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Come e perché è iniziata l’indagine sulla sanità pugliese

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“Ho fatto la legge più all'avanguardia d'Italia per formare e selezionare, per merito, i nuovi manager..." con questa dichiarazione del governatore Nichi Vendola si chiude il grosso dell'inchiesta sulla sanità pugliese. I magistrati hanno creduto al presidente della regione Puglia e hanno fatto cadere le accuse. Delle 24 richieste di accuse avanzate dai pm solo 5 sono rimaste attive tra funzionari, manager e un membro della scorta di Vendola. Si chiude così una maxi inchiesta partita 11 mesi fa su iniziativa dei pm Digeronimo, Bretone e Quercia. Questi hanno poi richiesto attraverso il gip De Benedectis l'autorizzazione del Senato per procedere all'arresto dell'ormai ex assessore alla sanità pugliese Alberto Tedesco per altri capi d'accusa e dunque, un altro filone d'inchiesta.

Vendola, Tedesco e altri esponenti della governance pugliese erano stati coinvolti per 11 episodi di concussione, frode in pubbliche forniture e consulenza infedele. Accuse dimezzate lo scorso 26 marzo con la revoca parziale, per due capi d'accusa, della richiesta di archiviazione della Procura. Richiesta rimasta ferma tre mesi poiché il gip Anna Polemio si è dovuta astenere per la scomoda posizione nelle indagini del cugino Franco Polemio. Questi doveva essere scelto come direttore amministrativo della Asl Bat, episodio riconducibile a uno di quelli riguardanti l'inchiesta stessa, passata di mano al gip Sergio di Paola espressosi lo scorso giovedì pomeriggio.

I quattro distinti episodi dell'inchiesta sulla sanità erano la nomina di Polemio (presidente della circoscrizione Poggiofranco, Pd), quella di Vincenzo Valente e Umberto Caracciolo a direttori amministrativo e sanitario della Asl Lecce, quelle di Francesco Lippolis e Alessandro Calasso negli stessi ruoli alla Asl di Bari, quella di Tommaso Stallone al “De Bellis” di Castellana. 

Per i magistrati non sussiste reato ma “arroganza politica” poiché, si legge nella sentenza, la scelta del direttore generale “costituisce atto di ‘alta amministrazione’ assunto in forza di poteri pubblicistici ampiamente discrezionali sulla base di criteri eminentemente fiduciari”. La procura e il giudice hanno ritenuto “non illogico né lontano dalla realtà” che il manager  “possa concordare” la scelta dei suoi sottoposti “con il presidente e/o i consiglieri di giunta”. 

In altre parole il manager avrebbe potuto dire no, e visto il rapporto di fiducia tra dirigente generale e manager, è “prassi” che vi sia una scelta quasi prettamente politica; non è illogico pensarlo. Infatti secondo il gip il fatto che i manager abbiano accettato la nomina “rappresenta la conferma (...) della bontà della scelta operata dal potere politico e della fiducia in lui riposta”. Dunque la concussione non esiste ma il dubbio, quello politico, forse resta.

Dieci accusati sono stati assolti ma resta il problema degli altri indagati chiamati a difendersi. Da qui il processo politico che vede il Pdl da una parte che invita a riflettere e a confrontarsi nel consiglio regionale e il Pd, che nella persona della deputata regionale Boccia, invita i dirigenti indagati alla responsabilità e dunque a possibili dimissioni. E poi c'è lo spettro delle parole emerse nell'ordinanza del gip De Benedectis che descrive il sistema pugliese come “un sistema criminale, stabilmente radicato nei vertici politico-amministrativi della sanità regionale”.

Dunque responsabilità politica non esclusa dagli stessi magistrati, responsabilità dei magistrati invece, giudicata dalla politica, con la provocazione del Ministro Fitto che commenta: “prima o poi qualcuno scriverà un libro sugli ultimi 15 anni della Procura di Bari”.

Siamo quasi certi che non riguarderà medici, dirigenti e amministratori locali. 

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