Comunque vada il vertice Monti-ABC, il ddl lavoro non risolve i guai dell’Italia
17 Aprile 2012
Stasera potrebbero decidersi le sorti della riforma del mercato del lavoro. Le modifiche al disegno di legge n. 3249, infatti, sono la prima pietanza del menu di cena che degusteranno Monti, Alfano, Bersani e Casini al previsto tavolo di confronto tra governo e leader politici di maggioranza. Gli ingredienti non sono noti; certo è, invece, che sul piatto il premier metterà una soluzione bipartisan – che possa cioè trovare potenzialmente d’accordo le due anime del Pdl e del Pd-Cgil – per cercare di superare l’impasse in cui è caduta la discussione, non soltanto politica ma anche all’interno dello stesso governo.
In quest’ultimo caso la faccenda è molto più imbarazzante di quella politica; e non può certo essere liquidata con un “bacio sulla guancia”, come raccontano oggi i quotidiani. Quel brioso duetto tra i ministri tecnici Fornero e Passera a tutto può servire tranne che a incutere fiducia negli italiani alle prese con tasse e disoccupazione sempre più alte e con la mancanza di idee per lo sviluppo e la crescita economica.
Il dato di fatto è uno: in 72 articoli, il disegno di legge scontenta tutti. Non convince, per esempio, il Pdl perché ingessa il mercato del lavoro; e non accontenta neppure la Cgil ed il Pd i quali accusano che il testo è peggiorato nel passaggio dal consiglio dei ministri al senato “in favore delle imprese”. Ieri il ministro del lavoro, Elsa Fornero, partecipando all’apertura del convegno della ‘Settimana dell’economia’ alla Lumsa, a Roma, ha spiegato che la riforma cerca di trovare "possibilmente un giusto equilibrio tra qualcosa che guardi ai precari e che, però, non penalizzi la possibilità di assumere".
E sul fatto che la riforma non convinca nessuno ha detto: "Le parti portatrici di legittimi interessi sono entrambe insoddisfatte perché una dice “Hai fatto troppo poco; dovevi puntare al contratto unico a tempo indeterminato”. L’altra parte dice: “No, hai fatto troppo. Troppe restrizioni sulle partite Iva, troppe restrizioni sul part time”. Da qui la nostra necessità», ha concluso il ministro, "perché una riforma va calata nella società. Noi nella società abbiamo interessi contrapposti allora abbiamo detto: “cerchiamo di tenere i contratti, perché molti contratti vogliono dire flessibilità”. Ma di arginarli un po’, e soprattutto di arginarne l’uso cattivo, perché l’uso cattivo vuol dire precarietà".
L’immediatezza delle parole del ministro non lasciano spazio a dubbi: l’operazione portata avanti dal governo non si è basata su alcun vero progetto di riforma, né tantomeno – ed è questo il guaio peggiore: il peccato originale – sulla volontà di mettere in atto una vera “riforma” del mercato del lavoro. Alla fine, così, in 72 articoli, vengono apportati solo aggiustamenti ai contratti di lavoro, agli ammortizzatori e all’articolo 18, ma nulla di concretamente efficace per una svolta al problema che assilla il mercato del lavoro: la disoccupazione elevata di giovani e donne. Si tratta, infatti, di modifiche sconnesse e scollegate tra di loro che avranno il risultato di dar vita ad un nuovo mercato del lavoro peggiore di quello di partenza.
Del ‘peccato originale’ di questa riforma sembra che ora il premier ne stia prendendo coscienza. Ieri infatti, all’Aspen, rivolgendosi a chi vede nel disegno di legge un arretramento rispetto alle ipotesi precedenti, Monti ha affermato che "se si andassero a rileggere le dichiarazioni programmatiche del governo si troverebbe che per la flessibilità in uscita si proponeva una riforma solo per i nuovi assunti e in via sperimentale. Invece è stata fatta su tutto il novero dei lavoratori e non a titolo sperimentale, quindi su una piattaforma di lavoratori molto più ampia". Una dichiarazione che difende il suo esecutivo, ma che è anche un modo – e qui azzardo un’ipotesi – per approcciare la via di uscita dall’attuale impasse: chissà infatti che il premier non stia pensando di proporre un ritocco all’articolo 18 (che mai cita testualmente), in senso più liberale, ma limitatamente ai nuovi assunti?
Se è vero si saprà domani. Intanto, in attesa di sapere quel primo piatto di stasera, ci permettiamo di suggerire l’aperitivo. E’ una dichiarazione rilasciata sempre di ieri da Susanna Camusso: "Nella vita di ognuno di noi il lavoro ha una dimensione fondamentale che si è persa per negare l’ideologia di classe, cancellando così ideologicamente l’identità delle persone". E’ una dichiarazione molto forte e programmatica di società. Per favore – è una supplica che rivolgo ai leader politici e al premier – diteci se condividete o meno. Ditelo ai giovani soprattutto, che di questo Paese si sentono sempre più esiliati. Capire se quest’Italia è fatta ancora di “padroni” e “lavoratori” è già un risultato, utile a programmarsi il futuro. Magari anche fuori dall’Italia, seguendo l’esempio di tante imprese.
