Come Hezbollah beatifica i terroristi e punta all’egemonia nel mondo islamico

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Come Hezbollah beatifica i terroristi e punta all’egemonia nel mondo islamico

06 Settembre 2008

Cosa c’è dietro la beatificazione estiva del terrorista Imad Mugniyah? L’indottrinamento dei giovani libanesi, certo. Ma anche il tentativo, da parte di Hezbollah, di blandire i salafiti radicali e penetrare nell’immaginario sunnita.

Imad Fayez Mugniyah è stato uno dei fondatori del “Partito di Dio” libanese, capo della sicurezza e ai vertici dell’intelligence di Hezbollah. Prima di finire misteriosamente ammazzato in Siria, il 12 febbraio scorso, è stato accusato di aver partecipato all’attacco bomba contro l’Ambasciata americana a Beirut del 1983 (350 morti) e di quello all’Ambasciata israeliana di Buenos Aires del 1992. Secondo la Commissione che ha indagato sull’11 Settembre, il comandante Imad giocò un ruolo preciso nella saldatura tra Al Quaeda, Hezbollah e l’Iran, prima e dopo l’11 Settembre. In Iraq, era considerato uno dei santi protettori dell’esercito del Mahdi.

Oggi viene ricordato come un eroe. Nel museo degli orrori allestito a Nabatiye, a sud di Beirut, le scolaresche possono osservare le sacre reliquie del Comandante: il suo tappeto per pregare, le scarpe, gli slip, la penna e il cellulare. “Possa l’Altissimo uccidere chi lo ha ucciso” ripete una vecchia in venerazione, asciugandosi le lacrime. Il faccione barbuto del Comandante risalta all’ingresso del palazzo, con due bande laterali che lo salutano come “il leader della doppia vittoria” – quella del ritiro israeliano dal sud del Libano del 2000, e della guerra contro Israele del 2006.

L’esposizione multimediale ravviva nella memoria degli estremisti libanesi la vittoria contro gli ebrei di due anni fa. Mugniyah è il simbolo della “resistenza” contro l’oppressore. Di notte, una sapiente regia di luci fa brillare i missili di Allah che piegarono il nemico, ma anche le carcasse dei carri armati dell’esercito di Davide distrutti. La colonna sonora sono le bombe che esplodono e gli ordini che risuonano perentori. C’è uno scheletro in elmetto e uniforme, con la didascalia: “L’invincibile soldato israeliano”.  

“Guarda, c’è la sua pistola!” grida incantato un ragazzino trascinando i suoi genitori verso l’arma preferita del Comandante. Una giovane guida di Hezbollah spiega pacata che si tratta di un AK-47 modificato, più potente e capace di sparare più velocemente del modello standard. “Non si spostava mai senza di lui, era parte della sua anima”, sottolinea la guida, che preferisce mantenere l’anonimato. E’ la politica di segretezza che contraddistingue Hezbollah.

Ahmed Tirani, l’architetto della mostra, ha costruito i padiglioni in tre settimane assumendo circa trecento operai. Una delle stanze più grandi raffigura “il Paradiso dei martiri”, un luogo buio, con le spoglie virtuali dei caduti, e ancora patriottiche esplosioni, e immagini dei miliziani che avanzano sulle colline verdi del Libano meridionale. Da uno scuolabus scende un gruppo di Boy Scout. “Sono venuto qui per insegnare ai ragazzi la cultura della resistenza – dice un certo Ahmed, uno degli accompagnatori – voglio vedere cosa ci ha fatto il nemico, e cosa possiamo fare per sconfiggerlo”.

Qual è il senso della commemorazione di Mugniyah? E’ un momento difficile per il Libano. Il premier di transizione Fouad Siniora, di origini sunnite, con un provvedimento ad hoc ha recentemente legittimato la presenza armata di Hezbollah nel sud del Libano in chiave antisraeliana, e se il Partito di Dio dovesse vincere le prossime elezioni potrebbe anche riprendere lo stillicidio di missili contro Israele, preludio a un nuovo conflitto. Il Mossad ha alzato così la guardia, mettendo in allerta gli uomini d’affari e i diplomatici che girano nel mondo da possibili attentati e rapimenti.

Gli israeliani hanno negato di essere i responsabili della morte di Mugniyah, anche se hanno passato gli ultimi 25 anni a dargli la caccia insieme agli agenti dei servizi occidentali. Gli osservatori più maliziosi hanno fatto intendere che dietro l’assassinio ci sarebbe la mano della Siria, che avrebbe venduto il suo protégé agli Usa. “I siriani hanno fatto un grande regalo agli israeliani uccidendolo”, fu il commento di Samir Franjieh, uno dei membri del gruppo libanese “14 Marzo”. Nella realtà al quadrato del Grande Gioco ogni spiegazione è possibile.

E’ chiarissimo cosa rappresenta il Comandate per Hezbollah: un eroe utile a conquistare i cuori e le menti delle nuove generazioni. Ma non basta il lavaggio del cervello per spiegare gli obiettivi della mostra, che è anche un tentativo – da parte del Partito di Dio, di egemonizzare la comunità islamica libanese. Come ha scritto Walid Phares sulle pagine dell’Occidentale qualche settimana fa, quest’estate gli sciiti di Hezbollah hanno firmato un memorandum d’intesa con i gruppi salafiti libanesi. Entrambi si battono contro l’America, il Sionismo, e chi vorrebbe impiantare nel Medio Oriente delle democrazie sul modello occidentale.

Hezbollah è un prolungamento dell’Iran, che a sua volta è uno dei due grandi ceppi del jihadismo – il khomeinismo. L’altro troncone è quello salafita, in cui rientra, tra gli altri, Al Quaeda. E Mugniyah è stato un anello di congiunzione tra il regime iraniano e Bin Laden. La sua mitizzazione serve quindi a costruire un modello bipartisan. Quando era in vita, il Comandante veniva considerato un pericoloso avversario dalle potenze arabe, grandi e piccole. I giornali del Kuwait festeggiarono la “morte del cane” quando Mugniyah saltò in aria a Damasco, definendolo un criminale. Ora è diventato un santo  terrorista.

Hezbollah e l’Iran vogliono penetrare nell’immaginario sunnita libanese, corteggiando nello stesso tempo le cellule salafite radicali messe in crisi dall’arretramento di Al Quaeda. Un piano che Teheran ha già sperimentato con i “sunniti” di Hamas. Ancora una volta, il conflitto globale in corso appare una guerra nell’Islam, per la conquista dell’egemonia nella Umma, e non soltanto uno “Scontro di civiltà” con l’Occidente.