Home News Come Previti ha scippato ai giudici le sue dimissioni

Come Previti ha scippato ai giudici le sue dimissioni

1
51

“Sono innocente e da innocente sconto una condanna ingiusta e lo faccio nel pieno rispetto della legge, ottemperando a tutte le regole del mio stato con discrezione e convinta operosità. Continuo la mia battaglia sempre in nome del diritto, perchè mi sia resa giustizia e si affermi la  verità delle mie vicende giudiziarie.” La mossa a sorpresa da parte dell’ormai ex deputato Cesare Previti c’è stata. Ma non è stata una "furbata" per avere il voto segreto, come ha scritto un po’ ingenerosamente il “Corriere della Sera”. Casomai invece è servita per dare l’ultimo schiaffo morale a un’aula che ha trasformato l’esclusione di Previti dal Parlamento, dopo le condanne diventate definitive nei processi Imi Sir e Lodo Mondadori e le relative interdizioni accessorie che gli hanno tolto i diritti civili, in regalo al giustizialismo della procura di Milano.

Infatti proprio Previti, per troncare sul nascere le polemiche che serpeggiavano dopo l’articolo di Verderami sul quotidiano di via Solferino, ha chiesto in altra lettera indirizzata al capogruppo alla Camera di Forza Italia Elio Vito che per lui si facesse l’eccezione di votare a scrutinio palese. E se la cosa non è stata poi possibile lo si deve al volere contrario del deputato verde Marco Boato, cosa che ha fatto venire meno la necessaria unanimità e impedito al presidente Bertinotti di procedere al voto per alzata di mano.

E nella drammatica lettera di dimissioni letta da Elio Vito in aula intorno alle 16 era contenuto anche questo concetto su cui tutta la politica dovrebbe meditare: “La Camera non è un esecutore acritico di un ordine  dell'autorità giudiziaria né è chiamata ad applicare una norma  tassativa delle leggi vigenti che attualmente non esiste  nell'ordinamento italiano. Se dichiaraste la decadenza compireste un atto di pura sottomissione  del Parlamento al potere non sovrano ma sovrastante dell'autorità  giudiziaria, riconoscendole un primato rispetto al Parlamento del  tutto estraneo alla nostra Costituzione, come a quella di qualsiasi Paese democratico”.

In pratica grazie alle dimissioni, poi accettate a larga maggioranza, 462 sì, 66 no e 4 astenuti su 530 deputati presenti in aula (ha votato a favore anche il gruppo di Alleanza nazionale), Previti ha offerto sulla sua stessa pelle l’antidoto politico al tentativo della magistratura milanese di far decadere d’imperio una delle sue vittime preferite.

Per la cronaca sinora nella storia della repubblica italiana c’è stato un unico precedente di deputato decaduto in seguito a sentenze penali. Si tratta dell’ex ministro socialdemocratico della difesa Mario Tanassi, condannato a poco più di due anni di reclusione all’epoca dello scandalo Lockheed dalla Corte Costituzionale all’epoca costituita in alta corte di giustizia. E che la testa di Previti dovesse essere uno scalpo da offrire alla procura di Milano lo hanno sottolinerato ieri in molti. A cominciare dallo stesso capogruppo azzurro, Elio Vito, continuando con l’esponente di Forza Italia, Antonio Leone, e con quello di An, Ignazio La Russa, secondo il quale “si può criticare - ed io critico - quella sentenza di condanna, ma non solo non la voglio mettere in discussione, ma non la posso mettere in discussione.” “Semmai gli unici che l'hanno messa in discussione sono coloro che, concedendo con una legge di questo Parlamento l'indulto, hanno ridotto da sei a tre anni, cari colleghi della sinistra, le pene anche per Previti”.  “Sono coloro – ha incalzato l’esponente di An - che, attraverso l'indulto, hanno reso possibile il ricorso alla legge Gozzini, l'affidamento in prova al servizio sociale e, conseguentemente, la possibilità, al termine dell'affidamento in prova al servizio sociale, della perenzione e della cessazione dell'interdizione dai pubblici uffici.” Infatti, ha aggiunto La Russa, “se noi non discutessimo oggi di questa vicenda, se aspettassimo un anno, all'agosto del 2008, grazie alle leggi dello Stato, probabilmente, direi certamente, Previti non sarebbe più interdetto dai pubblici uffici, perché le leggi dello Stato consentono la cessazione di questa pena accessoria al venir meno, o meglio, al superamento della prova dell'affidamento sociale.”

Un’evenienza che per la maggioranza di governo era da scongiurare a qualunque costo. Anche quello di procedere a tappe forzate per dichiarare la decadenza di Previti, benché manchi una legge ad hoc per i parlamentari tant’è che ce ne è una giacente in Parlamento da mesi che si prefigge di rimediare al vuoto normativo.

Insomma, lo stesso Parlamento che ha aggiornato a domani la discussione sul caso Forleo-Unipol-Fassino-D’Alema sulla utilizzabilità delle intercettazioni fatte sull’utenza di Consorte, e che probabilmente riuscirà a far slittare il tutto a settembre dopo le ferie dei deputati, ha voluto dimostrare a tutta Italia che per Previti valgono i due pesi e le due misure. E che andava cacciato prima che la giustizia ne decretasse la riabilitazione e quindi lo riammettesse di diritto a Montecitorio. Così è stato, ma Previti con le dimissioni ha evitato almeno al Parlamento di apparire, anche se in pratica lo è, un succube del partito dei giudici. Per la cronaca, da oggi gli succede il primo dei non eletti nel suo collegio, Angelo Santori.

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. E’ un paradosso…
    La domanda è la seguente: di fronte a reati così gravi come quelli di Previti, accertati dalle istituzioni legittimate a farlo, potrebbe mai esserci un giudizio morale così leggero da permettere al condannato di continuare a rivestire un ruolo così importante e di prestigio come rappresentare gli italiani in parlamento? (se di prestigio è ancora..).
    Chi sostiene che questo sia possibile incita allo scontro istituzionale e commette un reato contro la Costituzione !

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here