivoluzione dell’artiglieria” rappresentata dagli ordigni esplosivi improvvisati. Ieri “artiglieria” significava far viaggiare nell’aria un proiettile per colpire un obiettivo lontano che stava fermo, mentre oggi l’obiettivo si muove e il proiettile sta lì ad aspettarlo, per scoppiare quando gli passerà vicino. Solo la tragica conclusione è sempre la stessa: vite umane che vanno all’altro mondo.

In termini tecnici questi subdoli proiettili dormienti vengono chiamati “improvised explosive devices”, vengono costruiti artigianalmente, sono composti da una quantità variabile di esplosivo, da materiale contundente inerte di varia natura, da un innesco e da un detonatore. In questo campo non esiste standardizzazione: gli IEDs sono migliaia e migliaia ma non ce ne sono due uguali: possono essere assemblati, mascherati e utilizzati nei modi più vari, comandati per mezzo di cavi elettrici, da raggi infrarossi, da impulsi radio o attivati inconsapevolmente dalle stesse vittime. Sono facili da costruire e da occultare, possono assumere la forma di una roccia, di un pallone da calcio o di una vecchia lavatrice e costano poco, ma gli effetti di questi nuovi “sistemi d’arma” sono devastanti da tutti i punti di vista: tattico, operativo, strategico, mediatico.

Si tratta anche di un’arma psicologica, visto che chi va in pattuglia sa perfettamente che potrebbe saltare in aria da un momento all’altro, e il conseguente logorìo psicologico diventa talvolta insostenibile. Ecco perché gli IEDs sono diventati gli strumenti principali nelle mani dei terroristi che se ne servono nelle guerre asimmetriche. E’ anche vero che quegli ordigni non sono nati oggi ma, al contrario, sono stati impiegati dai “resistenti” anche nel secondo conflitto mondiale, ma in misura molto limitata, visto che gli insorti di allora non controllavano estesamente il territorio e non godevano della libertà di movimento di cui oggi la guerriglia dispone in Afghanistan. Laggiù più di 2.000 soldati della Coalizione hanno perso la vita dal 2003 ad oggi, la maggior parte dei quali proprio a causa di quegli ordigni.

Per contrastare tale fenomeno, ogni paese e ogni organizzazione internazionale fa qualcosa. Il Regno Unito, ad esempio, cerca di mettere in pratica le proprie esperienze acquisite in Irlanda del Nord. L’Italia da parte sua sta istituendo un proprio “centro di eccellenza” presso la Scuola del Genio a Roma, dove anche l’Unione Europea (per mezzo della propria Agenzia Europea di Difesa) condurrà corsi di specializzazione in favore di personale proveniente dai paesi dell’UE. Il tutto a suon di pubblicazioni, acronimi, definizioni, classificazioni, consiglieri legali, cavilli giuridici, regole d’ingaggio, moduli standardizzati, registri, rapporti di fine attività. In una sola parola: burocrazia. Cosa che, forse, nelle guerre asimmetriche non è la carta vincente.

La NATO ha elaborato una strategia contro gli IED basata su quattro pilastri: riempire il vuoto dottrinale in merito allo specifico argomento mediante la stesura di apposite pubblicazioni, combattere il sistema-IED nel suo complesso con la prevenzione e l’intelligence, sconfiggere l’ordigno neutralizzandolo o distruggendolo e incentivare l’addestramento del personale. Ottime intenzioni che però hanno il loro limite nell’intelligence, che in ambito Alleanza Atlantica resta una competenza nazionale che i paesi membri sono riluttanti a condividere.

Anche gli USA procedono per conto proprio, ma con un approccio ben diverso dalla burocrazia europea. La parola d’ordine è “impariamo a pensare come gli insorti”. Si tratta di una interessante iniziativa che intende basarsi innanzitutto sulla mente umana, che è ben superiore a qualsiasi contromisura tradizionale anti-IED come i carri sminatori o i disturbatori di frequenze radio. I soldati americani, in base a questa nuova procedura, vengono addestrati a pensare come gli insorti e ad analizzare il terreno come fanno i terroristi. Così facendo, gli ordigni vengono scoperti in quantità maggiore e il numero di morti e feriti cala sensibilmente. L’addestramento viene condotto presso un “centro di eccellenza” dalle capacità e disponibilità assai superiori rispetto a qualsiasi altro paese alleato, presso il JIEDDO, Joint IED Defeat Organization, mediante simulatori molto realistici costruiti senza badare a spese e ricorrendo anche ad hollywoodiani effetti speciali. Il marchingegno è denominato MCIT, Mobile Counter-IED Interactive Trainer ed è stato realizzato dall’ICT, Institute for Creative Technology dell’Università della Southern California. Attualmente tre apparecchiature MCIT sono state installate rispettivamente a Fort Campbell, Kentucky, a Camp Pendleton, California e a Camp Shelby, Mississippi, al costo di 1,8 milioni di dollari l’uno. La simulazione dura circa un’ora e il sistema è in grado di addestrare un centinaio di soldati al giorno, in maniera molto realistica. Passando attraverso le quattro componenti del simulatore, i soldati si immedesimano nei panni degli insorti, giocano a parti contrapposte e acquisiscono esperienze fondamentali. Indubbiamente il sistema americano, col suo approccio realistico e concreto, risulta molto più efficace rispetto alle dispersive, cervellotiche e burocratiche procedure europee, siano esse adottate da singoli paesi o da organizzazioni internazionali come NATO e UE.

Riusciranno tutte queste misure e contromisure a sconfiggere gli IED? Sarà un’impresa molto difficile, visto che gli insorgenti hanno l’iniziativa, e non solo quella tattica. Loro agiscono e noi ci limitiamo a reagire. E poi l’insorgente è in grado di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, mentre noi facciamo l’esatto contrario. Tanto per rendere l’idea delle differenze di approccio concettuale, il soldato occidentale si allena a compilare complicati e dettagliati rapporti di pattuglia e rapporti di perquisizione di edifici, ben sapendo che in tribunale tali rapporti potranno essere usati contro di lui. Il talebano, invece, filma gli attentati e realizza videocassette che non mancheranno di causare effetti mediatici devastanti sulle pubbliche opinioni dei paesi della Coalizione. In altre parole, noi ci autolimitiamo al campo tattico, mentre il talebano agisce in campo strategico. È evidente che in queste condizioni l’insorgente risulti di gran lunga avvantaggiato.

I fatti e la statistica danno finora ragione agli insorti. La presenza di ordigni sul territorio afgano è in costante aumento sotto tutti i punti di vista: numero di attacchi con perdite, numero di attacchi senza perdite e numero di ordigni scoperti e disattivati. Quest’ultimi, considerando quelli relativi ai mesi di settembre, che statisticamente sono i peggiori dell’anno, sono stati 80 nel 2005, 170 nel 2006, 260 nel 2007, 390 nel 2008 e ben 1400 nel 2009. Se consideriamo tutti i possibili attacchi della guerriglia nelle loro varie forme (IEDs, autobombe, imboscate, ecc…), il loro numero in Afghanistan è aumentato notevolmente di anno in anno. Anche la popolazione civile ne ha sofferto. Il numero complessivo delle vittime è passato da 16 nel 2004 a 279 nel 2005 per poi balzare a 1.473 nel 2006 e per raddoppiare ancora (2.293) nel 2007. Nel 2008 le vittime sono state 3.308 e nel 2009 addirittura 6.037, cifra che purtroppo nel 2010 verrà ulteriormente superata.

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11 COMMENTS

  1. Cifre da brivido!
    Cifre da brivido! Il suo articolo mi ha fatto venire in mente le penne esplosive che gli Alleati avevano disseminato in gran numero in Italia e che mietevano vittime specialmente tra i bambini innocenti. Solo che allora era sufficiente non raccoglierle in quanto il potere esplosivo era limitato alla persona. Gli IEDs sono decisamente molto più subdoli e sofisticati e, anche se artigianali, molto ben mimetizzati e innescati anche a distanza. Vero terrore psicologico per il soldato atto a minare la sua volontà di combattere.
    Ho letto che ogni paese coinvolto sta cercando di trovare una soluzione, ma qual è il suo pensiero a riguardo, quale potrebbe essere, secondo lei, la miglior arma per contrastare questi ordigni improvvisati e salvare la vita ai nostri ragazzi? Per la sua grande esperienza, lei pensa che si possa arrivare ad un definitivo annientamento? Grazie.

  2. Rispondo ad Alice
    Non credo che sarà mai possibile “annientare definitivamente” questi ordigni. Ad ogni contromisura corrisponderà sempre una nuova misura e così via, come nella lotta millenaria fra la freccia e lo scudo, poi trasformatasi in lotta tra balestra e armatura, tra archibugio e corazza, tra catapulta e fortificazione, fra proiettile perforante e carro armato… senza che all’orizzonte si profili la fine di questa corsa. Non sarà la tecnologia a trovare l’antidoto definitivo agli IEDs, pertanto dovremo affrontarne le cause sociali remote e renderne l’uso non impossibile ma semplicemente inutile. Quindi bisogna studiare le ragioni dell’insorgenza e cercare di capirle. Nel caso dell’Afghanistan ritengo un errore averlo occupato militarmente. Sarebbe stato preferibile provocare la caduta dei talebani e lasciare agli Afgani stessi la gestione del nuovo corso, senza pretendere di esportare i nostri modelli occidentali in un mondo che non è pronto per la democrazia come la intendiamo noi. Tanto meno quel Paese doveva essere occupato con pochissime forze, lasciando di fatto il controllo del territorio all’insorgenza. In un certo senso gli IEDs sono colpa nostra, e ora quella colpa ricade su di noi.

  3. Sono d’accordo, anch’io
    Sono d’accordo, anch’io con lei, che l’aver occupato militarmente l’Afganistan sia stato un errore, come penso anche l’essere intervenuti in Iraq, illudendosi di esportare in quei paesi modelli occidentali di democrazia (forse Saddam Hussein sapeva bene con chi aveva a che fare).
    Ma quanto è difficile “imparare a pensare come gli insorti” per cercare di capire meglio le loro ragioni, ragioni che hanno origine in un vissuto molto tormentato con origini molto remote?

  4. … quale azione
    Secondo lei quale azione si sarebbe dovuta intraprendere per provocare solo la caduta dei Talebani e che tipo di intervento massiccio di forze si sarebbe dovuto usare per togliere all’insorgenza il controllo del territorio?

  5. Se non fosse avvenuto
    Se non fosse avvenuto l’attacco alle Torri Gemelle e gli USA non avessero accusato i Talebani di proteggere i terroristi , con il conseguente intervento militare, come poteva essere ora la situazione in quella zona e nel resto del mondo?

  6. Rispondo a Luca
    Imparare a pensare come gli insorti non è semplice. Tuttavia ai soldati americani viene richiesto solo di farlo “in campo tattico”. In alte parole il soldato viene addestrato ad analizzare il terreno per individuare i luoghi in cui gli insorti potrebbero piazzare un ordigno, a scoprire quali oggetti fanno parte naturale dell’ambiente e quali potrebbero esserne estranei e nascondere insidie, ad individuare dettagli apparentemente innocui ma in realtà significativi e pericolosi. Per fare un esempio banale: se nel corso di una perquisizione ad un edificio si nota in un angolino un timer da lavatrice ma nel locale l’elettrodomestico non c’è, è probabile che ci sia qualcosa che non torna. Ma tutto questo è limitato ad imparare a pensare e ad agire come gli insorti senza però cercare di capire meglio le loro ragioni. Questo non viene richiesto ai soldati in quanto esula dal campo tattico e appartiene a quello strategico. Cercare di capire meglio le ragioni degli insorti compete al Pentagono. Ed è cosa ancor più difficile e complessa.

  7. Rispondo a Roberto
    Ritengo che ci si sarebbe dovuti limitare a sostenere l’Alleanza del Nord (con l’aviazione, le forze speciali, l’intelligence, i consiglieri militari, la fornitura di aiuti -anche finanziari- ma senza l’intervento di truppe regolari) fino allo spodestamento dei talebani. Conquistata Kabul, si sarebbe dovuto lasciare l’Afghanistan agli Afgani senza intromettersi. Più o meno come hanno fatto gli Americani quando hanno consentito, con l’operazione “Tempesta” nell’estate del 1995, che la Croazia conquistasse le Krajne occupate dai Serbi; alla fine di quell’operazione nessuno ha pensato di occupare militarmente tutta la Croazia.
    Già immagino l’obiezione per quanto attiene all’Afghanistan: ne sarebbe uscito un regime scarsamente democratico, poco rappresentativo e per nulla legittimo! Può darsi, ma non sarebbe stato peggiore del governo di oggi. E l’Alleanza del Nord, da tutto animata fuorché dal buonismo occidentale, dai rapporti di pattuglia e dalle regole d’ingaggio, non avrebbe certo permesso che i superstiti talebani controllassero alcunché.

  8. Rispondo a Gianmarco
    Se pone questa domanda a cento persone, probabilmente riceverà cento risposte diverse. La mia è questa, e non è detto che sia quella giusta. In Afghanistan ci sarebbe ancora il regime talebano con un solo punto internet in tutto il paese, nell’ufficio del mullah Omar, mentre tutto il resto del paese resterebbe sprofondato nell’età della pietra (ogni riferimento alle lapidazioni è puramente voluto). Il Pakistan si sentirebbe più sicuro, disponendo della profondità strategica fornitagli da un Afghanistan sottomesso ad un regime che lo stesso Pakistan ha contribuito a creare. Di conseguenza, anche l’India si sentirebbe meno minacciata dal Pakistan e tutto il subcontinente indiano sarebbe più tranquillo. L’Iran non starebbe per dotarsi della bomba atomica perché non ci sarebbe stato l’intervento americano in Iraq che ha distrutto il principale freno alla teocrazia iraniana e che ha consentito il rafforzamento del regime di Teheran e il proliferare degli sciiti dal Golfo Persico al Mediterraneo tramite Iran, Iraq, Siria, Libano ed Hezbollah. Probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno la guerra fra Israele ed Hezbollah nell’estate 2006 e forse nemmeno quella a Gaza. In sintesi, ci saremmo risparmiati quattro guerre, l’Afghanistan sarebbe un postaccio ma tutto il resto del Grande Medio Oriente sarebbe un posto più sicuro. E invece le cose sono andate diversamente, smentendo i progetti sia degli attentatori dell’11 settembre che quelli di chi ha risposto (male) agli attentati.

  9. Grazie signor Generale
    Grazie signor Generale! Non sarà forse quella giusta, ma mi fa molto piacere sentirlo dire da lei, con la sua grande esperienza, perché anche a me veniva spontaneo pensarla così. “Dei se e dei ma – dicono – sono piene le fosse”, sfiderei chiunque a smentire il suo pensiero. Le torri sono crollate, è accaduto ciò che è accaduto, con migliaia di morti, chi potrebbe dire il contrario? Credo proprio nessuno.

  10. Il caso di Davide e Golia
    Nella mitologia c’è il caso di Davide che per sconfiggere Golia, non potendolo affrontare sullo stesso suo piano, ha usato una tecnica inaspettata dal nemico. E’ più difficile combattere una guerra asimmetrica o una guerra in cui le forze militari in campo sono abbastanza equilibrate come strategia e tattica? C’è una diversità di addestramento dei soldati?

  11. Rispondo a Smile
    Più che di mitologia parlerei di Bibbia, comunque è vero: forse il precursore degli scontri asimmetrici è stato proprio Davide, circa tre millenni fa. Le guerre? Sono tutte difficili, sia quelle simmetriche che quelle asimmetriche, ma quest’ultime, al contrario delle prime, sono molto più imprevedibili. E in tutto questo il moderno “davide” è avvantaggiato, mentre l’odierno “golia” si vede costretto a cambiare tutto: mentalità, procedure, armi, equipaggiamenti e può farlo solo impiegando molto tempo e molto denaro. Intanto “davide”, che non è legato a regole, schemi e pubblicazioni, assesta all’avversario colpi mortali. La guerriglia/insorgenza ha parecchi paradossi e uno di questi è il paradosso dell’adulto e del bambino, ma si potrebbe anche chiamarlo “il paradosso di Davide e Golia”. In sostanza l’adulto perde sempre, anche se vince. Infatti, qualora riuscisse a colpire il bambino, l’adulto verrebbe visto come un bullo che prevarica un soggetto chiaramente inferiore grazie alla propria forza, mentre se non riuscisse a sconfiggerlo, verrebbe considerato come un incapace che, nonostante la propria superiorità, si lascia sopraffare dal più debole, venendo di conseguenza ridicolizzato. Una grande potenza che si confronti con un movimento rivoluzionario ben motivato anche se scalcinato, rischia comunque una catastrofe, sia nel caso di una vittoria militare, sia nel caso di una sconfitta.

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