Con Alberto Nirenstein è andato via un pezzo di storia

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Ho conosciuto Alberto Nirenstein agli inizi degli anni settanta, io adolescente sessantottino presuntoso nella mia assoluta ignoranza e lui già con il peso della storia più terribile del Novecento sulle proprie spalle.

L’occasione fu una manifestazione di sostegno all’OLP dove Alberto si presentò con il tipico zuccotto ebraico sulla testa. Fino allora ero venuto a conoscenza della sua storia attraverso i racconti delle figlie, ma mai l’avevo visto. Mi stupì subito il coraggio sereno su un bel volto polacco che poi sarà anche di Wojtyla . Nessuno di quel pubblico schierato a fianco di una sola parte nel conflitto, a quei tempi, arabo israeliano osò dire niente. Una vita vera spesa a fianco degli oppressi si contrapponeva alle nostre sicurezze ideologiche senza nessun riferimento con la realtà. Quel semplice gesto di testimonianza era più forte di qualsiasi discorso.

Alberto ha conservato sempre fino agli ultimi giorni della sua malattia, fino alla morte quel rapporto diretto con la vita, quell’attaccamento alle cose essenziali che senza dubbio gli derivava dalla durezza della propria esperienza. Quelle esperienze esistenziali e politiche, dalla tragedia della Shoà al tradimento della sinistra comunista fino alla scoperta dell’impossibilità di un Israele socialista accanto ad uno Stato arabo avevano reso essenziale il suo discorso mai diventando né cinico né apatico, deluso. Anzi, la vita lo aveva diretto verso una ricerca continua della verità. Ecco allora la descrizione terribile del funzionamento dei ghetti polacchi sotto il nazismo dove mostrò anche le tragiche connivenze degli ebrei.

Alberto era l’incarnazione di quarant’anni di storia europea, tutti i suoi drammi, contraddizioni e tradimenti. Convinto socialista, dopo aver visto l’olocausto, era dovuto passare anche per l’incubo stalinista che lo aveva preso prigioniero dopo la guerra, separandolo dalla sua famiglia italiana. Nato in Polonia, in un piccolo villaggio ebraico da una famiglia di commercianti – si può ritrovare la descrizione di quegli anni nel libro corale “Come le cinque dita di una mano” – aveva subito aderito alle idee sioniste che si ispiravano ad un socialismo laico per un Israele binazionale. Nel 1936 era partito per l’allora Palestina e fu la sua personale salvezza. Il suo natio shetl fu completamente distrutto dalla furia nazista e i suoi abitanti, compresa la sua famiglia, sterminata. Partecipò alla seconda guerra mondiale nelle file della Brigata ebraica. Combattè in Italia e a Firenze conobbe una giovane partigiana, Wanda Lattes che poi diventerà sua moglie.

Negli anni cinquanta, ritornato per un periodo in Polonia, la follia stalinista lo tenne prigioniero per ben cinque anni. Tornato a Firenze, ha dedicato tutta la sua vita a comprendere e a far capire la tragedia del Novecento.

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