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Come il tartufesco Magris salva il comunismo

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Claudio Magris è giustamente considerato uno dei più prestigiosi germanisti italiani. I suoi studi sulla Mitteleuropea rappresentano una lettura obbligata per quanti sono interessati a  quella splendida stagione culturale che accompagnò il tramonto dell’impero asburgico. Come accade a molti letterati, storici e filosofi italiani, però, anche lui non riesce a sottrarsi al ruolo (gratificante?) di maitre-à-penser. Hai voglia a leggere Max Weber e Il lavoro intellettuale come professione, quando si ha l’anima del profeta o, se si preferisce, del Mentore della nazione, non ci sono freni inibitori che contengano quel narcisismo naturale di cui, come del buon senso cartesiano, siamo tutti in varia misura provvisti. E’ una sindrome che non conosce sesso: a leggere Magris sul ‘Corriere della Sera’ vengono subito in mente le salmodie di Barbara Spinelli su ‘La Stampa’. In entrambi i casi, ci si sente massa damnationis ,condannati ad ascoltare le prediche del severo inquisitore che, dal pulpito, ci squaderna le nostre debolezze, i nostri pregiudizi, i nostri peccati. Terra povera (forse: per fortuna) di Scipioni, l’Italia sembra prodiga di Catoni che le nuove tecnologie mettono ormai in collegamento diretto con l’Imperativo categorico. Lo stile, è vero, non è più quello di un tempo anche se il mutamento non deriva da un   ripensamento radicale di categorie interpretative e di modelli di valore—come nel caso del compianto Lucio Colletti—ma da mere circostanze ‘esterne’, il crollo del comunismo.  Il sistema sovietico riguardato dai Bobbio (v. Politica e cultura) e dai Magris come una ‘bella cosa’ piena di gravi difetti—‘a giustizia sociale ci siamo, ma quanto alla libertà si è ancora indietro’--, con la caduta del Muro di Berlino, si è rivelato un disastro epocale, radicalmente incapace sia di evolversi democraticamente sia di assicurare un minimo di benessere a tutti: una ‘fetida ruina’, insomma, per dirla con Gabriele D’Annunzio. Davanti a questa secca replica della storia, il linguaggio del chierico tende a farsi problematico, complesso, talora reticente, ma, per l’essenziale, ripetitivo: < purtroppo,   ‘o mellone è uscito bianco’  ma le intenzioni erano buone e, del resto, se la Sparta comunista piange, l’Atene capitalista non ride, piena com’è di gravi problemi sociali irrisolti >.

 Di questa scrittura  tartufesca ,l’articolo-saggio pubblicato da Magris sul ‘Corriere della Sera’ del 16 dicembre u.s., L’arte difficile di chiedere scusa, costituisce un esempio da manuale. Tra gli artifici retorici che vi ricorrono, si distingue il ricorso al metodo omeopatico: per guarire dall’anticomunismo ‘viscerale’, se ne iniettano misurate dosi nelle vene dell’ingenuo lettore chiamato a far da giudice, in modo che, riconosciuto quanto c’è di vero nelle denunce dell’avversario e acquisito il diritto a essere considerato ‘imparziale’, il maitre-à--penser è in grado di contrattaccare, mostrando quanto gli anticomunisti siano settari e prevenuti.    

 Ma esaminiamo più in dettaglio qualche scampolo di questa prosa. . Un’osservazione ineccepibile per introdurne altre che lo sono assai meno.Già, non ce l’hanno, ma perché? Tale mancanza è un neo, un fatto stilistico o caratteriale o non, com’è più probabile, un nodo concettuale e ideologico irrisolto, che sarebbe imbarazzante approfondire?  Ma subito dopo ecco due domande sensate:. Certo che no, anche se Marx forse avrebbe qualcosa da farsi perdonare, se non altro la gioia, mal repressa, con la quale—v. la raccolta India, Cina, Russia­­—accolse quella guerra ritenendola la ‘grande occasione storica’ per porre fine all’anacronistico Celeste Impero.

  Conquistata una facile postazione, Magris gioca la carta vincente del ‘parcondicionismo’. Mettere | si noti l’accostamento: Bophal/Twin Towers che, incidentalmente, invita il lettore a chiedersi come mai i media abbiano dato più risalto alla strage newyorkese dove le vittime sono state minori..| è come mettere in conto . In tal modo, con una sentenza assolutoria per entrambi,  Smith e Marx,   il nostro Mentore trova modo di confondere  i piani di discorso, eludere  i grandi problemi storici e filosofici,  fare a pezzi la filologia. In realtà, se l’autore della Ricchezza delle nazioni non c’entra niente con Bophal per la semplice ragione che la sua ‘economia politica’ era un ‘sottosistema’ impensabile senza i codici e i tribunali dello Stato moderno (che avrebbero comminato pene severissime ai responsabili della tragedia indiana); e se anche l’autore del Capitale non è colpevole del Gulag , è comunque innegabile che, nel caso di Marx, costituisca un problema il fatto che abbia esaltato la Comune di Parigi—contrariamente a quel ‘reazionario’ di Giuseppe Mazzini—e che quell’esaltazione abbia non poco influito sul  vero fondatore dello stato totalitario sovietico, Lenin.

 Sennonché il parcondicionismo, tirato in ballo nel raffronto tra mondo occidentale e comunismo, si ritira, poi,  in buon ordine dinanzi al fascismo. Rievocando la commozione suscitata anche nei non comunisti , Magris si abbandona a un commosso lirismo.pietas ebraica i milioni di vittime senza nome del terrore staliniano, raccogliendo con altrettanta pietas quella fede nell’umanità che la maggior parte di quelle vittime aveva appreso dal comunismo | sic! |e che la fine di quest’ultimo non può trascinare con sé nel nulla>.

  Tra totalitarismo rosso e totalitarismo nero la differenza resta dunque incolmabile: il   comunismo è la corruzione di un valore intrinsecamente buono, il fascismo è la conclusione tragica di un disegno satanico. Renzo De Felice, Ernst Nolte, Augusto Del Noce non sono mai esistiti.

 Dal momento che cita don Benedetto con deferenza, sarebbe bene, però, che Magris rileggesse una pagina ‘liberale’, tra i più alti documenti morali del secolo, contenuta in Storiografia e idealità morale:

< E, caduto che esso | il fascismo| fu, dovei anch'io dar mano ad apportare rimedi ai mali che si lasciava dietro di sé, e nelle ore che risparmiai per i miei studî non mi sorrise certamente il pensiero di mettermi a contemplare e indagare uomini e fatti a me odiosi e ripugnanti e fastidiosi, verso i quali non solo non provavo la vile gioia della vendetta, ma non mi era lecita gioia alcuna perché essi si legavano al danno e all'onta, a me amarissima, della mia patria illusa, tradita, offesa, vituperata.

 Pure, se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero, tutto vergogne ed orrori, e poiché la storia è storia di quel che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di inconcludente pessimismo, toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo,  o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altres%C3

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