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Con Bruxelles Prodi fa il voltagabbana

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Rispetto del Patto di stabilità. L’obbligo di raggiungere i risultati. Regole ed impegni chiari per tutti. Romano Prodi quando era presidente della Commissione Europea aveva un’opinione molto diversa della gestione politica ed economica del nostro Paese.

Non passava giorno, soprattutto quando a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi, per sottolineare lo stato di difficoltà dei nostri conti e della necessità che si facessero tutti gli sforzi possibili per adempiere agli obblighi comunitari. Molto spesso dichiarazioni che erano vere e proprie entrate a gamba tesa nelle scelte e nelle decisioni politiche ed economiche del nostro Paese.

“Non ci sono politiche obbligate, ma ci sono risultati che è obbligatorio raggiungere”, così ripeteva Romano Prodi nel 2002 alla vigilia della trattativa per la revisione delle regole e dei principi per l’applicazione del Patto di Stabilità. Nessuno sconto. Nessuna flessibilità. Invece il richiamo ad applicare il patto. Da allora di tempo ne è trascorso e si sa nella vita le opinioni possono cambiare. Ma nel caso del premier il suo metro di valutazione non è semplicemente cambiato addirittura è stato stravolto. E’ bastato, infatti, andare ad occupare la comoda poltrona di Palazzo Chigi per diventare molto più indulgente. Per chiedere meno rigore. E persino per entrare in conflitto con l’Unione Europea.

Di fronte alle dure valutazioni del presidente dell’Ue, che ha bollato la prossima Finanziaria “non ambiziosa” e non in grado di “rispettare i patti”, Prodi ha fatto la voce grossa. Il professore ha spiegato che “si può anche chiudere il problema del debito pubblico in un anno, ma così si chiude anche il Paese”. Non basta, il premier è andato oltre. Ha voluto anche precisare che “siamo veramente in regola con il cammino che ci siamo posti” e rivolgendosi all’Unione Europea con fare perentorio ha annunciato: “Non ho nessuna intenzione di deviare, ma nemmeno di rinunciare alle linee di sviluppo ed equità che ho scelto per l’Italia”. Davvero una bella differenza rispetto a quando stava a Bruxelles.

Dichiarazioni che se fossero state fatte da Berlusconi quando era al governo avrebbero suscitato all’interno del centrosinistra un coro di indignazioni. Sarebbe partita la solita storia dell’antieuropeismo e che la Casa delle Libertà “sta portando l’Italia fuori dall’Europa”.

Sarebbero state organizzate manifestazioni, come quella seguita alle dimissione del ministro Ruggiero, quando il centrosinistra con i suoi leader scese in piazza, per riaffermare, come disse Piero Fassino, il compito di tenere l’Italia in Europa”. Quello stesso Fassino che oggi alle critiche del commissario europeo Almunia risponde con un seccato “ci faccia governare” perché “trovo le sue dichiarazioni esagerate. Noi stiamo mettendo a posto i conti, ci lasci vivere e ci lasci lavorare”. Un’amnesia che quindi non colpisce solo Prodi ma tutto il centrosinistra. Come nel caso di Francesco Rutelli e Fausto Bertinotti. Il primo finora silente ma nel 2002 pronto ad andare in Germania per incontrare il ministro degli Esteri Fischer e dirgli che “noi pensiamo di rappresentare dall’opposizione una continuità della politica estera ed europea dell’Italia”; il secondo, invece, loquace al punto di accusare Almunia per essere “gendarme dell’ortodossia. Uno la può rispettare, ma non è detto che debba genuflettersi”.

Si sa basta poco per cambiare le proprie idee. E quando si tratta di poltrone, il centrosinistra le cambia molto facilmente. 

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