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Una mappa dei peggiori/ 2

Come fregare un popolo e restare al potere per tutta la vita

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Abbiamo disegnato una mappa delle dittature del mondo - sulla base del tipo di controllo che esercitano sulla cittadinanza. Per non abbassare la guardia contro chi uccide la libertà. Leggi la prima puntata

L’ideologia delle Repubbliche autoritarie. Gheddafi e Hu Jintao sono due leader che incarnano nei loro regimi un’ideologia che si è affermata nel corso del novecento. Mentre Gheddafi ha legittimato la sua ascesa al potere attraverso un’ideologia che si configurava come una terza via tra il comunismo e il socialismo, Hu è il dirigente del Partito Comunista Cinese che tiene le redini dello stato. Sebbene entrambi i paesi si siano aperti recentemente al liberalismo economico e al capitalismo più sfrenato, contraddicendo l’ideologia di Stato, il benessere economico generato dall’apertura dei mercati continua a legittimare i regimi in carica nonostante le numerose violazioni dei diritti umani.

Sono ormai quarant’anni che Gheddafi si trova a capo della Libia, sin da quando, nel 1969, è salito al potere attraverso un colpo di stato che ha rovesciato il re Idriss al-Sanusi. Il Colonnello ha dato vita ad una Jamahiriyya, una "repubblica delle masse", che intendeva configurarsi come una “terza via” tra la democrazia capitalistica e il socialismo sovietico. In teoria, il potere avrebbe dovuto risiedere nella mani del popolo attraverso un sistema di comitati di base che, tramite una piramide di rappresentanti, confluiva nel Congresso generale del Popolo, ma in realtà queste strutture sono state manipolate per assicurare il dominio continuo di Muhammad Gheddafi.

Sebbene questi non detenga nessun titolo specifico, egli è l’unico vero responsabile della politica interna e, soprattutto di quella estera. A distanza di anni la sua posizione appare ancora molto solida: l’importanza del senso di appartenenza tribale, le ricchezze provenienti dalle risorse petrolifere, insieme alla rete di relazioni internazionali che Gheddafi continua a tessere attraverso la recente apertura all’Occidente hanno dato nuova linfa al despota che, ormai, viene accettato di buon grado nei salotti internazionali. La legittimità conferita alla Libia dai buoni rapporti instaurati con l’Unione Europea in materia di immigrazione, quelli stretti con l’Italia e il miglioramento di quelli con gli Stati Uniti in seguito al riconoscimento degli errori passati e al rifiuto di dotarsi dell’arma nucleare, costituiscono un’ulteriore garanzia di longevità per il suo regime.

Hu Jintao è l’attuale leader della Cina, la nuova potenza mondiale giunta a minacciare e, probabilmente, a sovvertire la superpotenza americana la cui egemonia dura ormai da quasi un secolo. In Cina non esistono delle elezioni regolari, ma la scelta del leader viene effettuata dal congresso del Partito Comunista, l’evento politico più importante del paese, che si svolge ogni cinque anni. Durante questo Congresso, che dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese detta le linee guida della politica del paese, vengono promossi o rimossi i dirigenti. Fino al 2012 le redini della politica cinese saranno ancora nelle mani di Hu Jintao, ma allo scadere del suo mandato due delfini si dovranno disputare la carica più ambita.

Senza aver dato vita a, quasi, nessuna forma di comunismo economico, la versione cinese del marxismo va a braccetto con il capitalismo, lo sfruttamento dei lavoratori e l’eliminazione di qualunque tipo di previdenza sociale. Eppure, nonostante le critiche che le vengono rivolte, la Cina procede inesorabilmente verso la sua strada, anzi, secondo Pierre Haski "il partito regna da sovrano incontrastato e tutti quelli che ne avevano previsto il crollo dopo la repressione di Tienanmen, nel giugno del 1989, sono stati smentiti". Le contestazioni sono ancora molto diffuse, ma oggi nulla minaccia il potere di un partito che garantisce il 10% di crescita economica all’anno e una buona dose di “sogno americano alla cinese” a chi non ne raccoglie i frutti. Resta da capire fino a quando potrà durare questa situazione.

La fragilità delle Repubbliche mediorientali. Siria, Egitto e Sudan sono tre esempi di Repubbliche mediorientali che, pur con posizioni molto diverse nello scacchiere internazionale, sono caratterizzate da un capo di Stato a vita, dal soffocamento di qualsiasi opposizione, dal sabotaggio delle competizioni elettorali che si risolvono costantemente in una conferma plebiscitaria del Presidente e del suo partito al governo. Queste Repubbliche sono molto fragili e instabili, la loro continuità è assicurata dalla rielezione del Capo dello Stato, ma sorgono diversi interrogativi circa il loro futuro: per la Siria il declino del suo ruolo strategico a livello internazionale potrebbe indebolire ulteriormente la posizione di Bashar al-Assad, in Egitto le precarie condizioni di salute di Mubarak mettono a repentaglio il futuro del paese, mentre il Sudan deve affrontare un referendum che potrebbe modificare ulteriormente le sue sorti.

In Siria il partito socialista del Baath ha ottenuto il potere nel 1963 in seguito ad un colpo di stato. Da allora il potere è lentamente passato sotto il controllo degli ufficiali militari che appartenevano alla minoranza alawita. Dal 1970 con la presa del potere da parte del Generale Hafez al-Assad e, dopo la sua morte nel 2000, con la successione del figlio Bashar, a soli 34 anni, la Siria continua ad essere privata delle libertà politiche: i partiti di opposizione restano illegali, le minoranze vengono represse, come è il caso dei curdi siriani, e il capo del governo è nominato dal partito. La popolazione può solo confermare o meno la carica tramite dei referendum popolari che, il più delle volte, si rivelano essere dei veri e propri plebisciti. Le libertà di associazione e di riunione sono limitate. Bashar al-Assad, un giovane oftalmologo che ha studiato all’estero, ha disatteso tutte le promesse che la sua ascesa al potere avevano suscitato tra la gente.

Anche in Egitto vige il sistema del partito unico associato al presidente che detiene la carica a vita. Da Gamal Abdel Nasser che diventò presidente nel 1952 con la rivoluzione degli Ufficiali Liberi, ponendo fine alla monarchia, passando per Sadat, fino all’attuale Mubarak il potere è conservato attraverso dei referendum plebiscitari. Lo stato d’emergenza tutt’ora in vigore, la soppressione dell’opposizione, in particolare quella islamica, e il controllo sulla stampa fanno dell’Egitto di Mubarak un paese sotto controllo. Adesso che circolano delle voci sfavorevoli sullo stato di salute del Presidente, gli analisti internazionali avanzano delle ipotesi circa il futuro dell’Egitto senza Mubarak. Al momento sembra che il successore più papabile sia il figlio Gamal, anche se Mubarak aveva sostenuto, in diverse occasioni, di non voler rendere la carica presidenziale ereditaria.

Anche in Sudan, con il regime di Omar al-Bashir, il governo ha un carattere fortemente autoritario, in cui l’esecutivo prevarica il legislativo. Dal 30 giugno 1989, quando ottenne il potere in nome della salvezza nazionale, al-Bashir ha proseguito sulla via dell’islamizzazione del Sudan, attraverso la promulgazione di una nuova costituzione che ribadiva la centralità della shurà (consultazione tra pari) e della sharia, pur consentendo alle altre religioni di convivere con l’islam. Le ultime elezioni tenutesi quest’anno sono state teatro di brogli e di minacce confermando la guida del Sudan nelle mani di Omar al-Bashir. Nonostante la recente collaborazione con il Sudan People Liberation Movement che dura dal 2005, il Sudan deve affrontare un’ulteriore sfida: il referendum per l’indipendenza della regione del Darfur, ponendo così fine ad un conflitto che dura da ormai tanto, troppo tempo.

I paesi rentieri: quando le ricchezze petrolifere azzerano la democrazia. Uno stato rentiero è uno stato che ricava gran parte delle sue ricchezze da una risorsa naturale esogena, in questo caso il petrolio, sulla quale riposa gran parte della sua economia. I paesi del Golfo persiano sono, per la maggior parte, paesi che hanno visto le loro economie cambiare drasticamente in seguito alla scoperta del petrolio: da un lato essa ha generato immense ricchezze, ma dall’altro è servita a consolidare le famiglie che si trovavano al potere al momento dell’indipendenza. Sebbene non si possa parlare di vere e proprie figure dittatoriali, quel che è certo è che i membri di queste famiglie ricoprono tutti i ruoli di potere, dagli organi politici a quelli economici e industriali.

La popolazione locale è privata del diritto di eleggere i propri rappresentanti, né può formare partiti politici, l’informazione è controllata dalla famiglia regnante e il ruolo delle donne è subordinato a quello degli uomini. Questo stato delle cose sta lentamente cambiando. Mentre in Arabia Saudita il cambiamento avviene più lentamente, in altri paesi, come l’Oman e il Qatar è stato introdotto il suffragio universale che permette ai cittadini di eleggere dei Consigli consultivi che affianchino l’attività della famiglia regnante. Queste dinastie sono riuscite a mantenere il controllo sulla loro popolazione grazie all’alto tenore di vita che lo stato riesce a garantire ai propri cittadini fornendo beni come l’acqua, la benzina, l’elettricità in maniera gratuita o sussidiandoli a tutta la popolazione, redistribuendo, in questo modo, le ricchezze ricavate dal settore petrolifero.

La redistribuzione non nasce da una tassazione dei singoli cittadini, come accade, per esempio, nei paesi europei, ma assume un valore di concessione che i regnanti offrono ai loro sudditi senza chiedere in cambio nulla. In questo modo, viene a mancare il controllo del cittadino sull’operato del governo che si garantisce la fedeltà dei suoi cittadini.

Dai partiti comunisti al leader supremo. La dissoluzione dell’Urss ha creato una lunga serie di dittature personali accentrate nelle mani dei personaggi a capo dei diversi partiti comunisti nazionali presenti nei vari paesi: dalla Bielorussia di Lukashenko al Vietnam, passando per Turkmenistan e Kazakistan le dittature dilagano. Il caso più eclatante, forse per la vicinanza geografica, è la dittatura di Lukashenko in Bielorussia, l’ultimo dittatore d’Europa, come viene definito dai giornalisti. Diventato il primo presidente dopo la caduta dell’URSS, non si è più allontanato dalla carica concentrando i poteri nella presidenza e riducendo il peso dei partiti politici.

Lukashenko ha reso la Bielorussia uno stato satellite della vicina Russia sia per quanto riguarda le alleanze internazionali, sia nelle relazioni economiche. Nonostante le pressioni dell’Unione Europea per introdurre delle riforme, i metodi politici di Lukashenko non sono cambiati di molto: le forme di opposizione vengono ostacolate e messe a tacere attraverso l’uso della violenza da parte della polizia di stato, i media indipendenti vengono censurati e minacciati. Il presidente della Bielorussia sembra intenzionato a restare ben saldo al suo posto finché sarà in vita, ma resta da vedere se la società civile bielorussa e le nuove alleanze internazionali glielo consentiranno.

L’Asia centrale, pullula di ex repubbliche sovietiche ora oppresse da regimi dittatoriali. Un esempio è l’Uzbekistan di Islam Karimov. Dal referendum per l’indipendenza del1990 Islam Karimov, precedentemente leader del partito comunista, è il presidente dell’Uzbekistan. Da allora, qualsiasi partito d’opposizione è stato bandito dal Paese e il mandato presidenziale viene rinnovato attraverso delle elezioni che confermano, ogni volta, in maniera plebiscitaria, il consenso al presidente. Sebbene, recentemente, il paese stia cercando di ricostruire le relazioni con gli Stati Uniti e l’Unione Europea e fornisca una crescente cooperazione e un supporto logistico alle operazioni Nato in Afghanistan, il governo di Karimov continua a mantenere un controllo di stato repressivo vietando alle persone i loro diritti umani basilari. (Fine)

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