Com’è triste la Leopolda soltanto un anno dopo

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Com’è triste la Leopolda soltanto un anno dopo

17 Dicembre 2015

Doveva essere la Leopolda dei risultati, della prova di governo, la consacrazione della giovane, nuova, ottimista classe dirigente prodotto della rottamazione, ma qualcosa è andato storto nella “narrazione” renziana, mettendo in crisi la comunicazione del premier e segretario.

 

Perché vanno bene gli 80 euro, la ripresina, il superamento dell’articolo 18, la lotta alla disoccupazione, l’affermazione della cultura del Sì contro la sinistra dei No, ma se poi le tasse non scendono, il saldo tra giovani e occupazione resta negativo, la normativa sul lavoro non viene rivoluzionata,  il gap del Mezzogiorno aumenta, e spunta l’emendamento sulle 12 miglia che sa tanto di cedimento alla sindrome del NIMBY, beh, ragazzi, qui si mette male.

 

Tanto è stato facile dire agli italiani faremo e disferemo, quanto adesso è difficile convincerli che il già fatto sia sufficiente. Non bastano i tweet del giglio magico, i retweet di chi ci tiene a farsi vedere, le coreografie dal sapore un po’ artefatto o le groupie che fanno il karaoke per togliere l’impressione di una ricerca spasmodica del consenso giocata tutta sulla spesa pubblica. Niente di nuovo sul fronte della politica italiana dall’unità a oggi, insomma.

 

Se a tutto questo aggiungiamo il caso Boschi, il vorrei ma non vengo che fino all’ultimo ha tenuto lontana Maria Elena dall’amato palco, la frittata è fatta. Non entriamo nella vicenda banche e nei provvedimenti presi dal Governo, ma vedere “la donna più potente d’Italia”, come l’hanno descritta, il tacco leopardato che schiacciava sul suo cammino la vecchia sinistra incapace di smacchiare il giaguaro, la punta di diamante del renzismo, costretta sulla difensiva, a concordare domande con i leopoldini, in una situazione logorante che se non prelude al voto di fiducia apre una questione di opportunità politica, ecco, mentre cala il sipario, fa salire una certa tristezza.