Come Previti ha scippato ai giudici le sue dimissioni

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Come Previti ha scippato ai giudici le sue dimissioni

31 Luglio 2007

“Sono innocente e da innocente sconto una condanna ingiusta e lo
faccio nel pieno rispetto della legge,
ottemperando a tutte le regole del mio stato con discrezione e convinta operosità.
Continuo la mia battaglia sempre in nome del diritto, perchè mi sia resa
giustizia e si affermi la  verità delle
mie vicende giudiziarie.” La mossa a sorpresa da parte
dell’ormai ex deputato Cesare Previti c’è stata. Ma non è stata una “furbata” per
avere il voto segreto, come ha scritto un po’ ingenerosamente il “Corriere della
Sera”. Casomai invece è servita per dare
l’ultimo schiaffo morale a un’aula che ha trasformato l’esclusione di Previti
dal Parlamento, dopo le condanne diventate definitive nei processi Imi Sir e
Lodo Mondadori e le relative interdizioni accessorie che gli hanno tolto i
diritti civili, in regalo al giustizialismo della procura di Milano.

Infatti proprio Previti, per
troncare sul nascere le polemiche che serpeggiavano dopo l’articolo di
Verderami sul quotidiano di via Solferino, ha chiesto in altra lettera
indirizzata al capogruppo alla Camera di Forza Italia Elio Vito che per lui si
facesse l’eccezione di votare a scrutinio palese. E se la cosa non è stata poi
possibile lo si deve al volere contrario del deputato verde Marco
Boato, cosa che ha fatto venire meno la necessaria unanimità e impedito al
presidente Bertinotti di procedere al voto per alzata di mano.

E nella drammatica lettera di
dimissioni letta da Elio Vito in aula intorno alle 16 era contenuto anche
questo concetto su cui tutta la politica dovrebbe meditare: “La Camera non è un
esecutore acritico di un ordine 
dell’autorità giudiziaria né è chiamata ad applicare una norma  tassativa delle leggi vigenti che attualmente
non esiste  nell’ordinamento italiano. Se
dichiaraste la decadenza compireste un atto di pura sottomissione  del Parlamento al potere non sovrano ma
sovrastante dell’autorità  giudiziaria,
riconoscendole un primato rispetto al Parlamento del  tutto estraneo alla nostra Costituzione, come
a quella di qualsiasi Paese democratico”.

In pratica grazie alle dimissioni,
poi accettate a larga maggioranza, 462 sì, 66 no e 4 astenuti su 530 deputati
presenti in aula (ha votato a favore anche il gruppo di Alleanza nazionale),
Previti ha offerto sulla sua stessa pelle l’antidoto politico al tentativo
della magistratura milanese di far decadere d’imperio una delle sue vittime
preferite.

Per la cronaca sinora nella storia della
repubblica italiana c’è stato un unico precedente di deputato decaduto in
seguito a sentenze penali. Si tratta dell’ex ministro socialdemocratico della
difesa Mario Tanassi, condannato a poco più di due anni di reclusione all’epoca
dello scandalo Lockheed dalla Corte Costituzionale all’epoca costituita in alta
corte di giustizia. E che la testa di Previti dovesse
essere uno scalpo da offrire alla procura di Milano lo hanno sottolinerato ieri
in molti. A cominciare dallo stesso
capogruppo azzurro, Elio Vito, continuando con l’esponente di Forza Italia,
Antonio Leone, e con quello di An, Ignazio La Russa, secondo il quale “si può criticare
– ed io critico – quella sentenza di condanna, ma non solo non la voglio
mettere in discussione, ma non la posso mettere in discussione.” “Semmai gli unici che l’hanno messa in discussione sono coloro che, concedendo con una legge di
questo Parlamento l’indulto, hanno ridotto da sei a tre anni, cari colleghi
della sinistra, le pene anche per Previti”.  “Sono coloro – ha incalzato l’esponente di An
– che, attraverso l’indulto, hanno reso possibile il ricorso alla legge
Gozzini, l’affidamento in prova al servizio sociale e, conseguentemente, la
possibilità, al termine dell’affidamento in prova al servizio sociale, della
perenzione e della cessazione dell’interdizione dai pubblici uffici.” Infatti, ha aggiunto La Russa, “se
noi non discutessimo oggi di questa vicenda, se aspettassimo un anno, all’agosto del 2008, grazie alle leggi dello Stato, probabilmente,
direi certamente, Previti non sarebbe più interdetto dai pubblici uffici,
perché le leggi dello Stato consentono la cessazione di questa pena accessoria
al venir meno, o meglio, al superamento della prova dell’affidamento sociale.”

Un’evenienza che per la
maggioranza di governo era da scongiurare a qualunque costo. Anche quello di
procedere a tappe forzate per dichiarare la decadenza di Previti, benché manchi
una legge ad hoc per i parlamentari tant’è che ce ne è una giacente in
Parlamento da mesi che si prefigge di rimediare al vuoto normativo.

Insomma, lo stesso Parlamento che
ha aggiornato a domani la discussione sul caso Forleo-Unipol-Fassino-D’Alema
sulla utilizzabilità delle intercettazioni fatte sull’utenza di Consorte, e che
probabilmente riuscirà a far slittare il tutto a settembre dopo le ferie dei
deputati, ha voluto dimostrare a tutta Italia che per Previti valgono i
due pesi e le due misure. E che andava cacciato prima che la giustizia
ne decretasse la riabilitazione e quindi lo riammettesse di diritto a Montecitorio.
Così è stato, ma Previti con le dimissioni ha evitato almeno al Parlamento di
apparire, anche se in pratica lo è, un succube del partito dei giudici. Per la
cronaca, da oggi gli succede il primo dei non eletti nel suo collegio, Angelo
Santori.