Come i programmi di approfondimento cambiano pelle in Tv

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Come i programmi di approfondimento cambiano pelle in Tv

31 Luglio 2007

Estate insopportabilmente torrida? Non in televisione: sul piccolo schermo i mesi estivi del 2007 hanno riservato qualche piacevole sorpresa. Invece di abdicare come di consueto alla programmazione, ripiegando sulla coscialunga di turno o limitandosi a riproporre le repliche dei film d’annata, le reti generaliste hanno deciso quest’anno di investire qualcosa in più, specialmente sul fronte dei programmi di approfondimento giornalistico.

Alcuni talk-show d’informazione hanno rinunciato alle ferie per continuare a offrire una prospettiva diversa sull’informazione: e se Otto e Mezzo su La 7, per l’occasione, ha visto l’avvicendarsi alla conduzione di Pietrangelo Buttafuoco e Alessandra Sardoni al posto di Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni, Matrix su Canale 5 ha preferito cambiare in parte formula, invece che conduttore.

Mentana lo anticipa a Giugno: le vacanze saranno per la sua trasmissione motivo di sperimentazione, ispirata al modello della “docu-fiction”: un racconto fittizio ispirato a fatti reali pescati dai principali avvenimenti di cronaca e attualità, e interpretato da veri attori. Una narrazione al posto di una discussione, insomma; un modo più sereno e disteso per rileggere il presente senza dover necessariamente alzare la voce. La promessa viene mantenuta sin dal primo appuntamento, quello con la puntata sulla strage di Erba, in onda in prima serata il 18 giugno, occupata per buona parte dallo sceneggiato (realizzato in tempi fulminei) che ricostruisce il terribile delitto perpetrato da insospettabili vicini di casa; a seguire, interviene Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime, e nel complesso resiste il proposito proclamato alla stampa di non indulgere a curiosità insane. I risultati di audience premiano solo in parte la scelta di Matrix: gli ascolti della prima parte, con la docu-fiction, sono nettamente inferiori rispetto a quelli della concorrenza, ma anche rispetto alla media della trasmissione, mentre la seconda parte, quella “dal vivo”, schizza a dieci punti percentuali di audience in più. Un dato parzialmente interpretabile alla luce dello scarso successo storicamente incontrato, nel nostro paese, dal filone documentaristico, così robusto nel mondo anglosassone: persino le sue ibridazioni con format di successo, come il reality, da noi non hanno sfondato se non con qualche revisione strutturale (come l’iniezione di comparsate VIP: è emblematico il caso di Survivor, capostipite della genìa in cui rientra anche l’Isola dei famosi).

Se la docu-fiction non ha sfondato neppure tra le mani di Mentana non si deve al fallimento del voyeurismo televisivo, come auspicherebbero gli “apocalittici” che criticano l’intromissione della TV nella sfera delle dinamiche psicologiche e sociologiche più recondite; piuttosto, è questione di come questa intromissione avviene, di quali strumenti di indagine vengono adoperati, di quali meccanismi espositivi vengono scelti per mostrare i risultati.

E difatti, nelle puntate successive Mentana corregge parzialmente il tiro, recuperando la dimensione del reportage e ritornando in parte alla discussione tra gli ospiti, senza però abdicare agli obiettivi di indagine e al proposito di confrontarsi direttamente con le fonti. A giudicare dalla puntata dello scorso venerdì, l’esperimento ha infine messo capo a un buon esito: la saga degli Agnelli, tratta da un ottimo libro di Marco Ferrante, viene dispiegata di fronte ai telespettatori, con l’ausilio di pregevoli materiali filmici e fotografici, e l’effetto finale – senza concedere alcunché alla fiction – non ha nulla da invidiare a quest’ultima quanto a ritmo e capacità di coinvolgimento.

In un caso come questo, l’alchimia tra vizi privati e pubbliche virtù funziona egregiamente, ben confezionata in un formato narrativo abbastanza schietto da non cadere nei tranelli del film TV e insieme abbastanza intrigante da schivare le freddezze documentaristiche. Si rimedia a tutto: basta conoscere bene il proprio mestiere per non tornare alle torbidità bollenti delle polemiche da salotto televisivo, così come per il clima torrido basta probabilmente qualche bagno di mare in più, anche senza correre ai concerti di Al Gore.