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Commissione Mitrokhin: è l’ora della verità

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Che cosa succederebbe se in un sistema democratico la libera indagine di studiosi e intellettuali dipendesse esclusivamente dagli esiti della lotta politica? Se l’uso pubblico del passato di un nazione non trovasse un contrappeso  nel lavoro degli storici che, quotidianamente, su quel passato indagano in modo rigoroso e scientifico? Sono partiti da queste domande nel novembre scorso cinquanta storici dalle varie appartenenze politiche e dai più differenti orientamenti storiografici, per chiedere ai Presidenti dei due rami del Parlamento di pubblicizzare i documenti della Commissione Mitrokhin e della Commissione stragi, a tutt’oggi soggetti ad una “preventiva acritica secretazione” da parte dell’archivio storico sel Senato.

Gli storici, che allora sottoscrissero un appello inviato ai presidenti Marini e Bertinotti, protestano per aver visto cadere nel nulla le loro richieste e, nel corso di una conferenza stampa tenuta ieri al Senato – alla presenza del vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, del senatore e storico Gaetano Quagliariello e di Piero Craveri, storico contemporaneista che con Quagliariello ha promosso e sottoscritto l’appello – tornano alla carica: “Chiediamo la desecretazione degli atti come gesto di democrazia e di lealtà verso lo stato di diritto di questo paese”. L’escamotage c’è, ha affermato nello specifico Quagliariello: l’art 16 del Regolamento dell’archivio storico del Senato, che darebbe al Presidente Marini lo strumento per rendere accessibili i documenti anche prima della scadenza prefissata “in considerazione del loro valore storico”.

La protesta ha levato la voce contro “il garbato silenzio” del presidente del Senato, che ancora non si è pronunciato nel merito di questa questione. “E’ vero che il KGB ha agito in Italia ma non credo sia così potente da chiudere l’accesso degli storici alle fonti” ha polemizzato Cicchitto che ha rincarato la dose, aprendo un altro fronte di discussione: “Quella in cui si trova Mario Scaramella, in carcere dal 26 dicembre scorso per reati di diffamazione, è una situazione incresciosa e intellerabile per un paese civile che non dovrebbe mettere le persone dietro le sbarre e gettare via la chiave”.


Un po’ di storia.

La Commissione Bicamerale d’inchiesta sul “dossier Mitrokhin” venne istituita con legge nel 2002. Essa prevedeva un termine di dodici mesi per la conclusione dei lavori. I lavori non si conclusero e proseguirono fino alla fine della scorsa legislatura.

Il 15 marzo 2006, nel corso delle attività conclusive dei lavori, la Commissione deliberò sulla pubblicità dei documenti, stilando un elenco contenente gli atti e le informazioni da rendere pubblici e stabilendo che tutto il materiale che non fosse stato incluso in quell’elenco venisse secretato per venti anni e depositato presso l’Archivio Storico del Senato. Secondo gli storici che hanno firmato l’appello esistono dei dubbi sull’inappellabilità della secretazione degli atti, e questo per una serie di ragioni. Innanzi tutto la Commissione Mitrokhin opera in forza di una legge che le attribuisce determinati poteri, tra questi la decisione di quali atti e documenti rendere pubblici. E, per legge, l’obbligo di secretazione copre esclusivamente i nomi nonché gli atti e i documenti attinenti a procedimenti giudiziari nella fase delle indagini preliminari. È, dunque, il  regolamento interno adottato che ha ridotto il potere discrezionale dato dalla legge alla Commissione, quando individua gli atti e i documenti che “devono essere pubblicati” e non più “possono essere pubblicati”. Ciò che appare paradossale, dunque, è che un regolamento abbia di fatto ridotto un potere discrezionale che la legge ha attribuito alla commissione.

Come uscire da questo paradosso? Restituendo vigore alla legge, e far sì che i documenti espressamente indicati nella deliberazione devono essere divulgati, tutti gli altri possono essere divulgati, tranne quelli per i quali l’obbligo di segretezza è fissato direttamente per legge; riconoscendo “al Presidente del Senato il potere di autorizzare la consultazione degli atti e dei documenti anche prima della scadenza del periodo di non consultabilità, esclusivamente in relazione al valore storico-culturale degli atti e dei documenti”. E, sostengono gli storici, sul valore storico dei documenti della Commissione Mitrokhin non dovrebbe esserci spazio per i dubbi.

“E’ un fatto gravissimo – ha sostenuto Gaetano Quagliariello – questa decisione, qualora confermata, rischia di condurre ad un esito paradossale: il lavoro delle due commissioni in oggetto, piuttosto che avvicinare la comprensione della verità potrebbe contribuire a gettare un già spesso e duraturo velo d’ignoranza su alcuni nodi storici fondamentali della nostra storia”. “E’ meglio che le carte escano con le buone – ha chiosato Cicchitto –altrimenti potrebbero essere pubblicate per altre vie, come forma di disobbedienza civile”.


 

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